Il testo base dell’economia di mercato, la sua Bibbia, risale al 1786. Fu scritto in Gran Bretagna da Joseph Townsend, nel pieno della cosiddetta prima rivoluzione industriale, appena diciotto anni dopo l’invenzione della macchina a vapore. Il titolo: “A Dissertation on the Poor Laws”, una dissertazione sulle leggi per i poveri.
Le Poor Laws erano, all’epoca, l’equivalente dell’odierno welfare state e imponevano alle parrocchie il sostentamento dei poveri.
Townsend scrisse che l’assistenza ai poveri rappresentava un problema per lo sviluppo economico delle industrie e delle campagne. Per lui, medico e scienziato, le diseguaglianze sociali non erano altro che una legge di natura che i governi avrebbero dovuto lasciare a loro stesse.
Proprio per questo sostenne, con una franchezza oggi inimmaginabile, che l’unico modo di far lavorare i poveri è metterli di fronte ad una e ad una sola alternativa: la morte per fame.
O lavori o muori. Le leggi assistenziali, diceva, ostacolano i datori di lavoro: perché un lavoratore dovrebbe impegnarsi a far bene il proprio lavoro se sa che in caso di licenziamento la parrocchia si occuperà di lui e della sua famiglia?
Ma le leggi assistenziali ostacolano anche i lavoratori onesti, quelli che si sbattono dalla mattina alla sera per mantenere i figli e non contestato i propri datori di lavoro. Se capita loro d’aver bisogno d’assistenza, ecco che scoprono che i pigri e gli sfaticati hanno già intascato tutti i sussidi disponibili.
Non sono io a dire che la “Dissertation on the Poor Laws” è il testo base del capitalismo. Lo scrisse Karl Polanyi, nel lontano 1944. Malgrado la terribile e sgrammaticata traduzione italiana, il suo “La grande trasformazione” (Einaudi) è un libro che tutti dovrebbero leggere.
M’è tornato in mente l’altro giorno, leggendo su Repubblica i risultati dell’ultimo sondaggio Demos curato da Ilvo Diamanti. Gli italiani, a quanto pare, preferiscono pagare meno tasse piuttosto che salvaguardare i servizi pubblici.
Appena otto fa, nel 2005, il 54% degli italiani riteneva che potenziare i servizi pubblici fosse più importante che ridurre le tasse. Oggi il 70% preferisce quest’ultima opzione.
Non è un fenomeno solo italiano. L’anno scorso, in Gran Bretagna, l’istituto Ipsos MORI scoprì che le giovani generazioni britanniche non credono più nel welfare state. Alla domanda: “la creazione del welfare state è uno dei risultati di cui la Gran Bretagna dovrebbe essere più orgogliosa?”, solo il 20% dei nati dopo il 1980 rispose di sì. Tra i nati prima del 1945, la percentuale schizzava al 70%.
Alla domanda: “il governo dovrebbe spendere di più nell’assistenza per i poveri, anche se ciò comporta aumentare le tasse?”, mentre il 40% per cento dei nati prima del 1945 ancora rispondeva di sì, tra i giovani la percentuale si riduceva al 20%.
Sono numeri terribili. Le giovani generazioni britanniche, abituate a lavori flessibili e all’insicurezza permanente, non conoscono altro. Lo stesso vale, con una decina d’anni di ritardo, per le giovani generazioni italiane.
E’ la guerra di tutti contro tutti, la sopravvivenza del più forte, la legge della giungla.
Lo Stato è un nemico, non più l’unico argine allo strapotere delle leggi del mercato. Decenni di conquiste sociali spazzate vie da una crisi che il capitalismo finanziario ha provocato senza pagarne le conseguenze. Anzi, scaricando la colpa sugli Stati.
Miliardari senza vergogna che chiedono ad alta voce altri tagli allo stato sociale, col consenso plaudente e ammirato delle loro vittime.
O lavori o muori. Caso mai non ve ne foste accorti, il capitalismo ha trionfato.
mercoledì 1 gennaio 2014
venerdì 11 ottobre 2013
Diventiamo tutti buoni se i clandestini sbarcano morti
Sono circa 20 anni che faccio finta di scrivere un romanzo. Non perché creda davvero che un giorno lo finirò. Più che altro per darmi un tono. Il protagonista è un commissario di Polizia che si chiama Rocco Stevens. Indaga sul ritrovamento del cadavere di una ragazza, Lucia Valenti, o per meglio dire di una sua gamba. L'indagine è resa complicata dalla coincidenza temporale con l'annegamento di centinaia di clandestini. Qui pubblico, in anteprima, il capitolo sul funerale degli annegati. Non riaprivo da chissà quanti mesi il file di Rocco Stevens, perché nel frattempo ho iniziato a scrivere un altro romanzo che naturalmente rimarrà a sua volta incompiuto. L'ho fatto solo dopo la tragedia di Lampedusa. Spero mi sia perdonata l'ironia, ma l'idea era proprio quella di scrivere un romanzo drammaticamente ironico.
Capitolo Cinque
Un po’ ci sono rimasti male. Cioè s’aspettavano un imam autentico, arabesco e col turbante. Che ne so una cosa tipo Bin Laden. Invece c’è quello lì. La barba ce l’ha e pure l’aspetto turco, però è di Castellammare del Golfo. All’anagrafe fa Gaspare Pandolfo, invece il nome arabo fa più o meno Mustafà Menelik. Cioè non proprio ma gli somiglia.
E’ il presidente di non so quale associazione musulmani d’Italia. Comunque ha un documento con il visto della prefettura e il prefetto che è presente gli ha stretto la mano. Dunque tutto a posto. Lo conosce.
Il problema è che dei 156 morti annegati più Lucia Valenti (a tanto siamo arrivati) non c’è modo di capire chi è cristiano chi maomettano chi interista e chi juventino. Da cosa lo capisci, dal colore della pelle? Per esempio dice che in Etiopia ci sono un sacco di cristiani, se non te lo spiegano li vedi neri e per sbaglio li registri come musulmani. Insomma, è un errore legittimo.
Comunque per non offendere nessuno alla fine hanno pensato che era meglio fare tutto assieme. Cioè all’inizio facevano uno, due funerali alla volta e poi mano a mano li seppellivano. Più che altro per il caldo. Poi però ne sono arrivati più di cento in un colpo solo e a quel punto s’è deciso che per questi era meglio un funerale unico. Allo stadio comunale. Tutti insieme appassionatamente.
Anche per dare un segnale di concordia e amore universale nella tragedia. Tipo non tutti i mali vengono per nuocere eccetera. Così eccoci qua: vescovi, sindaci, prefetti, onorevoli, senatori e pure l’imam di Castellammare del Golfo. E un sacco di televisioni, è ovvio. Ma proprio tante!
Cioè, è uno spettacolo: tutte quelle bare marrone scuro, marrone chiaro, coi morti dentro avvolti in un lenzuolo bianco caso mai fossero musulmani, tutte in fila sul verde del campo di calcio e poi il sole che brilla forte sugli ottoni e i piatti e le marsine della banda musicale.
I carabinieri in alta uniforme, coi pennacchi, e i vigili urbani pure loro con quella specie di elmo. Pure la signora che l’altro giorno al bar diceva: dovrebbero affondarli tutti così gli finisce la cuccagna e la smettono di partire, pure lei è venuta e piangiucchia e s’è fatta la permanente caso mai la inquadrano. Diventiamo tutti buoni, questa è la verità, se i clandestini sbarcano morti.
Peccato non si vedano i gabbiani. Non si vedono da sotto, voglio dire, perché il campo sportivo è coperto dal mega tendone. Di sentirsi si sentono, griiic-griiic tutto il tempo, e se non fosse per la banda musicale e le preghiere e il vocio generale secondo me si sentirebbe pure il battere delle ali.
Ogni tre bare c’è un ventilatore. Cioè non è un calcolo preciso. Più o meno. Col caldo che fa e le casse da morto comprate in blocco, voglio dire non di quelle super-lusso super-zinco super-tenuta stagna, e coi morti sfatti dall’acqua di mare e dai pesci, potete immaginare l’olezzo. I ventilatori non si capisce bene a che servono, se a raffreddare le bare o a diffondere uniformemente il puzzo di cadavere oppure, siccome l’aria raso terra è raffreddata dalle ventole e quella calda va verso l’alto, a far venire l’acquolina ai gabbiani lassù.
Comunque vescovi preti e sacrestani non sembrano fare caso all’odore. Si saranno abituati, dopo che per millenni hanno costruito chiese sopra ossari e catacombe. Pure il vino e le ostie. Come se nulla fosse. Provate ad inghiottirle voi se ci riuscite. Senza un attacco di nausea, voglio dire, con la puzza che c’è.
Anzi: sembrano perfino contenti. Gli unici là in mezzo, insieme ai gabbiani. Il vescovo allarga le braccia e con la tonaca che gli penzola larga sotto le ascelle pare pronto a spiccare il volo. Sarà l’effetto della tiara, che ne so, ma sembra vero un gabbiano però mezzo viola.
Onestamente l’imam non è così felice. Muore di caldo, si vede, e non fa altro che asciugarsi la fronte e la faccia con un fazzoletto. Ogni tanto se lo porta al naso, secondo me l’ha inzuppato di profumo. Se è vero ha fatto bene.
Proprio adesso il vescovo sta parlando tipo di tolleranza religiosa. “Guardate tutti questi nostri fratelli che si sono addormentati nella speranza della resurrezione – dice – vi sfido a capire dai loro volti, dai loro occhi chiusi nell’eterno riposo, dalla serenità che solo il sonno dei giusti può dare, da tutto questo vi sfido, o uomini, a capire quale nome avesse il loro Dio eccetera eccetera”.
Questo sta dicendo, magari non proprio parola per parola ma il senso è questo. Perché negarlo o vergognarsene: quando ha detto “o uomini”, che poi l’ha praticamente gridato, Rocco Stevens ha sentito un brivido dappertutto. Cioè a tutti piace essere scettici o strafottenti, ma di fronte a certe cose viene la pelle d’oca e non c’è niente da fare.
E’ più o meno a questo punto che l’imam casca per terra. C’è lì il prefetto che cerca di reggerlo e siccome non ci riesce lo molla per non finire a terra appresso a lui. Però insomma gli evita la caduta a pera. Più che altro gliela attutisce un po’, se no sai la botta.
Il vescovo gira appena la testa a sud-est e continua a predicare. Cioè, è vero quello che dice e forse ci crede perfino, l’amore universale la tolleranza religiosa e compagnia cantando, però lui è bello sontuoso e con la tiara supera i due metri mentre l’imam di Castellammare del Golfo è piccolo e d’aspetto malaticcio e poi (cavolo!) lo sappiamo tutti che è un prete finto, cioè è una specie di macchietta dai. Ma chi ci crede? Insomma, un vescovo non è che può interrompere una funzione solenne perché un mezzo musulmano s’è intossicato di profumo fino a svenire.
*****
Tutti avremmo voglia di vivere in un mondo perfetto. L’ultimo dell’anno, il 31 di agosto alla fine delle ferie, a volte di sera l’attimo prima di addormentarci. Cioè, chi è che ogni tanto non ci pensa? Ai fioretti di san Francesco e così via.
Voglio dire: non è per non credere al vescovo, per carità le sue parole sono bellissime e forse ci crede perfino lui che certo qualche imbroglio deve averlo fatto per diventare vescovo. Cioè, va bene la poesia ma lo sappiamo tutti che nella chiesa le cose funzionano come nel resto del mondo. Ok cambiamo discorso.
Lui però (lui Rocco Stevens) era presente quando hanno ripescato gli ultimi 80 cadaveri. Era domenica, la spiaggia stracolma di persone, ombrelloni, secchielli e palette. La corrente, non so come, aveva sbattuto i cadaveri tutti da un lato della piccola baia, così i bagnanti non ebbero bisogno di uscire dall’acqua ma solo di evitare l’angolo della spiaggia inquinato dai morti.
L’unica cosa fu che lo stabilimento balneare più vicino, per rispetto, abbassò un poco il volume della musica, però non poté spegnerla del tutto perché era appunto domenica e avevano già le prenotazioni per il corso di pilates. Cioè, gli stabilimenti lavorano solo d’estate, giugno luglio agosto, e le domeniche sono solo 12. Ognuno ha le sue ragioni, a criticare col portafoglio degli altri siamo bravi tutti.
Vigili del fuoco, uomini della protezione civile, alcuni dipendenti dell’azienda della nettezza urbana con contratto a tempo determinato e poi naturalmente poliziotti carabinieri eccetera. Erano loro a dover raccogliere i cadaveri e a infilarli nei sacchi, mentre i bagnanti stavano là con l’acqua all’altezza dell’ombelico, fermi immobili a godersi lo spettacolo per non dire di quelli affacciati alle ringhiere degli stabilimenti.
Ad un certo punto fu proprio lui (lui Rocco Stevens) ad incazzarsi di brutto col comandante della capitaneria di porto. Cioè, era una cosa insopportabile: loro lì a ripescare gli annegati e le moto d’acqua avanti e indietro a sollevare onde e schiuma di cadavere. E che cazzo, gli disse, almeno fate un cordone di motovedette, gommoni, che ne so quello che avete, pure i canotti se serve! Insomma non è possibile che uno sta lì ad un metro da un africano in decomposizione e un coglione che si deve divertire per forza te lo fa sbattere addosso che pare un film dell’orrore.
A uno per poco non l’arrestarono. Siccome non voleva smetterla cominciò a dire il diritto di cronaca qua il diritto di cronaca là, e tutto perché voleva scattare fotografie col cellulare, figuratevi. Leggono le cose sui giornali e manco capiscono il significato: vieni a pescare i morti, coglione, e vedrai che meraviglia il diritto di cronaca. Peccato non l’abbiano arrestato veramente.
Si perde la fiducia nell’umanità. Già ne ha poca, uno che fa il mestiere suo (suo di Rocco Stevens), nel senso che per un poliziotto fidarsi è bene ma non fidarsi eccetera. Questa però è una cosa più interiore, di quelle che strappi il vangelo e con le pagine ci fai gli aeroplanini di carta. Uno schifo, va, tutte quelle panze bianche, gli ombrelloni a spicchi, i pedalò e loro invece costretti a fare i beccamorti.
Pure adesso, voglio dire. Il vescovo che continua a vagheggiare e la puzza di cadavere che solfeggia l’atmosfera e un caldo che farebbe diventare stitiche le anime dei santi. E gli unici a far finta di ascoltare sono sempre loro: poliziotti vigili eccetera.
Anche i giornalisti, cioè, una foto qui una là, un paio di appunti e via, quanto mi piacerebbe vederli dritti sull’attenti senza manco potersi grattare. Cioè, mi piacerebbe veramente perché intanto che loro scrivono e predicano che al confronto il vescovo è un dilettante, Rocco Stevens e compagnia diventano cretini: un giorno ci ordinano di ributtare a mare gli sbarcati un altro dobbiamo portarli a terra ma solo se sono morti, e siccome coi defunti non si sa perché bisogna essere più indulgenti dobbiamo stare sull’attenti sotto il sole la pioggia e la merda di gabbiano. Cioè, dico io: ad essere rigorosamente, aritmeticamente e geometricamente sinceri, non sarebbe meglio essere indulgenti direttamente coi vivi? Solo solo per risparmiarsi la parte da cretini.
Una caldo allucinante il vescovo che con tutto il rispetto se la stramena in pubblico l’imam siculo-maomettano che annaspa mentre un carabiniere cattolico romanista lo sventola col corriere dello sport i giornalisti eccitati dall’evaporazione dei cadaveri e noi in divisa a fare le belle statuine.
Onestamente, quando i gabbiani trovano la strada e si strafogano a centinaia sotto al tendone che sembrano pipistrelli di venti chili e proprio non hanno paura dell’uomo e si mettono a beccare le casse da morto, e tutti dico tutti scappiamo gridacchiando, onestamente per noi in divisa è un specie di sollievo. Almeno il sangue torna a circolare e i piedi gonfi di caldo sentitamente ringraziano. Non dovrei dirlo ma il primo è lui (lui Rocco Stevens) a scappare via ridendo che pare un bambino. Saltella, proprio, e fa “uuuuuuuh uuuuuuuh” e ride come uno scemo. Meno male che tutti pensano a scappare e nessuno se ne accorge. Meno male vero, va.
Capitolo Cinque
Un po’ ci sono rimasti male. Cioè s’aspettavano un imam autentico, arabesco e col turbante. Che ne so una cosa tipo Bin Laden. Invece c’è quello lì. La barba ce l’ha e pure l’aspetto turco, però è di Castellammare del Golfo. All’anagrafe fa Gaspare Pandolfo, invece il nome arabo fa più o meno Mustafà Menelik. Cioè non proprio ma gli somiglia.
E’ il presidente di non so quale associazione musulmani d’Italia. Comunque ha un documento con il visto della prefettura e il prefetto che è presente gli ha stretto la mano. Dunque tutto a posto. Lo conosce.
Il problema è che dei 156 morti annegati più Lucia Valenti (a tanto siamo arrivati) non c’è modo di capire chi è cristiano chi maomettano chi interista e chi juventino. Da cosa lo capisci, dal colore della pelle? Per esempio dice che in Etiopia ci sono un sacco di cristiani, se non te lo spiegano li vedi neri e per sbaglio li registri come musulmani. Insomma, è un errore legittimo.
Comunque per non offendere nessuno alla fine hanno pensato che era meglio fare tutto assieme. Cioè all’inizio facevano uno, due funerali alla volta e poi mano a mano li seppellivano. Più che altro per il caldo. Poi però ne sono arrivati più di cento in un colpo solo e a quel punto s’è deciso che per questi era meglio un funerale unico. Allo stadio comunale. Tutti insieme appassionatamente.
Anche per dare un segnale di concordia e amore universale nella tragedia. Tipo non tutti i mali vengono per nuocere eccetera. Così eccoci qua: vescovi, sindaci, prefetti, onorevoli, senatori e pure l’imam di Castellammare del Golfo. E un sacco di televisioni, è ovvio. Ma proprio tante!
Cioè, è uno spettacolo: tutte quelle bare marrone scuro, marrone chiaro, coi morti dentro avvolti in un lenzuolo bianco caso mai fossero musulmani, tutte in fila sul verde del campo di calcio e poi il sole che brilla forte sugli ottoni e i piatti e le marsine della banda musicale.
I carabinieri in alta uniforme, coi pennacchi, e i vigili urbani pure loro con quella specie di elmo. Pure la signora che l’altro giorno al bar diceva: dovrebbero affondarli tutti così gli finisce la cuccagna e la smettono di partire, pure lei è venuta e piangiucchia e s’è fatta la permanente caso mai la inquadrano. Diventiamo tutti buoni, questa è la verità, se i clandestini sbarcano morti.
Peccato non si vedano i gabbiani. Non si vedono da sotto, voglio dire, perché il campo sportivo è coperto dal mega tendone. Di sentirsi si sentono, griiic-griiic tutto il tempo, e se non fosse per la banda musicale e le preghiere e il vocio generale secondo me si sentirebbe pure il battere delle ali.
Ogni tre bare c’è un ventilatore. Cioè non è un calcolo preciso. Più o meno. Col caldo che fa e le casse da morto comprate in blocco, voglio dire non di quelle super-lusso super-zinco super-tenuta stagna, e coi morti sfatti dall’acqua di mare e dai pesci, potete immaginare l’olezzo. I ventilatori non si capisce bene a che servono, se a raffreddare le bare o a diffondere uniformemente il puzzo di cadavere oppure, siccome l’aria raso terra è raffreddata dalle ventole e quella calda va verso l’alto, a far venire l’acquolina ai gabbiani lassù.
Comunque vescovi preti e sacrestani non sembrano fare caso all’odore. Si saranno abituati, dopo che per millenni hanno costruito chiese sopra ossari e catacombe. Pure il vino e le ostie. Come se nulla fosse. Provate ad inghiottirle voi se ci riuscite. Senza un attacco di nausea, voglio dire, con la puzza che c’è.
Anzi: sembrano perfino contenti. Gli unici là in mezzo, insieme ai gabbiani. Il vescovo allarga le braccia e con la tonaca che gli penzola larga sotto le ascelle pare pronto a spiccare il volo. Sarà l’effetto della tiara, che ne so, ma sembra vero un gabbiano però mezzo viola.
Onestamente l’imam non è così felice. Muore di caldo, si vede, e non fa altro che asciugarsi la fronte e la faccia con un fazzoletto. Ogni tanto se lo porta al naso, secondo me l’ha inzuppato di profumo. Se è vero ha fatto bene.
Proprio adesso il vescovo sta parlando tipo di tolleranza religiosa. “Guardate tutti questi nostri fratelli che si sono addormentati nella speranza della resurrezione – dice – vi sfido a capire dai loro volti, dai loro occhi chiusi nell’eterno riposo, dalla serenità che solo il sonno dei giusti può dare, da tutto questo vi sfido, o uomini, a capire quale nome avesse il loro Dio eccetera eccetera”.
Questo sta dicendo, magari non proprio parola per parola ma il senso è questo. Perché negarlo o vergognarsene: quando ha detto “o uomini”, che poi l’ha praticamente gridato, Rocco Stevens ha sentito un brivido dappertutto. Cioè a tutti piace essere scettici o strafottenti, ma di fronte a certe cose viene la pelle d’oca e non c’è niente da fare.
E’ più o meno a questo punto che l’imam casca per terra. C’è lì il prefetto che cerca di reggerlo e siccome non ci riesce lo molla per non finire a terra appresso a lui. Però insomma gli evita la caduta a pera. Più che altro gliela attutisce un po’, se no sai la botta.
Il vescovo gira appena la testa a sud-est e continua a predicare. Cioè, è vero quello che dice e forse ci crede perfino, l’amore universale la tolleranza religiosa e compagnia cantando, però lui è bello sontuoso e con la tiara supera i due metri mentre l’imam di Castellammare del Golfo è piccolo e d’aspetto malaticcio e poi (cavolo!) lo sappiamo tutti che è un prete finto, cioè è una specie di macchietta dai. Ma chi ci crede? Insomma, un vescovo non è che può interrompere una funzione solenne perché un mezzo musulmano s’è intossicato di profumo fino a svenire.
*****
Tutti avremmo voglia di vivere in un mondo perfetto. L’ultimo dell’anno, il 31 di agosto alla fine delle ferie, a volte di sera l’attimo prima di addormentarci. Cioè, chi è che ogni tanto non ci pensa? Ai fioretti di san Francesco e così via.
Voglio dire: non è per non credere al vescovo, per carità le sue parole sono bellissime e forse ci crede perfino lui che certo qualche imbroglio deve averlo fatto per diventare vescovo. Cioè, va bene la poesia ma lo sappiamo tutti che nella chiesa le cose funzionano come nel resto del mondo. Ok cambiamo discorso.
Lui però (lui Rocco Stevens) era presente quando hanno ripescato gli ultimi 80 cadaveri. Era domenica, la spiaggia stracolma di persone, ombrelloni, secchielli e palette. La corrente, non so come, aveva sbattuto i cadaveri tutti da un lato della piccola baia, così i bagnanti non ebbero bisogno di uscire dall’acqua ma solo di evitare l’angolo della spiaggia inquinato dai morti.
L’unica cosa fu che lo stabilimento balneare più vicino, per rispetto, abbassò un poco il volume della musica, però non poté spegnerla del tutto perché era appunto domenica e avevano già le prenotazioni per il corso di pilates. Cioè, gli stabilimenti lavorano solo d’estate, giugno luglio agosto, e le domeniche sono solo 12. Ognuno ha le sue ragioni, a criticare col portafoglio degli altri siamo bravi tutti.
Vigili del fuoco, uomini della protezione civile, alcuni dipendenti dell’azienda della nettezza urbana con contratto a tempo determinato e poi naturalmente poliziotti carabinieri eccetera. Erano loro a dover raccogliere i cadaveri e a infilarli nei sacchi, mentre i bagnanti stavano là con l’acqua all’altezza dell’ombelico, fermi immobili a godersi lo spettacolo per non dire di quelli affacciati alle ringhiere degli stabilimenti.
Ad un certo punto fu proprio lui (lui Rocco Stevens) ad incazzarsi di brutto col comandante della capitaneria di porto. Cioè, era una cosa insopportabile: loro lì a ripescare gli annegati e le moto d’acqua avanti e indietro a sollevare onde e schiuma di cadavere. E che cazzo, gli disse, almeno fate un cordone di motovedette, gommoni, che ne so quello che avete, pure i canotti se serve! Insomma non è possibile che uno sta lì ad un metro da un africano in decomposizione e un coglione che si deve divertire per forza te lo fa sbattere addosso che pare un film dell’orrore.
A uno per poco non l’arrestarono. Siccome non voleva smetterla cominciò a dire il diritto di cronaca qua il diritto di cronaca là, e tutto perché voleva scattare fotografie col cellulare, figuratevi. Leggono le cose sui giornali e manco capiscono il significato: vieni a pescare i morti, coglione, e vedrai che meraviglia il diritto di cronaca. Peccato non l’abbiano arrestato veramente.
Si perde la fiducia nell’umanità. Già ne ha poca, uno che fa il mestiere suo (suo di Rocco Stevens), nel senso che per un poliziotto fidarsi è bene ma non fidarsi eccetera. Questa però è una cosa più interiore, di quelle che strappi il vangelo e con le pagine ci fai gli aeroplanini di carta. Uno schifo, va, tutte quelle panze bianche, gli ombrelloni a spicchi, i pedalò e loro invece costretti a fare i beccamorti.
Pure adesso, voglio dire. Il vescovo che continua a vagheggiare e la puzza di cadavere che solfeggia l’atmosfera e un caldo che farebbe diventare stitiche le anime dei santi. E gli unici a far finta di ascoltare sono sempre loro: poliziotti vigili eccetera.
Anche i giornalisti, cioè, una foto qui una là, un paio di appunti e via, quanto mi piacerebbe vederli dritti sull’attenti senza manco potersi grattare. Cioè, mi piacerebbe veramente perché intanto che loro scrivono e predicano che al confronto il vescovo è un dilettante, Rocco Stevens e compagnia diventano cretini: un giorno ci ordinano di ributtare a mare gli sbarcati un altro dobbiamo portarli a terra ma solo se sono morti, e siccome coi defunti non si sa perché bisogna essere più indulgenti dobbiamo stare sull’attenti sotto il sole la pioggia e la merda di gabbiano. Cioè, dico io: ad essere rigorosamente, aritmeticamente e geometricamente sinceri, non sarebbe meglio essere indulgenti direttamente coi vivi? Solo solo per risparmiarsi la parte da cretini.
Una caldo allucinante il vescovo che con tutto il rispetto se la stramena in pubblico l’imam siculo-maomettano che annaspa mentre un carabiniere cattolico romanista lo sventola col corriere dello sport i giornalisti eccitati dall’evaporazione dei cadaveri e noi in divisa a fare le belle statuine.
Onestamente, quando i gabbiani trovano la strada e si strafogano a centinaia sotto al tendone che sembrano pipistrelli di venti chili e proprio non hanno paura dell’uomo e si mettono a beccare le casse da morto, e tutti dico tutti scappiamo gridacchiando, onestamente per noi in divisa è un specie di sollievo. Almeno il sangue torna a circolare e i piedi gonfi di caldo sentitamente ringraziano. Non dovrei dirlo ma il primo è lui (lui Rocco Stevens) a scappare via ridendo che pare un bambino. Saltella, proprio, e fa “uuuuuuuh uuuuuuuh” e ride come uno scemo. Meno male che tutti pensano a scappare e nessuno se ne accorge. Meno male vero, va.
mercoledì 7 agosto 2013
Berlusconi e l'aria fritta
Una gigantesca nube d’aria fritta ammorba i cieli dell’Europa.
Viene dall’Italia, sospinta da venti africani. Quel che resta di Silvio Berlusconi brucia lentamente: una mistura nauseabonda di lardo, cerone, tintura per capelli, l’incenso e l’acqua santa con cui copriva il profumo pesante delle bagasce, olio crismale, botox e viagra.
Intellettuali soi-disant liberali alimentano il fuoco gettando in fretta nel braciere tutte le stronzate che hanno scritto negli ultimi 20 anni. Le paraculate, gli spericolati sofismi, il cerchiobottismo opportunista, il gattopardismo di seconda mano con cui hanno difeso l’indifendibile.
Rivolgono al fu Silvio l’ultima preghiera (o forse la penultima, chi lo sa), supplicandolo di farsi da parte. Gli danno consigli da servi: per il suo bene. Vuoi la riforma della giustizia? Allora non pretenderla in maniera così gridata e smaccata, continua a sostenere il governo delle larghe intese e se son rose fioriranno. Lo ha scritto, con meno anacoluti e più prudenza, il direttore del Corriere della sera il 3 di agosto. Invece di dirgli semplicemente: sei un delinquente prego accomodati.
Oppure indulgono nella perversione preferita dagli italiani. Il provincialismo. Con che goduria i maggiori quotidiani hanno ripreso i titoli dei media internazionali. E tutti a dire (italiani e forestieri) che solo da noi possono succedere certe cose.
Essendo in realtà incapaci di flagellarci da soli lasciamo che siano gli altri a farlo. A ci piace assai. Dimmi che sono un porco, dimmi che sono una troia. E’ così che funziona: nessuna perversione può dare piacere se non si abbina e combina con la consapevolezza del peccato.
Perché il gioco erotico funzioni occorre, è ovvio, un modello di purezza. Uno stereotipo d’onestà virginale da contrapporre allo stereotipo della nostra sozzura. Per noi italioti, questo modello è rappresentato dall’Europa. Dalle mitiche classi dirigenti europee.
Ve l’immaginate un Berlusconi in Francia o in Gran Bretagna o in Germania? L’avrebbero già mandato via a calci. Tutto vero. Sacrosanto. Perfino scontato. Talmente scontato che puzza d’aria fritta.
Viene voglia di dare testate al muro.
Santo Dio, come si fa a non vederlo? A non dirlo? A non urlarlo a pieni polmoni?
Volete sapere la vera, sostanziale differenza tra l’Italia e i paesi europei che amiamo prendere a modello? Tra Berlusconi e i leader politici di codesti paesi? L’onestà? Ma fatemi il piacere!
Dal dopoguerra ad oggi, mai l’Europa ha avuto una classe politica più corrotta dell’attuale. L’Europa, non soltanto l’Italia. Hanno venduto l’anima dell’Europa, di ciò che l’Europa avrebbe potuto e dovuto essere, ai delinquenti della finanza.
Chi, esattamente, dovrebbe farci la morale? David Cameron o i suoi predecessori Tony Blair e Gordon Brown, che hanno trasformato la Gran Bretagna nel più grande paradiso fiscale d’Europa?
Nicolas Sarkozy, l’uomo che festeggiò la sua prima elezione sullo yacht del finanziere Vincent Bolloré?
La presidentessa del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, che al summenzionato Sarkozy scriveva lettere degne della Santanchè (Nota 1) e che da ministro delle Finanze elargì quel petit Berlusconì di Bernard Tapie della bellezza di 400 milioni di euro (pubblici) a compensazione delle sue presunte disgrazie? (Nota 2)
L’attuale president Francois Hollande, beccato con i pantaloni abbassati nel bel mezzo delle sue tirate contro i ricchi che non pagano le tasse, quando si scoprì che il suo ministro delle Finanze e il tesoriere della sua campagna elettorale avevano entrambi conti in banca alle isole Cayman? (Nota 3) Dall’Olanda, tanto occhiuta quando si tratta di giudicare i conti pubblici altrui quanto dimentica del proprio ruolo di paradiso fiscale? (Nota 4)
Il Financial Times? Ah ah ah!
Il gruppo editoriale proprietario del Financial Times (e dell’Economist) si chiama Pearson plc. Traduco da “The Great Tax Robbery. How Britain became a tax haven” (La grande rapina delle tasse. Come la Gran Bretagna divenne un paradiso fiscale) di Richard Brooks, edito da Oneworld.
“Nel novembre 2009 una lettera della Pricewaterhouse Cooper al fisco lussemburghese rivelò che il gruppo voleva investire 587 milioni di dollari negli Stati uniti, nel settore dei libri didattici, inizialmente attraverso uno schema in cui una compagnia britannica chiamata Embankment Finance LTD (EFL) avrebbe costituito una filiale in Lussemburgo. La EFL di Londra avrebbe trasferito i soldi alla sua filiale lussemburghese, che li avrebbe poi investiti in un’altra società del granducato, chiamata Pearson Luxembourg Nr. 2 srl, in cambio di azioni di quest’ultima compagnia. La Pearson Luxembourg Nr. 2 srl., a sua volta, avrebbe prestato i soldi a un’altra società lussemburghese, FBH, che a sua volta li avrebbe reinvestiti per il business americano”.
Vi gira la testa? Non preoccupatevi, non è colpa vostra. Lo scopo era proprio questo: far girare la testa alle agenzie delle entrate inglesi e americane e non pagare le tasse. L’autore del libro da cui ho tratto questo passo, Richard Brooks, è andato a visitare la sede della filiale lussemburghese dell’editore del Financial Times, al numero 17 della Rue Glesener. Traduco: “La sede legale era una stanza sopra un negozio d’articoli sportivi dalle parti della stazione centrale di Città del Lussemburgo. Vi potei accedere solo dopo numerose violazioni di domicilio fatte invocando l’interesse pubblico, in cima ad una rampa di scale scarsamente illuminate, dove il nome di uno dei maggiori gruppi editoriali del mondo si trovava in un foglio di carta in formato A3 insieme ad altre 17 società, attaccato con delle puntine da disegno ad una di quelle bacheche che di solito si trovano nelle case degli studenti. Ovviamente non era stata messa lì per essere vista da qualche estraneo, tanto è vero che quando bussai alla porta non mi accolsero voci di benvenuto. “Com’è arrivato fin qui? Chi le ha aperto la porta?” abbaiò lo scozzese che gestiva la CPC Business Services srl, una delle centinaia di società per la gestione di servizi finanziari che fanno il loro remunerativo lavoro nei sottoscala lussemburghesi. Nella fattispecie responsabile, a quanto pare, di sbrigare le scartoffie della casa editrice del Financial Times”.
Tutti i giornali italiani che hanno pubblicato l’editoriale del Financial Times che dava del buffone a Berlusconi, condannato per evasione fiscale, dovrebbero altresì pubblicare queste righe. Solo solo per completezza d’informazione.
Non difendo Berlusconi. Solo i suoi cortigiani mi fanno più ribrezzo di lui. Difendo il mio essere italiano. Difendo la mia storia, la mia cultura, le mie radici. E come Francesco De Gregori, anch’io ho avuto i miei due minuti di berlusconismo: quando ho visto Sarkozy e la Merkel sbeffeggiarlo. Sarkozy e la Merkel, capite? Non esattamente De Gaulle e Adenauer.
E allora qual è la differenza tra Berlusconi e gli altri leader europei? Solo una. Una soltanto.
Berlusconi è un corruttore. Gli altri sono dei corrotti. Tutto il resto è aria fritta.
Nota 1: http://www.lemonde.fr/societe/article/2013/06/17/la-lettre-d-allegeance-de-christine-lagarde-a-nicolas-sarkozy_3431248_3224.html
Nota 2: http://www.lemonde.fr/societe/article/2013/05/23/affaire-lagarde-tapie-si-vous-avez-manque-un-episode_3415548_3224.html
Nota 3: http://www.theguardian.com/world/2013/apr/03/french-tax-fraud-hollande?guni=Article:in%20body%20link
Nota 4: http://www.ft.com/cms/s/2/5a9f0780-a6bc-11e2-885b-00144feabdc0.html#axzz2RqdcNipn
Viene dall’Italia, sospinta da venti africani. Quel che resta di Silvio Berlusconi brucia lentamente: una mistura nauseabonda di lardo, cerone, tintura per capelli, l’incenso e l’acqua santa con cui copriva il profumo pesante delle bagasce, olio crismale, botox e viagra.
Intellettuali soi-disant liberali alimentano il fuoco gettando in fretta nel braciere tutte le stronzate che hanno scritto negli ultimi 20 anni. Le paraculate, gli spericolati sofismi, il cerchiobottismo opportunista, il gattopardismo di seconda mano con cui hanno difeso l’indifendibile.
Rivolgono al fu Silvio l’ultima preghiera (o forse la penultima, chi lo sa), supplicandolo di farsi da parte. Gli danno consigli da servi: per il suo bene. Vuoi la riforma della giustizia? Allora non pretenderla in maniera così gridata e smaccata, continua a sostenere il governo delle larghe intese e se son rose fioriranno. Lo ha scritto, con meno anacoluti e più prudenza, il direttore del Corriere della sera il 3 di agosto. Invece di dirgli semplicemente: sei un delinquente prego accomodati.
Oppure indulgono nella perversione preferita dagli italiani. Il provincialismo. Con che goduria i maggiori quotidiani hanno ripreso i titoli dei media internazionali. E tutti a dire (italiani e forestieri) che solo da noi possono succedere certe cose.
Essendo in realtà incapaci di flagellarci da soli lasciamo che siano gli altri a farlo. A ci piace assai. Dimmi che sono un porco, dimmi che sono una troia. E’ così che funziona: nessuna perversione può dare piacere se non si abbina e combina con la consapevolezza del peccato.
Perché il gioco erotico funzioni occorre, è ovvio, un modello di purezza. Uno stereotipo d’onestà virginale da contrapporre allo stereotipo della nostra sozzura. Per noi italioti, questo modello è rappresentato dall’Europa. Dalle mitiche classi dirigenti europee.
Ve l’immaginate un Berlusconi in Francia o in Gran Bretagna o in Germania? L’avrebbero già mandato via a calci. Tutto vero. Sacrosanto. Perfino scontato. Talmente scontato che puzza d’aria fritta.
Viene voglia di dare testate al muro.
Santo Dio, come si fa a non vederlo? A non dirlo? A non urlarlo a pieni polmoni?
Volete sapere la vera, sostanziale differenza tra l’Italia e i paesi europei che amiamo prendere a modello? Tra Berlusconi e i leader politici di codesti paesi? L’onestà? Ma fatemi il piacere!
Dal dopoguerra ad oggi, mai l’Europa ha avuto una classe politica più corrotta dell’attuale. L’Europa, non soltanto l’Italia. Hanno venduto l’anima dell’Europa, di ciò che l’Europa avrebbe potuto e dovuto essere, ai delinquenti della finanza.
Chi, esattamente, dovrebbe farci la morale? David Cameron o i suoi predecessori Tony Blair e Gordon Brown, che hanno trasformato la Gran Bretagna nel più grande paradiso fiscale d’Europa?
Nicolas Sarkozy, l’uomo che festeggiò la sua prima elezione sullo yacht del finanziere Vincent Bolloré?
La presidentessa del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, che al summenzionato Sarkozy scriveva lettere degne della Santanchè (Nota 1) e che da ministro delle Finanze elargì quel petit Berlusconì di Bernard Tapie della bellezza di 400 milioni di euro (pubblici) a compensazione delle sue presunte disgrazie? (Nota 2)
L’attuale president Francois Hollande, beccato con i pantaloni abbassati nel bel mezzo delle sue tirate contro i ricchi che non pagano le tasse, quando si scoprì che il suo ministro delle Finanze e il tesoriere della sua campagna elettorale avevano entrambi conti in banca alle isole Cayman? (Nota 3) Dall’Olanda, tanto occhiuta quando si tratta di giudicare i conti pubblici altrui quanto dimentica del proprio ruolo di paradiso fiscale? (Nota 4)
Il Financial Times? Ah ah ah!
Il gruppo editoriale proprietario del Financial Times (e dell’Economist) si chiama Pearson plc. Traduco da “The Great Tax Robbery. How Britain became a tax haven” (La grande rapina delle tasse. Come la Gran Bretagna divenne un paradiso fiscale) di Richard Brooks, edito da Oneworld.
“Nel novembre 2009 una lettera della Pricewaterhouse Cooper al fisco lussemburghese rivelò che il gruppo voleva investire 587 milioni di dollari negli Stati uniti, nel settore dei libri didattici, inizialmente attraverso uno schema in cui una compagnia britannica chiamata Embankment Finance LTD (EFL) avrebbe costituito una filiale in Lussemburgo. La EFL di Londra avrebbe trasferito i soldi alla sua filiale lussemburghese, che li avrebbe poi investiti in un’altra società del granducato, chiamata Pearson Luxembourg Nr. 2 srl, in cambio di azioni di quest’ultima compagnia. La Pearson Luxembourg Nr. 2 srl., a sua volta, avrebbe prestato i soldi a un’altra società lussemburghese, FBH, che a sua volta li avrebbe reinvestiti per il business americano”.
Vi gira la testa? Non preoccupatevi, non è colpa vostra. Lo scopo era proprio questo: far girare la testa alle agenzie delle entrate inglesi e americane e non pagare le tasse. L’autore del libro da cui ho tratto questo passo, Richard Brooks, è andato a visitare la sede della filiale lussemburghese dell’editore del Financial Times, al numero 17 della Rue Glesener. Traduco: “La sede legale era una stanza sopra un negozio d’articoli sportivi dalle parti della stazione centrale di Città del Lussemburgo. Vi potei accedere solo dopo numerose violazioni di domicilio fatte invocando l’interesse pubblico, in cima ad una rampa di scale scarsamente illuminate, dove il nome di uno dei maggiori gruppi editoriali del mondo si trovava in un foglio di carta in formato A3 insieme ad altre 17 società, attaccato con delle puntine da disegno ad una di quelle bacheche che di solito si trovano nelle case degli studenti. Ovviamente non era stata messa lì per essere vista da qualche estraneo, tanto è vero che quando bussai alla porta non mi accolsero voci di benvenuto. “Com’è arrivato fin qui? Chi le ha aperto la porta?” abbaiò lo scozzese che gestiva la CPC Business Services srl, una delle centinaia di società per la gestione di servizi finanziari che fanno il loro remunerativo lavoro nei sottoscala lussemburghesi. Nella fattispecie responsabile, a quanto pare, di sbrigare le scartoffie della casa editrice del Financial Times”.
Tutti i giornali italiani che hanno pubblicato l’editoriale del Financial Times che dava del buffone a Berlusconi, condannato per evasione fiscale, dovrebbero altresì pubblicare queste righe. Solo solo per completezza d’informazione.
Non difendo Berlusconi. Solo i suoi cortigiani mi fanno più ribrezzo di lui. Difendo il mio essere italiano. Difendo la mia storia, la mia cultura, le mie radici. E come Francesco De Gregori, anch’io ho avuto i miei due minuti di berlusconismo: quando ho visto Sarkozy e la Merkel sbeffeggiarlo. Sarkozy e la Merkel, capite? Non esattamente De Gaulle e Adenauer.
E allora qual è la differenza tra Berlusconi e gli altri leader europei? Solo una. Una soltanto.
Berlusconi è un corruttore. Gli altri sono dei corrotti. Tutto il resto è aria fritta.
Nota 1: http://www.lemonde.fr/societe/article/2013/06/17/la-lettre-d-allegeance-de-christine-lagarde-a-nicolas-sarkozy_3431248_3224.html
Nota 2: http://www.lemonde.fr/societe/article/2013/05/23/affaire-lagarde-tapie-si-vous-avez-manque-un-episode_3415548_3224.html
Nota 3: http://www.theguardian.com/world/2013/apr/03/french-tax-fraud-hollande?guni=Article:in%20body%20link
Nota 4: http://www.ft.com/cms/s/2/5a9f0780-a6bc-11e2-885b-00144feabdc0.html#axzz2RqdcNipn
domenica 21 aprile 2013
Beppe Grillo, perché ce l'hai con me?
Personalmente, io non ho niente contro Beppe Grillo. Semmai è lui che ce l’ha con me. Il mio problema è che in passato ho fatto politica. Sono stato addirittura consigliere comunale. E per questo sono stato mandato a fare in culo. Insieme a tutti gli altri. Nel mucchio. Per quale motivo dovrei votare per qualcuno che, a parti invertite, non voterebbe mai per me? Perché dovrei accordare la mia fiducia a chi non si fida di me? La politica attiva, per quanto mi riguarda, è una pagina chiusa. Non ricordo neppure quando è stata l’ultima volta che sono andato a votare. Quest’anno però avrei votato. Per Bersani. Non per passione. Per umana simpatia. Non l’ho fatto soltanto perché sono residente all’estero, e avevo dimenticato di comunicare al consolato che nel frattempo avevo cambiato indirizzo. Però Bersani mi sta ancora simpatico. Malgrado tutto quello che è successo. Molta gente che l’ha votato, oggi gli sputa addosso. Io che non l’ho fatto invece lo difendo. Bersani è la vittima di un paese senza classe dirigente. E’ anche colpa sua, certo, se l’Italia non ha una classe dirigente. Ma è per questo che mi è doppiamente simpatico. Perché è una figura tragica. Beppe Grillo, invece, è un opportunista. Ha vampirizzato un tessuto di associazioni e movimenti attivi in tutta Italia, mettendo a disposizione uno strumento mediatico che permettesse loro di entrare in contatto. Ha messo assieme le loro battaglie, dal referendum contro la privatizzazione delle reti idriche al movimento no-Tav, miscelando il tutto con dosi massicce di antipolitica. In questo modo ha preso i voti della sinistra e ha fatto man bassa del qualunquismo di destra. Si batte per il salario minimo per tutti i disoccupati e nello stesso tempo contro il fisco. Come se i soldi per i disoccupati dovessero venire da Marte. Ha perfino proposto di trovare questi soldi togliendoli alla cassa integrazione. Io proprio non riesco ad immaginare una cosa più di destra di così. Per metterla giù facile, dice cose a cazzo. Come tutti i politici, per carità. E’ il motivo per cui non voto da anni. Lui però pretende di non essere un politico. Fa propaganda ma si vanta di non farla. Ha preso il 25 per cento dei voti ma sostiene di parlare per tutti. Pure per quelli che non l’hanno votato. Pure per me. Messo in difficoltà dall’elezione di Grasso e Boldrini, votati anche da alcuni dei suoi, ha tirato fuori dal cilindro la candidatura di Rodotà alla presidenza della Repubblica e ha ripagato il PD con la stessa moneta. E qualcuno, nel PD, c’è cascato. Rodotà è una grandissima persona e un grande intellettuale. Sono cresciuto leggendo i suoi articoli, negli anni in cui Beppe Grillo gli preferiva Pippo Baudo. Però è un anticlericale come pochi. Beppe Grillo sapeva benissimo che l’area cattolica del PD non l’avrebbe mai votato. E’ per questo che l’ha scelto. Abile mossa, per carità, com’era stata abile la mossa di Bersani nel candidare Grasso e Boldrini. Mosse tattico-politiche, tanto l’una quanto l’altra. E’ un gioco, il suo, che può durare solo fino a quando rimane all’opposizione. Per governare deve allearsi con qualcuno. Se lo fa con la sinistra perde l’elettorato di destra, e viceversa se si allea con la destra. Per questo sta facendo di tutto perché PD e PDL facciano il cosiddetto governissimo. Non mi scandalizzo. E’ una tattica politica come tante altre. Ma non è nient’altro che questo: tattica politica. Una fra le tante. Beppe Grillo, sei un politicante. L’ennesimo politicante di cui il nostro Paese non aveva proprio bisogno. L’Italia non aveva bisogno dell’ennesimo partito. Di Vito Crimi o della Lombardi. L’Italia aveva bisogno di movimenti e associazioni presenti sul territorio, e tu le hai usate e strumentalizzate per costruirti il tuo partitino. Bravo. Bella mossa. Però a me sta più simpatico Bersani. Adoro la sua assoluta mancanza di carisma. Il suo disperato tentativo di galleggiare tra i baciapile e Nichi Vendola. La sua consapevolezza che l’Italia è l’ultima ruota del carro tra i paesi occidentali, e che se un giorno Barack Obama dovesse decidere di invadere… che ne so… la Slovacchia, noi saremmo costretti ad andargli appresso. Bersani mi piace perché davvero non sa che minchia fare. Perché se dice una cosa di sinistra, tipo che quello che serve è più stato e meno mercato, lo spread schizza a livelli himalaiani. Se invece si sbilancia troppo a destra gli scappa via l’elettorato. E così sta zitto, e prende sberle da destra e da sinistra. Caro Bersani, se hai bisogno di qualcuno che ti raccomandi per trovare un lavoro a Londra, fammelo sapere. Beppe Grillo no. Lui non ha bisogno d’aiuto, è uno che cade sempre in piedi. E’ passato da Pippo Baudo a vittima del sistema, da castigatore delle multinazionali (tra parentesi, l’unico Beppe Grillo che mi sia mai piaciuto) ad antipolitico di professione. A lui non lo raccomando. Manco morto. Lui mi dà fastidio perfino più di Angelino Alfano. Perché che Alfano dica minchiate è scontato. Si sa. Quando Gasparri dice qualcosa, o la Finocchiaro, nessuno davvero ci crede. Beppe Grillo invece, tra i suoi seguaci, gode ancora di un credito infinito. Ragazzi, svegliatevi. Prima che sia troppo tardi. Beppe Grillo è un politicante. Piglia voti a destra e a sinistra come solo i peggiori politicanti sanno fare. Beppe Grillo è l’uomo che ha mandato a fare in culo Bersani quando Bersani, all’indomani del voto, avrebbe fatto di tutto per allearsi con lui. Pur di fare un governo. E lo ha fatto per puntare allo sfascio, per costringere il PD ad allearsi col centrodestra e poi dire “avete visto sono tutti uguali” e lucrare un 3 per cento di voti in più alle prossime elezioni. Come un politicante qualsiasi.
sabato 9 marzo 2013
Il paese dei però
L’Italia è diventata il paese dei però.
Il PD ha vinto le elezioni però le ha perse. Berlusconi è stato abbandonato da metà dei suoi elettori però dicono abbia vinto. Bebbe Grillo ha addirittura trionfato, però non vuole governare (lui è un voyeur: gli piace guardare gli altri che lo fanno).
Mario Monti ha perso. Su questo non ci sono dubbi. Però non se ne parla. Non abbastanza, per lo meno.
Soprattutto, non si parla di quanto la sua candidatura abbia inciso sull’esito del voto.
La ragione sociale del “montiani” era chiara: non consentire al PD di vincere le elezioni. Direttamente, sottraendogli una parte dell’elettorato cosiddetto “moderato”. Indirettamente, fornendo una sponda all’UDC per evitare un accordo tra Casini e Bersani.
Azzoppato il PD, ecco che Monti sarebbe diventato l’ago della bilancia. Una strategia vista di buon occhio dalle cancellerie europee, dal PPE e da una parte dell’establishment italiano: Montezemolo, il Corriere della sera, parte del mondo bancario.
Un establishment che (lo ha dimostrato il voto) non conosce il Paese che pretende di guidare, e che però controlla una parte significativa dei mezzi d’informazione.
Rimarcare il grossolano errore di calcolo di Monti, denunciarne l’irresponsabilità, sottolineare il ruolo che ha avuto nell’avvitamento della crisi politica italiana, vorrebbe dire non solo criticare Monti ma sconfessare se stessi. Per cui è meglio glissare, o dar la colpa a Bersani o a Grillo o al popolo italiano.
Il Porcellum, l’onda montante dell’antipolitica, la crisi economica. Tutti fattori che hanno avuto il loro peso e che però si conoscevano già prima del voto, e che una classe dirigente degna di questo nome avrebbe dovuto ponderare prima di mettersi a scherzare col fuoco.
La borghesia italiana ha un lunga tradizione di inettitudine. Non è mai stata capace di farsi classe dirigente e ha di volta in volta delegato a fior di delinquenti il lavoro sporco: Mussolini, la DC, Berlusconi. La candidatura di Monti è la dimostrazione che quando prova a fare da sé riesce solo a combinare disastri.
La verità è che l’ingovernabilità era l’obiettivo primario di Mario Monti, di Montezemolo e del Corriere della sera. Bisognava far venire Bersani e Vendola a più miti consigli. Costringerli ad un accordo con loro. Garantirsi per sé e per gli amici una bella fetta del patrimonio pubblico che si vorrebbe privatizzare per pagare i debiti del Paese.
Si sono fermati a metà strada. Il paese è ingovernabile, però l’ago della bilancia s’è perso nel pagliaio.
Oggi queste stesse persono fanno appello al “senso di responsabilità” delle forse politiche. Quel senso di responsabilità che loro per primi hanno gettato alle ortiche per meschini calcoli di bottega.
Avessero almeno la decenza di tacere.
giovedì 8 dicembre 2011
Quando Gabriella Carlucci salvò il mondo
Chi salverà l’euro dai suoi salvatori?
Guaritori, cerusici e sciamani si affollano da mesi attorno al capezzale del moribondo, dividendosi più o meno in tre gruppuscoli.
C’è chi sostiene che per salvare l’euro bisogna amputare le estremità in cancrena, dando vita di fatto ad una nuova lega anseatica aperta alla Francia (finché dura).
C’è chi sostiene che la Banca Centrale Europea o chi per lei dovrebbe garantire per l’intero debito pubblico europeo. Se le difficoltà dell’Italia (per esempio) spaventano i possibili acquirenti dei BOT, la garanzia che al rimborso penserà l’Unione Europea dovrebbe tranquillizzarli. In cambio, occhiuti ragionieri tedeschi passeranno al setaccio la spesa pubblica dei paesi “spendaccioni”, di fatto commissariandoli.
Non avendo ancora capito se pendere di qua o di là, i politici europei si limitano a stare seduti sulla riva del fiume, facendo pagare il pedaggio ai cadaveri trascinati dalla corrente. Quando c’è da rimborsare i debiti, si sa, non si guarda troppo per il sottile.
Sembra che alla radice ci sia un difetto genetico. L’euro sarebbe nato con una sola gamba. E’ una moneta unica che ha lo stesso valore in 17 paesi, ma questi 17 paesi hanno ciascuno una diversa politica economica e differenti regimi fiscali. Gli Stati uniti, per esempio, sono peggio indebitati di noi europei, ma nessuno si permette di attaccare il dollaro.
Se qualcuno si azzardasse a pretendere interessi troppo elevati sui buoni del tesoro americani, con un tratto di penna la Federal Reserve potrebbe stampare dollari à gogo per svalutarne il valore. Mi hai prestato i tuoi soldi quando il dollaro valeva dieci, te li restituisco adesso che vale sei. E grazie per il disturbo.
In Europa non si può. Svalutare l’euro può convenire oggi all’Italia ma non alla Germania; domani potrebbe convenire alla Francia ma non al Lussemburgo e così via. Per capire cosa questo significhi non c’è bisogno di una laurea in economia. Basta avere partecipato ad una riunione condominiale.
C’è chi i castelli li costruisce con la sabbia, chi lo fa con le banconote. Con una differenza: la sabbia è molto più affidabile.
Pensate davvero che basti un po’ d’ingegneria monetaria per risolvere i problemi dell’economia? Che il mondo sia in recessione per colpa dell’euro, la cui salvezza a sua volta dipende dall’Italia?
E’ quello che qualche giorno fa ha dichiarato la Merkel: “Il destino dell’euro è nelle mani dell’Italia”.
E’ davvero così? Davvero le sorti dell’euro e dunque del mondo dipendono dall’innalzamento dell’età pensionabile degli italiani o dall’introduzione del pedaggio sulla Salerno – Reggio Calabria?
Vi ricordate gli ultimi giorni del governo Berlusconi? Il Time pubblicò un’ormai celebre copertina con la foto del Berlusca e un titolo che diceva: “L’uomo che sta dietro la più pericolosa economia del mondo”.
Trovai davvero divertente quella copertina, che riassumeva il pensiero di gran parte delle cancellerie mondiali. Mi divertì perché in quegli stessi giorni i giornali italiani erano in piena fibrillazione per il toto-sfiducia, e sembrò ad un certo punto che le sorti del governo dipendessero da Gabriella Carlucci.
Il sillogismo che ne risultava era il seguente: se le sorti del mondo dipendono dalla cacciata di Berlusconi e se la cacciata di Berlusconi dipende dal voto di Gabriella Carlucci, ergo le sorti del mondo dipendono da Gabriella Carlucci.
*****
A stupire, in tutto questo, è l’ipocrisia.
Il debito pubblico italiano è di circa un miliardo e 880 milioni di euro. In dollari fa più o meno 2 miliardi e mezzo.
In giro per il mondo ci sono 220 miliardi di miliardi di asset finanziari, 150 dei quali sotto forma di debiti (centocinquanta miliardi di miliardi).
Il prodotto interno lordo di tutti i paesi del pianeta supera di poco i 50 miliardi di miliardi di dollari (i dati sono tratti dall’Observer del 7 agosto 2011).
Se ci sono dei debiti ci saranno anche dei crediti, naturalmente, il che significa che se i creditori andassero tutti insieme all’incasso l’intero pianeta non basterebbe a ripagarli. Oltre alla Terra bisognerebbe dar loro Venere e Marte.
Rendo l’idea?
La sfida che oppone oggi gli abitanti della Terra (e di Venere e di Marte, se esistono) è quella di sgominare la banda di usurai che li tengono in ostaggio.
Nel 1850 Karl Marx scrisse “Le lotte di classe in Francia tra il 1848 e il 1850”. In un passo sembra di leggere una cronaca contemporanea: “Il disavanzo dello Stato era infatti il vero e proprio oggetto della sua speculazione e la fonte principale dell’arricchimento [dell’aristocrazia finanziaria]. Ogni anno un nuovo disavanzo. Dopo quattro o cinque anni un nuovo prestito offriva all'aristocrazia finanziaria una nuova occasione di truffare lo Stato che, mantenuto artificiosamente sull'orlo della bancarotta, era costretto a contrattare coi banchieri alle condizioni più sfavorevoli”.
Come sia stato possibile che questo accadesse, ovvero che gli Stati del pianeta divenissero ostaggio di una “aristocrazia finanziaria” che oggi non è più solo francese ma mondiale, è noto a tutti. Liberalizzazioni, eliminazione di ogni controllo sulle attività finanziarie, smantellamento sistematico dei diritti sindacali, tagli alla spesa pubblica, politica economica ceduta al mercato con delega in bianco.
Tutto questo ha significato la più colossale redistribuzione del reddito della storia dell’umanità [Vedi nota 1]. Una redistribuzione al contrario, però, che ha tolto ai poveri per dare ai ricchi.
Negli Stati uniti, per esempio, dove tutto è cominciato, tra il 1979 e il 2009 l’1% più ricco della popolazione ha visto crescere i propri redditi del 275%. Il quinto più povero della popolazione del 18% (The New York Times del 26 ottobre 2011).
Per capire la differenza, tra il 1947 e il 1979 il quinto più povero della popolazione aveva visto crescere i propri redditi del 122%.
In Gran Bretagna, tra il 1999 e il 2009 (coi laburisti al governo) il decimo più ricco della popolazione ha visto aumentare la propria ricchezza del 37%. Quello più povero l’ha vista crollare del 12% (The Guardian del 7 novembre 2011).
Quel che è peggio, quando nel 2008 la favola del mercato-più-efficiente-degli-stati s’è rivelata clamorosamente falsa, i molto presunti discepoli di Adam Smith si sono trasformati in un secondo in difensori della mano pubblica. Purché la mano pubblica venisse in soccorso dei loro bilanci falsi.
Il risultato è stato l’esplosione del debito pubblico degli Stati.
Le cure suggerite dagli esperti?
Nuovi tagli, nuova riduzione del potere d’acquisto delle classi medie e medio basse, nuove privatizzazioni. Che inevitabilmente ridurranno le entrate degli Stati e di conseguenza li costringeranno a fare nuovi debiti. La redistribuzione al contrario continua. Come se nulla fosse successo.
Oggi si parla, in Italia, di aumentare ancora l’età pensionabile. Non entro nel merito, e tra un po’ vi dirò perché.
Non c’è un governo del pianeta che non si dica preoccupato per le sorti dei giovani. Questi poveri giovani, che fra 40 rischiano di non avere una pensione per colpa dell’egoismo dei loro nonni e dei loro genitori!
Sono gli stessi governi, badate bene, che quando si tratta di discutere del cambiamento climatico (come adesso, a Durban) dicono che in tempi di crisi è meglio pensare al presente. Che non si può ostacolare l’economia in nome di un incerto futuro.
Come sono strani, i governanti del mondo: si preoccupano che i loro nipoti abbiano una pensione ma non si curano affatto del pianeta che toccherà loro in sorte!
Per questo dico che non ho nessuna voglia di discutere se il sistema previdenziale italiano, dalla cui riforma sembra dipendano le sorti dell’economia mondiale, debba essere contributivo, ad angolo retto o con lo scappellamento a destra.
In un mondo così ingiusto, in cui la menzogna sistematica diventa verità, in cui la mano pubblica è moralmente accettabile solo se serve a salvare i ricchi, penso che ognuno debba difendere il proprio. Con le unghie e con i denti.
Quando la Merkel ha provato a suggerire l’introduzione di una tassa dello 0,01 per cento (ripeto: zero virgola zero uno per cento) i miliardari della City, qui a Londra, per poco non hanno minacciato di annegarsi nel Tamigi (o, meglio, di fare annegare i loro maggiordomi).
Se appena sfiori il loro portafogli perfino i miliardari protestano, perché non dovrebbero farlo gli operai o gli impiegati pubblici o gli arrotini o i raccoglitori abusivi di lumache?
L’interesse generale, il bene del paese, sono favole per i gonzi. Se ne potrà discutere quando parleremo di cose serie.
Fino a quel momento, per cortesia, risparmiateci le cavolate. Le sorti del mondo non dipendono affatto dall’Italia.
Né, tanto meno, da Gabriella Carlucci.
[Nota 1]
In un libro inglese “The Have and the Have Nots” (Quelli che hanno e quelli che non hanno), l’economista Branko Milanovic ha cercato di capire chi sia stata la persona più ricca mai vissuta al mondo. Come parametro ha usato il numero di connazionali il cui lavoro la persona in questione poteva o può comprare. Il risultato? L’uomo più ricco di sempre è il messicano, nonché nostro contemporaneo, Carlos Slim, che potrebbe comprarsi il lavoro di 400.000 suoi compatrioti. Il che lo fa 14 volte più ricco di Crasso e 4 volte più di Rockefeller.
Guaritori, cerusici e sciamani si affollano da mesi attorno al capezzale del moribondo, dividendosi più o meno in tre gruppuscoli.
C’è chi sostiene che per salvare l’euro bisogna amputare le estremità in cancrena, dando vita di fatto ad una nuova lega anseatica aperta alla Francia (finché dura).
C’è chi sostiene che la Banca Centrale Europea o chi per lei dovrebbe garantire per l’intero debito pubblico europeo. Se le difficoltà dell’Italia (per esempio) spaventano i possibili acquirenti dei BOT, la garanzia che al rimborso penserà l’Unione Europea dovrebbe tranquillizzarli. In cambio, occhiuti ragionieri tedeschi passeranno al setaccio la spesa pubblica dei paesi “spendaccioni”, di fatto commissariandoli.
Non avendo ancora capito se pendere di qua o di là, i politici europei si limitano a stare seduti sulla riva del fiume, facendo pagare il pedaggio ai cadaveri trascinati dalla corrente. Quando c’è da rimborsare i debiti, si sa, non si guarda troppo per il sottile.
Sembra che alla radice ci sia un difetto genetico. L’euro sarebbe nato con una sola gamba. E’ una moneta unica che ha lo stesso valore in 17 paesi, ma questi 17 paesi hanno ciascuno una diversa politica economica e differenti regimi fiscali. Gli Stati uniti, per esempio, sono peggio indebitati di noi europei, ma nessuno si permette di attaccare il dollaro.
Se qualcuno si azzardasse a pretendere interessi troppo elevati sui buoni del tesoro americani, con un tratto di penna la Federal Reserve potrebbe stampare dollari à gogo per svalutarne il valore. Mi hai prestato i tuoi soldi quando il dollaro valeva dieci, te li restituisco adesso che vale sei. E grazie per il disturbo.
In Europa non si può. Svalutare l’euro può convenire oggi all’Italia ma non alla Germania; domani potrebbe convenire alla Francia ma non al Lussemburgo e così via. Per capire cosa questo significhi non c’è bisogno di una laurea in economia. Basta avere partecipato ad una riunione condominiale.
C’è chi i castelli li costruisce con la sabbia, chi lo fa con le banconote. Con una differenza: la sabbia è molto più affidabile.
Pensate davvero che basti un po’ d’ingegneria monetaria per risolvere i problemi dell’economia? Che il mondo sia in recessione per colpa dell’euro, la cui salvezza a sua volta dipende dall’Italia?
E’ quello che qualche giorno fa ha dichiarato la Merkel: “Il destino dell’euro è nelle mani dell’Italia”.
E’ davvero così? Davvero le sorti dell’euro e dunque del mondo dipendono dall’innalzamento dell’età pensionabile degli italiani o dall’introduzione del pedaggio sulla Salerno – Reggio Calabria?
Vi ricordate gli ultimi giorni del governo Berlusconi? Il Time pubblicò un’ormai celebre copertina con la foto del Berlusca e un titolo che diceva: “L’uomo che sta dietro la più pericolosa economia del mondo”.
Trovai davvero divertente quella copertina, che riassumeva il pensiero di gran parte delle cancellerie mondiali. Mi divertì perché in quegli stessi giorni i giornali italiani erano in piena fibrillazione per il toto-sfiducia, e sembrò ad un certo punto che le sorti del governo dipendessero da Gabriella Carlucci.
Il sillogismo che ne risultava era il seguente: se le sorti del mondo dipendono dalla cacciata di Berlusconi e se la cacciata di Berlusconi dipende dal voto di Gabriella Carlucci, ergo le sorti del mondo dipendono da Gabriella Carlucci.
*****
A stupire, in tutto questo, è l’ipocrisia.
Il debito pubblico italiano è di circa un miliardo e 880 milioni di euro. In dollari fa più o meno 2 miliardi e mezzo.
In giro per il mondo ci sono 220 miliardi di miliardi di asset finanziari, 150 dei quali sotto forma di debiti (centocinquanta miliardi di miliardi).
Il prodotto interno lordo di tutti i paesi del pianeta supera di poco i 50 miliardi di miliardi di dollari (i dati sono tratti dall’Observer del 7 agosto 2011).
Se ci sono dei debiti ci saranno anche dei crediti, naturalmente, il che significa che se i creditori andassero tutti insieme all’incasso l’intero pianeta non basterebbe a ripagarli. Oltre alla Terra bisognerebbe dar loro Venere e Marte.
Rendo l’idea?
La sfida che oppone oggi gli abitanti della Terra (e di Venere e di Marte, se esistono) è quella di sgominare la banda di usurai che li tengono in ostaggio.
Nel 1850 Karl Marx scrisse “Le lotte di classe in Francia tra il 1848 e il 1850”. In un passo sembra di leggere una cronaca contemporanea: “Il disavanzo dello Stato era infatti il vero e proprio oggetto della sua speculazione e la fonte principale dell’arricchimento [dell’aristocrazia finanziaria]. Ogni anno un nuovo disavanzo. Dopo quattro o cinque anni un nuovo prestito offriva all'aristocrazia finanziaria una nuova occasione di truffare lo Stato che, mantenuto artificiosamente sull'orlo della bancarotta, era costretto a contrattare coi banchieri alle condizioni più sfavorevoli”.
Come sia stato possibile che questo accadesse, ovvero che gli Stati del pianeta divenissero ostaggio di una “aristocrazia finanziaria” che oggi non è più solo francese ma mondiale, è noto a tutti. Liberalizzazioni, eliminazione di ogni controllo sulle attività finanziarie, smantellamento sistematico dei diritti sindacali, tagli alla spesa pubblica, politica economica ceduta al mercato con delega in bianco.
Tutto questo ha significato la più colossale redistribuzione del reddito della storia dell’umanità [Vedi nota 1]. Una redistribuzione al contrario, però, che ha tolto ai poveri per dare ai ricchi.
Negli Stati uniti, per esempio, dove tutto è cominciato, tra il 1979 e il 2009 l’1% più ricco della popolazione ha visto crescere i propri redditi del 275%. Il quinto più povero della popolazione del 18% (The New York Times del 26 ottobre 2011).
Per capire la differenza, tra il 1947 e il 1979 il quinto più povero della popolazione aveva visto crescere i propri redditi del 122%.
In Gran Bretagna, tra il 1999 e il 2009 (coi laburisti al governo) il decimo più ricco della popolazione ha visto aumentare la propria ricchezza del 37%. Quello più povero l’ha vista crollare del 12% (The Guardian del 7 novembre 2011).
Quel che è peggio, quando nel 2008 la favola del mercato-più-efficiente-degli-stati s’è rivelata clamorosamente falsa, i molto presunti discepoli di Adam Smith si sono trasformati in un secondo in difensori della mano pubblica. Purché la mano pubblica venisse in soccorso dei loro bilanci falsi.
Il risultato è stato l’esplosione del debito pubblico degli Stati.
Le cure suggerite dagli esperti?
Nuovi tagli, nuova riduzione del potere d’acquisto delle classi medie e medio basse, nuove privatizzazioni. Che inevitabilmente ridurranno le entrate degli Stati e di conseguenza li costringeranno a fare nuovi debiti. La redistribuzione al contrario continua. Come se nulla fosse successo.
Oggi si parla, in Italia, di aumentare ancora l’età pensionabile. Non entro nel merito, e tra un po’ vi dirò perché.
Non c’è un governo del pianeta che non si dica preoccupato per le sorti dei giovani. Questi poveri giovani, che fra 40 rischiano di non avere una pensione per colpa dell’egoismo dei loro nonni e dei loro genitori!
Sono gli stessi governi, badate bene, che quando si tratta di discutere del cambiamento climatico (come adesso, a Durban) dicono che in tempi di crisi è meglio pensare al presente. Che non si può ostacolare l’economia in nome di un incerto futuro.
Come sono strani, i governanti del mondo: si preoccupano che i loro nipoti abbiano una pensione ma non si curano affatto del pianeta che toccherà loro in sorte!
Per questo dico che non ho nessuna voglia di discutere se il sistema previdenziale italiano, dalla cui riforma sembra dipendano le sorti dell’economia mondiale, debba essere contributivo, ad angolo retto o con lo scappellamento a destra.
In un mondo così ingiusto, in cui la menzogna sistematica diventa verità, in cui la mano pubblica è moralmente accettabile solo se serve a salvare i ricchi, penso che ognuno debba difendere il proprio. Con le unghie e con i denti.
Quando la Merkel ha provato a suggerire l’introduzione di una tassa dello 0,01 per cento (ripeto: zero virgola zero uno per cento) i miliardari della City, qui a Londra, per poco non hanno minacciato di annegarsi nel Tamigi (o, meglio, di fare annegare i loro maggiordomi).
Se appena sfiori il loro portafogli perfino i miliardari protestano, perché non dovrebbero farlo gli operai o gli impiegati pubblici o gli arrotini o i raccoglitori abusivi di lumache?
L’interesse generale, il bene del paese, sono favole per i gonzi. Se ne potrà discutere quando parleremo di cose serie.
Fino a quel momento, per cortesia, risparmiateci le cavolate. Le sorti del mondo non dipendono affatto dall’Italia.
Né, tanto meno, da Gabriella Carlucci.
[Nota 1]
In un libro inglese “The Have and the Have Nots” (Quelli che hanno e quelli che non hanno), l’economista Branko Milanovic ha cercato di capire chi sia stata la persona più ricca mai vissuta al mondo. Come parametro ha usato il numero di connazionali il cui lavoro la persona in questione poteva o può comprare. Il risultato? L’uomo più ricco di sempre è il messicano, nonché nostro contemporaneo, Carlos Slim, che potrebbe comprarsi il lavoro di 400.000 suoi compatrioti. Il che lo fa 14 volte più ricco di Crasso e 4 volte più di Rockefeller.
giovedì 14 luglio 2011
C'era una volta la democrazia
Mi chiedo sempre più spesso quali siano le priorità dei mezzi d’informazione. L’altro giorno, ad esempio, ho letto un inquietante articolo del premio Nobel per l’economia Amartya Sen.
Vi si legge: “E’ oltremodo preoccupante che i pericoli per le sorti della democrazia, che s’intrufolano dalla porta di servizio delle priorità economiche, non stiano ricevendo le attenzioni che meriterebbero” (The Guardian del 23 giugno 2011).
L’articolo continua: “E’ una questione molto seria da affrontare, e riguarda il modo in cui le democrazie europee rischiano di essere minate dal peso spaventosamente elevato delle istituzioni finanziarie e delle agenzie di rating, che oggi tengono le redini della politica in alcune parti d’Europa”.
Più avanti: “Le diagnosi delle agenzie di rating sui problemi economici non sono la voce della verità che pretendono di essere. E’ bene ricordare che il ruolo di queste agenzie nel certificare la salute finanziaria delle istituzioni economiche alla vigilia della crisi del 2008 è stato così negativamente rilevante che il Congresso degli Stati uniti discusse seriamente se non fosse il caso di farle finire sotto processo”.
Amartya Sen si riferisce al peso spropositato delle società di rating nell’influenzare le scelte di politica-economica dei governi e dei parlamenti europei. Quelle stesse agenzie che nel 2008 continuavano ad attribuire la cosiddetta tripla A, ovvero il massimo della solidità possibile, a società che di lì a minuti sarebbero praticamente fallite (non fossero state salvate dalla mano pubblica).
L’articolo dell’economista indiano traeva spunto dalla crisi greca (quella italiana non era ancora scoppiata), contestando l’efficacia delle politiche di “blood, sweat and tears” (sangue, sudore e lacrime) che fino ad oggi sembrano le uniche ad essere state proposte dai governi europei.
Quello che più mi ha colpito dell’articolo di Sen è stato il silenzio che l’ha accompagnato. Qui, sui giornali inglesi (non so neppure se in Italia sia stato tradotto).
Il rischio che i paesi europei perdano la propria autonomia a vantaggio di società private che ne dettano le decisioni, a me sembrava un argomento di cui discutere. Se non parliamo di questo, del rischio che le nostre democrazie smettano di essere tali, su cos’altro dovremmo disquisire?
Facciamo un esempio, questa volta parlando di noi. Il referendum del 12 giugno scorso ha dimostrato che la stragrande maggioranza degli italiani non vede di buon occhio le privatizzazioni dei servizi pubblici. E’ questa la loro volontà, democraticamente espressa. E invece…
E invece accade che maggioranza e opposizione parlamentari, tutti insieme “responsabilmente”, per rispondere a manovre speculative sui mercati si apprestano a procedere nella direzione opposta. Ossia prevedendo ulteriori privatizzazioni.
In questa sede non discutiamo se le privatizzazioni siano o non siano giuste. Personalmente credo siano quasi sempre sbagliate, ma non è questo il punto.
Discutiamo di una cosa più importante: di democrazia.
Il tema del referendum è, come detto, un esempio. Com’è un esempio l’Italia. I cittadini di tanti, troppi paesi si trovano e si troveranno nella stessa situazione: a non avere più alcuna voce in capitolo sul proprio futuro.
Nel pieno della tempesta monetaria, quasi tutta la stampa italiana si è appellata ai parlamentari di ogni partito perché si dimostrino “responsabili” e approvino la legge finanziaria.
Perfetto. Ma responsabili dinanzi a chi? Agli analisti della Merrill Lynch o di Fitch? A finanzieri che vivono nell’iperuranio dei loro grattacieli di vetro e cemento? A Warren Buffet? Oppure a chi li ha eletti?
E, ancora, responsabili di che?
Da quello che si vede, di avere sancito che l’Italia non è più una democrazia. E che forse l’Europa intera ha smesso di esserlo. E’ o non è un tema che dovrebbe essere all’ordine del giorno della libera stampa?
Vi si legge: “E’ oltremodo preoccupante che i pericoli per le sorti della democrazia, che s’intrufolano dalla porta di servizio delle priorità economiche, non stiano ricevendo le attenzioni che meriterebbero” (The Guardian del 23 giugno 2011).
L’articolo continua: “E’ una questione molto seria da affrontare, e riguarda il modo in cui le democrazie europee rischiano di essere minate dal peso spaventosamente elevato delle istituzioni finanziarie e delle agenzie di rating, che oggi tengono le redini della politica in alcune parti d’Europa”.
Più avanti: “Le diagnosi delle agenzie di rating sui problemi economici non sono la voce della verità che pretendono di essere. E’ bene ricordare che il ruolo di queste agenzie nel certificare la salute finanziaria delle istituzioni economiche alla vigilia della crisi del 2008 è stato così negativamente rilevante che il Congresso degli Stati uniti discusse seriamente se non fosse il caso di farle finire sotto processo”.
Amartya Sen si riferisce al peso spropositato delle società di rating nell’influenzare le scelte di politica-economica dei governi e dei parlamenti europei. Quelle stesse agenzie che nel 2008 continuavano ad attribuire la cosiddetta tripla A, ovvero il massimo della solidità possibile, a società che di lì a minuti sarebbero praticamente fallite (non fossero state salvate dalla mano pubblica).
L’articolo dell’economista indiano traeva spunto dalla crisi greca (quella italiana non era ancora scoppiata), contestando l’efficacia delle politiche di “blood, sweat and tears” (sangue, sudore e lacrime) che fino ad oggi sembrano le uniche ad essere state proposte dai governi europei.
Quello che più mi ha colpito dell’articolo di Sen è stato il silenzio che l’ha accompagnato. Qui, sui giornali inglesi (non so neppure se in Italia sia stato tradotto).
Il rischio che i paesi europei perdano la propria autonomia a vantaggio di società private che ne dettano le decisioni, a me sembrava un argomento di cui discutere. Se non parliamo di questo, del rischio che le nostre democrazie smettano di essere tali, su cos’altro dovremmo disquisire?
Facciamo un esempio, questa volta parlando di noi. Il referendum del 12 giugno scorso ha dimostrato che la stragrande maggioranza degli italiani non vede di buon occhio le privatizzazioni dei servizi pubblici. E’ questa la loro volontà, democraticamente espressa. E invece…
E invece accade che maggioranza e opposizione parlamentari, tutti insieme “responsabilmente”, per rispondere a manovre speculative sui mercati si apprestano a procedere nella direzione opposta. Ossia prevedendo ulteriori privatizzazioni.
In questa sede non discutiamo se le privatizzazioni siano o non siano giuste. Personalmente credo siano quasi sempre sbagliate, ma non è questo il punto.
Discutiamo di una cosa più importante: di democrazia.
Il tema del referendum è, come detto, un esempio. Com’è un esempio l’Italia. I cittadini di tanti, troppi paesi si trovano e si troveranno nella stessa situazione: a non avere più alcuna voce in capitolo sul proprio futuro.
Nel pieno della tempesta monetaria, quasi tutta la stampa italiana si è appellata ai parlamentari di ogni partito perché si dimostrino “responsabili” e approvino la legge finanziaria.
Perfetto. Ma responsabili dinanzi a chi? Agli analisti della Merrill Lynch o di Fitch? A finanzieri che vivono nell’iperuranio dei loro grattacieli di vetro e cemento? A Warren Buffet? Oppure a chi li ha eletti?
E, ancora, responsabili di che?
Da quello che si vede, di avere sancito che l’Italia non è più una democrazia. E che forse l’Europa intera ha smesso di esserlo. E’ o non è un tema che dovrebbe essere all’ordine del giorno della libera stampa?
sabato 9 luglio 2011
Vivere a Londra
Vivere a Londra mette le cose in una prospettiva diversa. Centinaia di migliaia di persone, dall'ultimo dei miserabili ai miliardari russi, vengono qui da ogni parte del mondo. E' una città di ineguaglianze sociali feroci, e nello stesso tempo accogliente. E' una città modernissima e insieme medievale: è il più grande paradiso fiscale del mondo, in cui il quartiere della City è un comune a parte, governato da un proprio sindaco i cui elettori sono le società finanziarie e le banche che vi hanno sede e che votano in base al numero dei propri dipendenti, come le corporazioni medioevali. Naturalmente, senza che i dipendenti abbiano voce in capitolo: sono i datori di lavoro che votano al loro posto. Vi sembra incredibile? Eppure è vero.
E' un posto in cui i ricchi non hanno bisogno di rubare, perché essendo una città che vive di finanza, il furto è stato legalizzato. Non hai bisogno di corrompere i primi ministri: se fanno i bravi, a fine mandato li inviti a tenere conferenze e li ricopri d'oro. Tony Blair, che è stato bravissimo, guadagna milioni di sterline l'anno.
Non hai bisogno di raccomandare sotto banco: qui la raccomandazione è legale. L'altro giorno David Cameron, il primo ministro, ha dichiarato d'aver aiutato il figlio del suo vicino a trovare un lavoro e nessuno s'è scandalizzato. E' sottinteso che, in quanto vicino di Cameron, di sicuro non viveva in un sobborgo popolare.
E' un città libera, certamente una delle più libere del mondo, ma ho visto con i miei occhi la polizia a cavallo caricare un gruppo di studenti (età media 16 anni) che protestavano pacificamente davanti al parlamento.
Volete che una città così, folle e cosmopolita, classista e democratica, questo strano miscuglio di razze e popoli, tollerante e perbenista, si stupisca di un piccolo siciliano che si chiude in una stanza a registrare al computer le proprie canzoni?
E' un posto in cui i ricchi non hanno bisogno di rubare, perché essendo una città che vive di finanza, il furto è stato legalizzato. Non hai bisogno di corrompere i primi ministri: se fanno i bravi, a fine mandato li inviti a tenere conferenze e li ricopri d'oro. Tony Blair, che è stato bravissimo, guadagna milioni di sterline l'anno.
Non hai bisogno di raccomandare sotto banco: qui la raccomandazione è legale. L'altro giorno David Cameron, il primo ministro, ha dichiarato d'aver aiutato il figlio del suo vicino a trovare un lavoro e nessuno s'è scandalizzato. E' sottinteso che, in quanto vicino di Cameron, di sicuro non viveva in un sobborgo popolare.
E' un città libera, certamente una delle più libere del mondo, ma ho visto con i miei occhi la polizia a cavallo caricare un gruppo di studenti (età media 16 anni) che protestavano pacificamente davanti al parlamento.
Volete che una città così, folle e cosmopolita, classista e democratica, questo strano miscuglio di razze e popoli, tollerante e perbenista, si stupisca di un piccolo siciliano che si chiude in una stanza a registrare al computer le proprie canzoni?
Adotta una canzone
So bene che facendolo infliggerò il colpo di grazia a quel poco che rimane della mia reputazione, ma ho deciso di rendere pubbliche le mie canzoni. Lo faccio per metterle a disposizione di chiunque le voglia utilizzare (a patto di rispettare alcune regolette che più avanti elencherò). Una premessa è d'obbligo: io non conosco la musica e quel che è peggio non so neppure cantare (come avrete modo di scoprire, temo).
Mi piacerebbe che qualcuno tra voi con "conoscenze" musicali possa usare i miei testi per farne delle vere canzoni. Usateli, se vi piacciono.
I motivetti che canticchio vanno infatti intesi come un semplice pretesto per mettere in video i testi (e anche perché mi diverto molto a farlo). Tra l'altro ignoro se per caso non li abbia involontariamente copiati da canzoni già esistenti (i motivetti, non i testi), dunque prendeteli con beneficio d'inventario.
Veniamo alle regole. I testi sono, come detto, messi a disposizione di chiunque li voglia utilizzare. E' tuttavia ovvio che nessuno potrà registrarli a suo nome (ed è la regola n. 1).
Regola n. 2: Chiunque utilizzi i testi per renderli pubblici, dovrà avere la mia espressa autorizzazione. Nel senso che la musica o l'interpretazione non dovranno tradire il contenuto dei testi.
Regola n. 3: Chiunque li utilizzi, dovrà ovviamente citarne l'autore.
Tutto qui.
Spero le mie "canzoni" vi piacciano com'è piaciuto a me scriverle.
S'intende che potete prendere i video e riprodurli a piacere.
Mi piacerebbe che qualcuno tra voi con "conoscenze" musicali possa usare i miei testi per farne delle vere canzoni. Usateli, se vi piacciono.
I motivetti che canticchio vanno infatti intesi come un semplice pretesto per mettere in video i testi (e anche perché mi diverto molto a farlo). Tra l'altro ignoro se per caso non li abbia involontariamente copiati da canzoni già esistenti (i motivetti, non i testi), dunque prendeteli con beneficio d'inventario.
Veniamo alle regole. I testi sono, come detto, messi a disposizione di chiunque li voglia utilizzare. E' tuttavia ovvio che nessuno potrà registrarli a suo nome (ed è la regola n. 1).
Regola n. 2: Chiunque utilizzi i testi per renderli pubblici, dovrà avere la mia espressa autorizzazione. Nel senso che la musica o l'interpretazione non dovranno tradire il contenuto dei testi.
Regola n. 3: Chiunque li utilizzi, dovrà ovviamente citarne l'autore.
Tutto qui.
Spero le mie "canzoni" vi piacciano com'è piaciuto a me scriverle.
S'intende che potete prendere i video e riprodurli a piacere.
Il proiettile vagante
Oh che bel bersaglio
Spero solo che non sbaglio
Farò del mio meglio
Se va male me la squaglio
Sono il proiettile vagante
Un assassino svolazzante
Son colpevole e impotente
Mero balistico accidente
Destino privo del mittente
A mosca cieca tra la gente
Sono la morte rimbalzante
Irrintracciabile e distante
Una cartuccia tra le tante
Uccido senz’una scusante
Son io l’immobile movente
D’un universo indifferente
Son l’assoluto contingente
Cui non gliene frega niente
Bimbi anziani o la gestante
O quell’anonimo passante
Sono il parto d’una mente
Disegnato da un sapiente
Vago il mondo da ignorante
Senza bussola o sestante
Andrò pallottola migrante
Non ho scopo né mandante
Ad ammazzare inutilmente
Qualche vittima innocente
Oh che bel bersaglio
Spero solo che non sbaglio
Farò del mio meglio
Se va male me la squaglio
Spero solo che non sbaglio
Farò del mio meglio
Se va male me la squaglio
Sono il proiettile vagante
Un assassino svolazzante
Son colpevole e impotente
Mero balistico accidente
Destino privo del mittente
A mosca cieca tra la gente
Sono la morte rimbalzante
Irrintracciabile e distante
Una cartuccia tra le tante
Uccido senz’una scusante
Son io l’immobile movente
D’un universo indifferente
Son l’assoluto contingente
Cui non gliene frega niente
Bimbi anziani o la gestante
O quell’anonimo passante
Sono il parto d’una mente
Disegnato da un sapiente
Vago il mondo da ignorante
Senza bussola o sestante
Andrò pallottola migrante
Non ho scopo né mandante
Ad ammazzare inutilmente
Qualche vittima innocente
Oh che bel bersaglio
Spero solo che non sbaglio
Farò del mio meglio
Se va male me la squaglio
Lu cravattaru
L’acqua lu vagna lu ventu l’asciuca
Pezzu di fangu di ‘na sancisuca
Sapiddu quantu mi fici paiari
Pi’ sti du sorti chi c’addummannavi
Lu machinuni c’arriva dda sutta
Si lu scurdau chi nasciu ni ‘na rutta
La sò signura si conza a cuntessa
Mancu s’avissi lu sticchiu a’ riversa
Essiri onesti sicuru ‘n cummeni
T’jinchi la testa di corra e di peni
Megghiu campari arrubbannu e futtenu
Farisi beddi d’estati e d’immennu
Pi’ ruvinari a nuautri cristiani
Ni manca sulu stu jurici ‘nfami
L’avi cu mia mi vulissi arristari
Picchì mi dici chi ‘n vogghiu parlari
Fussi pi’ iddu c’avissi a cuntari
Tutti li guai chi mi fici passari
Chi ci nni futti si po’ li paesani
Pi’ du’ risati c’abbagnanu ‘u pani
E mentri a mia m’invilena la vita
Chiddu s’accatta cravatti di sita
Tantu si sapi tra indulti e dinari
Tempu tri jiorna lu viru passiari
Di cravattara ci inchissi i galeri
Ma chi nni sannu di me mugghieri
Idda mi dissi lu fazzu pi’ tia
Ma si si sapi t’ammazzu ccu mia
Chissu la voli ora ritta ora torta
Ma tantu iddu camina cu ‘a scorta
Fazzu lu babbu e puru lu mutu
Pi’ nun passari pi’ babbu curnutu
Ma ti li dicu ora jò veramenti
Quannu rinasciu sarò dilinquenti
Passu mafiusu e figghiu di cagna
Lu ventu m’asciuca si l’acqua mi vagna
Nota: La vittima di un usuraio finisce davanti ad un magistrato. Ma la sua fiducia nella giustizia non è il massimo. Forse non ha tutti i torti, o forse il suo silenzio ha anche un'altra motivazione...
Pezzu di fangu di ‘na sancisuca
Sapiddu quantu mi fici paiari
Pi’ sti du sorti chi c’addummannavi
Lu machinuni c’arriva dda sutta
Si lu scurdau chi nasciu ni ‘na rutta
La sò signura si conza a cuntessa
Mancu s’avissi lu sticchiu a’ riversa
Essiri onesti sicuru ‘n cummeni
T’jinchi la testa di corra e di peni
Megghiu campari arrubbannu e futtenu
Farisi beddi d’estati e d’immennu
Pi’ ruvinari a nuautri cristiani
Ni manca sulu stu jurici ‘nfami
L’avi cu mia mi vulissi arristari
Picchì mi dici chi ‘n vogghiu parlari
Fussi pi’ iddu c’avissi a cuntari
Tutti li guai chi mi fici passari
Chi ci nni futti si po’ li paesani
Pi’ du’ risati c’abbagnanu ‘u pani
E mentri a mia m’invilena la vita
Chiddu s’accatta cravatti di sita
Tantu si sapi tra indulti e dinari
Tempu tri jiorna lu viru passiari
Di cravattara ci inchissi i galeri
Ma chi nni sannu di me mugghieri
Idda mi dissi lu fazzu pi’ tia
Ma si si sapi t’ammazzu ccu mia
Chissu la voli ora ritta ora torta
Ma tantu iddu camina cu ‘a scorta
Fazzu lu babbu e puru lu mutu
Pi’ nun passari pi’ babbu curnutu
Ma ti li dicu ora jò veramenti
Quannu rinasciu sarò dilinquenti
Passu mafiusu e figghiu di cagna
Lu ventu m’asciuca si l’acqua mi vagna
Nota: La vittima di un usuraio finisce davanti ad un magistrato. Ma la sua fiducia nella giustizia non è il massimo. Forse non ha tutti i torti, o forse il suo silenzio ha anche un'altra motivazione...
Lo scopacchiotto di peluche
Lo scopacchiotto di peluche
Sorride dolce al mio sorriso
Lo sento soffice qui accanto
Caldo del mio caldo abbraccio
Il mare fuori m’accompagna
Al ritmo lento delle onde
In zi bemolle una zanzara
Ronza piano il suo motivo
Ma un tango zoppica le corde
Per coppie ottuse da balera
Tra pizze e vino di cartone
Agosto suda il suo salario
Richiudo piano i doppi vetri
Nel vento caldo delle pale
Non ho bisogno di sapere
Che vada al diavolo l’estate
Lo scopacchiotto di peluche
Sorride sempre dal mio letto
Mi fissa morbido e peloso
Ha ancora il mio sudore addosso
Nota: Un uomo in una stanza. Da solo. Fuori imperversa l'estate, ma lui ha testa soltanto per il suo orsacchiotto di peluche...
Sorride dolce al mio sorriso
Lo sento soffice qui accanto
Caldo del mio caldo abbraccio
Il mare fuori m’accompagna
Al ritmo lento delle onde
In zi bemolle una zanzara
Ronza piano il suo motivo
Ma un tango zoppica le corde
Per coppie ottuse da balera
Tra pizze e vino di cartone
Agosto suda il suo salario
Richiudo piano i doppi vetri
Nel vento caldo delle pale
Non ho bisogno di sapere
Che vada al diavolo l’estate
Lo scopacchiotto di peluche
Sorride sempre dal mio letto
Mi fissa morbido e peloso
Ha ancora il mio sudore addosso
Nota: Un uomo in una stanza. Da solo. Fuori imperversa l'estate, ma lui ha testa soltanto per il suo orsacchiotto di peluche...
Vorrei essere di destra
Vorrei esser di destra
Così di tanto in tanto
Sbarrare la finestra
Pensare a me soltanto
Vorrei esser di destra
Un paio d’ore intanto
Capire cosa resta
Di quello che ora sento
E non sentirmi in colpa
Se il mondo va a puttane
In fondo sai la polpa
È cane mangia cane
E non sentirmi in colpa
Se in nome del Dio Pane
Mi getto a mano morta
Su quello che rimane
E invece eccomi qui
A farla controvento
Per il gusto di provare
Il piacere di sbagliare
L’illusione di trovare
Un mondo senza vento
Vorrei esser fascista
Sia pure a fin di bene
Al caso sciovinista
È chiaro se conviene
Vorrei esser fascista
Ma con moderazione
Perfino un po’ razzista
Per quanto sia terrone
E quando gira storto
È bello su due piedi
A modo di conforto
Il dar la colpa ai negri
E quando gira storto
Almeno un po’ ti sfoghi
D’aver ragione o torto
In fondo te ne freghi
E invece eccomi qui
A farla controvento
Per il gusto di provare
Il piacere di sbagliare
L’illusione di trovare
Un mondo senza vento
Vorrei esser credente
Familista ed amorale
E poi subito innocente
Fuori dal confessionale
Vorrei esser credente
Per il tarlo di peccare
Ché tanto come niente
Me lo posso perdonare
Gesù Cristo sia lodato
Lui con tutte le sue croci
Che ha ragion l’episcopato
Vanno date in testa ai froci
Gesù Cristo sia lodato
Io non credo a certe voci
Non può avere perdonato
Certe troie meretrici
E invece eccomi qui
A farla controvento
Per il gusto di provare
Il piacere di sbagliare
L’illusione di trovare
Un mondo senza vento
Il bello è che cominci
Pensando di giocare
E infine ti convinci
Che in fondo non è male
Il bello è che cominci
Credendo di scherzare
Poi piano piano evinci
Che non ti sai fermare
Ed eccomi di destra
Non darmi più del gonzo
Abbasso l’aria mesta
Da intellettuale bonzo
Ed eccomi di destra
Senza nessuno sforza
Cominci la mia festa
Evviva sono stronzo
Quant’ero deficiente
A farla controvento
Per il gusto di provare
Il piacere di sbagliare
L’illusione di trovare
…
uhm
…
ma tu guarda che m’invento
Nota: La canzone è ovviamente ironica. Pertanto, diffido chiunque dal dire: Mizzica, 'na li vicchiai Montalbano diventò fascista!
Così di tanto in tanto
Sbarrare la finestra
Pensare a me soltanto
Vorrei esser di destra
Un paio d’ore intanto
Capire cosa resta
Di quello che ora sento
E non sentirmi in colpa
Se il mondo va a puttane
In fondo sai la polpa
È cane mangia cane
E non sentirmi in colpa
Se in nome del Dio Pane
Mi getto a mano morta
Su quello che rimane
E invece eccomi qui
A farla controvento
Per il gusto di provare
Il piacere di sbagliare
L’illusione di trovare
Un mondo senza vento
Vorrei esser fascista
Sia pure a fin di bene
Al caso sciovinista
È chiaro se conviene
Vorrei esser fascista
Ma con moderazione
Perfino un po’ razzista
Per quanto sia terrone
E quando gira storto
È bello su due piedi
A modo di conforto
Il dar la colpa ai negri
E quando gira storto
Almeno un po’ ti sfoghi
D’aver ragione o torto
In fondo te ne freghi
E invece eccomi qui
A farla controvento
Per il gusto di provare
Il piacere di sbagliare
L’illusione di trovare
Un mondo senza vento
Vorrei esser credente
Familista ed amorale
E poi subito innocente
Fuori dal confessionale
Vorrei esser credente
Per il tarlo di peccare
Ché tanto come niente
Me lo posso perdonare
Gesù Cristo sia lodato
Lui con tutte le sue croci
Che ha ragion l’episcopato
Vanno date in testa ai froci
Gesù Cristo sia lodato
Io non credo a certe voci
Non può avere perdonato
Certe troie meretrici
E invece eccomi qui
A farla controvento
Per il gusto di provare
Il piacere di sbagliare
L’illusione di trovare
Un mondo senza vento
Il bello è che cominci
Pensando di giocare
E infine ti convinci
Che in fondo non è male
Il bello è che cominci
Credendo di scherzare
Poi piano piano evinci
Che non ti sai fermare
Ed eccomi di destra
Non darmi più del gonzo
Abbasso l’aria mesta
Da intellettuale bonzo
Ed eccomi di destra
Senza nessuno sforza
Cominci la mia festa
Evviva sono stronzo
Quant’ero deficiente
A farla controvento
Per il gusto di provare
Il piacere di sbagliare
L’illusione di trovare
…
uhm
…
ma tu guarda che m’invento
Nota: La canzone è ovviamente ironica. Pertanto, diffido chiunque dal dire: Mizzica, 'na li vicchiai Montalbano diventò fascista!
Trinacria
Trinacria è una lingua nel mezzo
Del Mediterraneo
erraneo
Un grumo di lava e saliva
Sul globo terraqueo
Erraqueo
Da sempre puttana e maestra
In genuflessione
Davanti a qualunque signore
Lei va in processione
cessione
Vestale di un dio senza patria
E senza sapienza
Penosa in quei gesti pelosi
Di riconoscenza
Voscenza
Si vende da sempre per nulla
Al peggior offerente
E cambia cavallo ogni volta
Con far penitente
Per niente
Riveste con oro fasullo
La sua vanagloria
Di quando cedette anche ai figli
D’Atene e di Troia
La troia
Mai paga né sazia dei riti
Di sottomissione
Lei bacia la mano che impugna
Qualunque bastone
Badrone
Ai morti ammazzati ed ai tanti
Fuggiti a milioni
Corone di fiori ora che
Sono via dai coglioni
milioni
E quando non vengon da fuori
I nuovi padroni
S’arrangia a leccare il sedere
Dei propri baroni
Ladroni
Feroce nell’arte di odiare
Da dietro le spalle
Da bruco invidioso che ignora
Che sian le farfalle
Farfalle
Trinacria ha tre gambe e s’illude
Di saper volare
Volare
E intanto le agita invano
Per non affondare
Nel mare
Del Mediterraneo
erraneo
Un grumo di lava e saliva
Sul globo terraqueo
Erraqueo
Da sempre puttana e maestra
In genuflessione
Davanti a qualunque signore
Lei va in processione
cessione
Vestale di un dio senza patria
E senza sapienza
Penosa in quei gesti pelosi
Di riconoscenza
Voscenza
Si vende da sempre per nulla
Al peggior offerente
E cambia cavallo ogni volta
Con far penitente
Per niente
Riveste con oro fasullo
La sua vanagloria
Di quando cedette anche ai figli
D’Atene e di Troia
La troia
Mai paga né sazia dei riti
Di sottomissione
Lei bacia la mano che impugna
Qualunque bastone
Badrone
Ai morti ammazzati ed ai tanti
Fuggiti a milioni
Corone di fiori ora che
Sono via dai coglioni
milioni
E quando non vengon da fuori
I nuovi padroni
S’arrangia a leccare il sedere
Dei propri baroni
Ladroni
Feroce nell’arte di odiare
Da dietro le spalle
Da bruco invidioso che ignora
Che sian le farfalle
Farfalle
Trinacria ha tre gambe e s’illude
Di saper volare
Volare
E intanto le agita invano
Per non affondare
Nel mare
Teresia stanca di guerra
La stidda chi vidi dda 'ncapu lu cielu
è stidda di miliuna e miliuna d'anni fa
poi picca a picca arriva la luci finu cca
e porta vuci di malincunia e misteru
C'è l'indovino chi ti leggi dda gran luci
chi dici chi li stiddi ti canuscinu 'u futuru
ma è comu pi' dda testa di liuni 'ncapu 'n muru
senza mancu 'na cura p'assicutari 'i puci
Solo Teresia conosce il futuro
lei che lo vede non apre gli occhi
Solo Teresia conosce il futuro
lei che lo vede non apre gli occhi
La malapianta crisci comu nenti
la scippi la scippi e ci rinascinu li denti
la malapianta crisci com'un muru
galera p'ogni passu passu di futuro
Teresia c'avi l'occhi l'occhi du distinu
radici fangu chiummu catina a 'u so' camminu
Teresia è un semi senza la so' terra
agneddu di la paci in tempu di la guerra
Nota: La canzone parla di una bambina nata in un paese in guerra. In un mondo in cui tanti sostengono d'essere indovini, astrologi e divinatori, Teresia è l'unica a conoscere davvero cosa le riservi il futuro. Il nome è ovviamente ispirato a Tiresia, l'indovino cieco dell'Edipo Re di Sofocle.
è stidda di miliuna e miliuna d'anni fa
poi picca a picca arriva la luci finu cca
e porta vuci di malincunia e misteru
C'è l'indovino chi ti leggi dda gran luci
chi dici chi li stiddi ti canuscinu 'u futuru
ma è comu pi' dda testa di liuni 'ncapu 'n muru
senza mancu 'na cura p'assicutari 'i puci
Solo Teresia conosce il futuro
lei che lo vede non apre gli occhi
Solo Teresia conosce il futuro
lei che lo vede non apre gli occhi
La malapianta crisci comu nenti
la scippi la scippi e ci rinascinu li denti
la malapianta crisci com'un muru
galera p'ogni passu passu di futuro
Teresia c'avi l'occhi l'occhi du distinu
radici fangu chiummu catina a 'u so' camminu
Teresia è un semi senza la so' terra
agneddu di la paci in tempu di la guerra
Nota: La canzone parla di una bambina nata in un paese in guerra. In un mondo in cui tanti sostengono d'essere indovini, astrologi e divinatori, Teresia è l'unica a conoscere davvero cosa le riservi il futuro. Il nome è ovviamente ispirato a Tiresia, l'indovino cieco dell'Edipo Re di Sofocle.
Strisce pedonali
La fimmina ingrignata
La fimmina attrappita
Il trucco ripittato
Sul ghigno d’altroieri
La strada lì davanti
In attesa di passare
Tramezzano automezzi
Tra lei e il marciapiede
Smarmitta su una ruota
Il quindicenne ottuso
Grandissimo cornuto
Per poco non la piglia
S’ingrigna sulle strisce
Protetta dal cipiglio
Fa un passo e si ritrae
È stupido rischiare
Io quasi quasi lo lascio
Quasi quasi divorzio
Vent’anni e non m’ascolta
Io quasi sono stanca
Farei qualsiasi cosa
Se solo mi lasciassero
Se solo mi facessero
Quasi qualsiasi cosa
La fimmina ingrignata
La fimmina attrappita
La bocca rinseccata
Dall’uso del fastidio
Vestita col sospetto
D’un’eleganza in punta
La fede troppo stretta
Sul povero anulare
S’ingrigna sulle strisce
Protetta dal cipiglio
Fa un passo e si ritrae
È inutile rischiare
Adesso adesso adesso
C’è l’ultimo autobus
Ma porca la miseria
Un altro motorino
Farei qualsiasi cosa
Se solo mi lasciassero
Se solo mi facessero
Quasi qualsiasi cosa
Nota: Una volta vidi una signora davanti alle strisce pedonale. Com'è d'uso in Sicilia, nessun automobilista si fermava per lasciarla attraversare, e più passava il tempo più lei s'inscuriva in volto. Era elegante ma d'una "eleganza in punta", per dire di una cosa un po' tirata, tenuta su con gli spilli, sul punto di cadere. E' vero, nessuno si fermava, ma è vero pure che lei sembrava incapace di fare il primo passo. Come chi pensa che tutto dipenda sempre dagli altri.
La fimmina attrappita
Il trucco ripittato
Sul ghigno d’altroieri
La strada lì davanti
In attesa di passare
Tramezzano automezzi
Tra lei e il marciapiede
Smarmitta su una ruota
Il quindicenne ottuso
Grandissimo cornuto
Per poco non la piglia
S’ingrigna sulle strisce
Protetta dal cipiglio
Fa un passo e si ritrae
È stupido rischiare
Io quasi quasi lo lascio
Quasi quasi divorzio
Vent’anni e non m’ascolta
Io quasi sono stanca
Farei qualsiasi cosa
Se solo mi lasciassero
Se solo mi facessero
Quasi qualsiasi cosa
La fimmina ingrignata
La fimmina attrappita
La bocca rinseccata
Dall’uso del fastidio
Vestita col sospetto
D’un’eleganza in punta
La fede troppo stretta
Sul povero anulare
S’ingrigna sulle strisce
Protetta dal cipiglio
Fa un passo e si ritrae
È inutile rischiare
Adesso adesso adesso
C’è l’ultimo autobus
Ma porca la miseria
Un altro motorino
Farei qualsiasi cosa
Se solo mi lasciassero
Se solo mi facessero
Quasi qualsiasi cosa
Nota: Una volta vidi una signora davanti alle strisce pedonale. Com'è d'uso in Sicilia, nessun automobilista si fermava per lasciarla attraversare, e più passava il tempo più lei s'inscuriva in volto. Era elegante ma d'una "eleganza in punta", per dire di una cosa un po' tirata, tenuta su con gli spilli, sul punto di cadere. E' vero, nessuno si fermava, ma è vero pure che lei sembrava incapace di fare il primo passo. Come chi pensa che tutto dipenda sempre dagli altri.
Signora Confessa
E’ bava d’insetto, la seta
Sputo di quasi insetto
Bozzolo di seta di sputo d’insetto
Un confessionale
Grata (rovente) di povero parroco
Tonaca nera di ragno
In un buco
E lei parla, riparla, Confessa:
di corpiparole
sottintesi sospiri
il suo soffio, in un soffio
invisibile filo di bava
Signora Confessa
Brivido di setacarne
Saliva di pigra risacca
Che esplode di spuma
Su pelle
Un Aldilà di abitocarne
Al di là della grata
(rovente)
di povero parroco
tonaca nera in un buco
di ragno
Signora Confessa
In guaina di bava d’insetto
In quasipelle di
sputo d’insetto
Signora Confessa
In un soffio
Qui dentro
Gesù, Gesù, confessa
In un alitosoffio:
è bianca, è nera
la seta,
o del color delle cosce
Sputo di quasi insetto
Bozzolo di seta di sputo d’insetto
Un confessionale
Grata (rovente) di povero parroco
Tonaca nera di ragno
In un buco
E lei parla, riparla, Confessa:
di corpiparole
sottintesi sospiri
il suo soffio, in un soffio
invisibile filo di bava
Signora Confessa
Brivido di setacarne
Saliva di pigra risacca
Che esplode di spuma
Su pelle
Un Aldilà di abitocarne
Al di là della grata
(rovente)
di povero parroco
tonaca nera in un buco
di ragno
Signora Confessa
In guaina di bava d’insetto
In quasipelle di
sputo d’insetto
Signora Confessa
In un soffio
Qui dentro
Gesù, Gesù, confessa
In un alitosoffio:
è bianca, è nera
la seta,
o del color delle cosce
Querido Pelido
Querido Pelido
Destino bandido
Partito soldato
Ahi mito dannato
Dal mare infinito
Su legno sfiorito
A Troia sbarcato
Ahi boria del fato
Il pomo più ambito
Sarà ormai marcito
Lo smalto dorato
Ahi se c’è costato
A un dito dal dito
L’amore inseguito
Di poco mancato
Ahi gioco truccato
Carapace dove sei
Maledetti sian gli dei
Lente pede te ne vai
Ma non ti raggiungo mai
Carapace dove vai
Paradosso dei miei guai
Tra le braccia ti vorrei
Abbranco l’aria e non ci sei
Oh Ettore infido
Guerriero maldido
Il campo assolato
Ahi insanguinato
Di bronzo vestito
Lo scudo brandito
Pugnale sguainato
Ahi troppo affilato
L’amante colpito
Nell’Ade rapito
Il piede più alato
Ahi quanto tarpato
Oh Patroclo ardito
Fottuto dal mito
Il corpo scannato
Ahi sia vendicato
Carapace dove vai
Paradosso dei miei guai
Tra le braccia ti vorrei
Abbranco l’aria e non ci sei
Carapace dove sei
Maledetti sian gli dei
Lento pede te ne vai
Ma non ti raggiungo mai
Nota: Secondo il paradosso di Zenone di Elea (filosofo greco vissuto nel 400 A.C.), Achille non riuscirà mai a raggiungere la tartaruga. Per lo meno non potrà farlo se rappresentiamo matematicamente la loro gara. Fatto sta che Achille si trova davanti alle mura di Troia ed Ettore gli ammazza Patroclo, l'amante. Da quel momento, che Zenone abbia torto o ragione, l'amore e la pace (la carapace) saranno per Achille davvero irraggiungibili.
Destino bandido
Partito soldato
Ahi mito dannato
Dal mare infinito
Su legno sfiorito
A Troia sbarcato
Ahi boria del fato
Il pomo più ambito
Sarà ormai marcito
Lo smalto dorato
Ahi se c’è costato
A un dito dal dito
L’amore inseguito
Di poco mancato
Ahi gioco truccato
Carapace dove sei
Maledetti sian gli dei
Lente pede te ne vai
Ma non ti raggiungo mai
Carapace dove vai
Paradosso dei miei guai
Tra le braccia ti vorrei
Abbranco l’aria e non ci sei
Oh Ettore infido
Guerriero maldido
Il campo assolato
Ahi insanguinato
Di bronzo vestito
Lo scudo brandito
Pugnale sguainato
Ahi troppo affilato
L’amante colpito
Nell’Ade rapito
Il piede più alato
Ahi quanto tarpato
Oh Patroclo ardito
Fottuto dal mito
Il corpo scannato
Ahi sia vendicato
Carapace dove vai
Paradosso dei miei guai
Tra le braccia ti vorrei
Abbranco l’aria e non ci sei
Carapace dove sei
Maledetti sian gli dei
Lento pede te ne vai
Ma non ti raggiungo mai
Nota: Secondo il paradosso di Zenone di Elea (filosofo greco vissuto nel 400 A.C.), Achille non riuscirà mai a raggiungere la tartaruga. Per lo meno non potrà farlo se rappresentiamo matematicamente la loro gara. Fatto sta che Achille si trova davanti alle mura di Troia ed Ettore gli ammazza Patroclo, l'amante. Da quel momento, che Zenone abbia torto o ragione, l'amore e la pace (la carapace) saranno per Achille davvero irraggiungibili.
Potessi
Sapessi, saprei
I vecchi passi
Rifarei
Potessi, potrei
Ad occhi bassi
Guarderei
Mi piacerebbe
Vivere conforme
Amare odiare
Tutto nelle norme
Vorrei essere duro
come un sasso
saper com’evitare
un passo falso
Magari mi daresti
Il cuore in mano
Sapendomi fedele
A un dio mondano
Tu sì mi cercheresti
Coi tuoi occhi
Negli angoli più ciechi
Degli specchi
Chissà cosa sarei
Se fossi un altro
Odioso buono oppure
Solo scaltro
Vorrei esser diverso
Giusto il tempo
Di diventar banale
Sul tuo grembo
Ti lascio in bianco
Questo sentimento
Puoi prendere di me
In ogni momento
Volessi, vorrei
Capir compassi e
Farisei
Vivessi, vivrei
E tra i me stessi
Sceglierei
I vecchi passi
Rifarei
Potessi, potrei
Ad occhi bassi
Guarderei
Mi piacerebbe
Vivere conforme
Amare odiare
Tutto nelle norme
Vorrei essere duro
come un sasso
saper com’evitare
un passo falso
Magari mi daresti
Il cuore in mano
Sapendomi fedele
A un dio mondano
Tu sì mi cercheresti
Coi tuoi occhi
Negli angoli più ciechi
Degli specchi
Chissà cosa sarei
Se fossi un altro
Odioso buono oppure
Solo scaltro
Vorrei esser diverso
Giusto il tempo
Di diventar banale
Sul tuo grembo
Ti lascio in bianco
Questo sentimento
Puoi prendere di me
In ogni momento
Volessi, vorrei
Capir compassi e
Farisei
Vivessi, vivrei
E tra i me stessi
Sceglierei
Passatempu
La notti c’arriva cu ciatu di ventu
Cu cori di vitru luna di malabbentu
Lu jornu chi curri cu passi di focu
Cu vuci d’addevi addumati di jocu
Lu ‘mmennu chi porta acqua e malatia
Luci senza caluri nivi e malincunia
L’astati chi veni t’asciuca lu chiantu
D’austu lu scettru di stiddi lu mantu
Malutempu la morti malutempu ‘u rancuri
Duna tempu a lu tempu li minuti e li uri
Passatempu la vita passatempu l’amuri
Duna tempu a lu tempu galantomu e signuri
La morti ammucchiata dintra visina e fami
Chi t’agguanta la gola strinci cu li so’ mani
P’ogni vita biniditta c’è qualcunu chi prea
‘Na cannila di cira la to’ vita e la mea
La vigghia chi jiapri lu so’ ‘nfernu di luci
Di suduri e di sangu a cu porta la cruci
La notti chi jinchi la to’ testa d’amuri
‘Na prumissa di paci jorna senza duluri
Malutempu di fangu malutempu di feli
Di galera di scantu raggia e carabineri
Passatempu di suli passatempu di meli
Pi’ st’anticchia di tempu t’arrialassi lu cori
Cu cori di vitru luna di malabbentu
Lu jornu chi curri cu passi di focu
Cu vuci d’addevi addumati di jocu
Lu ‘mmennu chi porta acqua e malatia
Luci senza caluri nivi e malincunia
L’astati chi veni t’asciuca lu chiantu
D’austu lu scettru di stiddi lu mantu
Malutempu la morti malutempu ‘u rancuri
Duna tempu a lu tempu li minuti e li uri
Passatempu la vita passatempu l’amuri
Duna tempu a lu tempu galantomu e signuri
La morti ammucchiata dintra visina e fami
Chi t’agguanta la gola strinci cu li so’ mani
P’ogni vita biniditta c’è qualcunu chi prea
‘Na cannila di cira la to’ vita e la mea
La vigghia chi jiapri lu so’ ‘nfernu di luci
Di suduri e di sangu a cu porta la cruci
La notti chi jinchi la to’ testa d’amuri
‘Na prumissa di paci jorna senza duluri
Malutempu di fangu malutempu di feli
Di galera di scantu raggia e carabineri
Passatempu di suli passatempu di meli
Pi’ st’anticchia di tempu t’arrialassi lu cori
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