Perché nessuno riesce più a governare? Perché i partiti storici del Novecento hanno visto drasticamente ridursi i propri consensi elettorali, fino a percentuali che al meglio superano di poco il trenta per cento?
Fosse solo Renzi, il problema, o l’Italia, (l’eterna “malata d’Europa”) la risposta sarebbe semplice: “Perché l’Italia è l’Italia”, come disse qualche anno fa il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, commentando l’interminabile susseguirsi di crisi di governo nel nostro Paese (https://www.youtube.com/watch?v=RFZz0vPX6jA).
Fenomeni simili, tuttavia, stanno accadendo anche in altre democrazie occidentali, molte delle quali ben più solide e mature della nostra. Gli unici paesi che fanno eccezione sono il Giappone e la Germania.
La Germania è il paese con la cultura istituzionale più forte, che le consente di avere un governo “a prescindere”. L’anno prossimo, quando si rivoterà, la Merkel sarà rieletta cancelliere indipendentemente da quanti voti perderà. Neppure adesso ha la maggioranza assoluta, tant’è che governa insieme ai socialdemocratici in quella che i tedeschi chiamano Grosse Koalition. In Germania danno per scontato che il partito che prende più voti governa, se occorre col sostegno parlamentare di chi è arrivato secondo. Da quelle parti non è una novità.
Non lasciatevi ingannare dai recenti successi dei populisti tedeschi, per quanto ragguardevoli essi siano. La Germania, con tutti i suoi difetti, è uno dei paesi più egualitari del mondo e non ha mai davvero ceduto alle sirene del neo-liberalismo. Il populismo razzista e xenofobo è un fenomeno che riguarda soprattutto la sua parte orientale. Ci si dimentica troppo spesso che appena venticinque anni fa l’ex Repubblica Federale (la Germania Ovest) ha inglobato la disastrata parte orientale, la DDR. Il populismo tedesco non è di stampo occidentale. E’ semmai affine a quello polacco o ungherese, frutto avvelenato della riconversione forzata delle economie sovietico-socialiste.
Anche il Giappone ha saputo difendersi dall’onda neo-liberalista. E siccome ogni paese ha la sua storia e le sue tradizioni, l’ha fatto a modo proprio. I giapponesi continuano a cambiare governo quanto e quando gli pare, perché non è dal governo che dipende la stabilità istituzionale del paese. E’ il conglomerato industriale che garantisce a tutti un lavoro e uno stile di vita decente. E se ne fregano, i giapponesi, d’avere uno dei debiti pubblici più alti del mondo (si aggira intorno al 240% per cento, da fare impallidire perfino il nostro). Sono talmente strani, i giapponesi, confinati come sono nelle loro remote isole, da avere perfino istituzionalizzato la mafia. La yakuza ha uffici e sedi ufficiali, con tanto di insegna, pur essendo di diritto fuorilegge.
Sono i paesi in cui, negli ultimi decenni, l’ineguaglianza sociale è letteralmente esplosa in nome delle ricette economiche neoliberiste che il populismo sta facendo davvero presa. E in quelli con un passato imperialista. In entrambi i casi, non può essere un caso.
Gli Stati uniti, la Gran Bretagna, l’Italia. Trump, Brexit, Grillo. Sono i tre paesi occidentali con il più alto tasso d’ineguaglianza sociale, ovvero con la più ampia differenza tra la ricchezza dei più ricchi e quella dei più poveri. In America, i repubblicani hanno di fatto assorbito le spinte populiste (il Tea Party prima, adesso Donald Trump). Lo hanno fatto assecondando l’onda e diventando populisti a loro volta (cosa non si farebbe per conservare il potere in mano alle élite!).
L’ironia, in questa storia, è che il termine “populismo” nacque proprio negli Stati uniti. Era il 1890, e per reagire alla corruzione delle élite nacque il People’s Party, il partito del popolo (vedi Michael Kazin, Trump and American Populism, Foreign Affairs, Novembre-Dicembre 2016). Populisti (populists, in inglese) era il nome che veniva dato ai loro sostenitori. In quell’occasione fu il partito democratico, la sinistra, a inglobarli. E’ certo un segno dei tempi che oggi stia accadendo il contrario.
In Gran Bretagna, i conservatori stanno disperatamente cercando di non farsi travolgere da Brexit. Al loro interno sono divisi: alcuni hanno votato per Brexit, altri per rimanere nell’Unione europea (compresa il primo ministro Theresa May). Altri ancora, come quel pallone gonfiato dell’ex sindaco di Londra Boris Johnson, avendo trascorso l’intera sua esistenza nella bolla d’aria in cui vivono gli inglesi d’alto censo, ha sostenuto Brexit pur essendo europeista perché si diverte un mondo a pigliare per i fondelli i poveri (sembra brutale, ma è la pura e semplice verità).
Il risultato è che i conservatori devono assecondare la maggioranza degli inglesi che ha votato per Brexit senza sapere che pesci pigliare, peggio ancora non conoscendo per nulla (anzi schifiando) le persone che sostengono di rappresentare.
Il fatto è che gli inglesi hanno un problema. Sono ancora convinti che la loro ricchezza dipenda dal loro genio, dalla macchina a vapore, dalla rivoluzione industriale e così via. Dipendeva invece dal loro esercito, e dal fatto che per circa un secolo, grazie al potere delle armi, abbiano controllato un quarto del pianeta: nel 1914, la Gran Bretagna dominava, attraverso le colonie, il 24 per cento della popolazione mondiale (vedi Branko Milanovic, Global Inequality, Harvard University Press). E’ dura, per loro, rendersi conto che oggi non contano più una mazza.
La Francia, a sua volta, controllava il 6 per cento del mondo. Ne ha goduti i benefici, finché è durata. Crollato l’impero, le sono rimasti in dote gli immigrati dalle ex-colonie e le banlieues in cui li hanno stipati. La sua classe dirigente, presa dal panico, sta oggi tentando di rispondere all’estrema destra di Le Pen con quella appena meno estrema di François Fillon. Un esperimento di mimetizzazione politica che non promette nulla di buono.
Infine l’Italia, povero paese mio. Piccolo vaso di coccio, il cui passato coloniale è una barzelletta in confronto a quello inglese, francese o americano. Italia, regno della piccola borghesia, culla d’ogni peggiore populismo (v’invito caldamente a leggere “Populismo e trasformismo” di Carlo Tullio Altan, il padre del vignettista, Feltrinelli, 1989). Abbiamo donato al mondo grandi opere d’ingegno ma anche D’Annunzio e Mussolini, i modelli di Adolf Hitler. Perfino Silvio Berlusconi, che ha preceduto Donald Trump di almeno due decenni.
Anche noi siamo stati travolti dall’onda neo-liberista. Che non è tanto consistita in un assalto allo stato sociale per così dire ufficiale, che pure c’è stato, quanto nello smantellamento di quello para-ufficiale, ovvero nella privatizzazione degli enti parastatali (poste, ENEL, SIP, ministeri, sanità, scuola e così via) che avevano rappresentato la via italiana all’eguaglianza sociale.
Una via italiana di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze: dal 1982 al 1990, gli anni in cui l’Italia divenne la quinta potenza economica del mondo, il nostro debito pubblico aumentò dal 51 al 102 per cento (vedi Andrea Brandolini e Giovanni Vecchi, Il benessere degli italiani: un approccio storico-comparativo, Quaderni di storia economica della Banca d’Italia, Ottobre 2011).
Aggiungete a questo il fenomeno più generale della crescita delle disuguaglianze sociali e della riduzione dei trasferimenti dal centro che ha reso ancora più evidente l’inefficienza delle classe dirigenti meridionali (con l’ovvia conseguenza di rendere più acute ed evidenti le disparità territoriali), dopo di che non avrete bisogno di essere né professori universitari né scienziati della politica per comprendere le ragioni del malcontento sociale e i motivi della vittoria del no al referendum costituzionale.
O davvero credete che gli italiani, di colpo e all’improvviso, siano diventati tutti costituzionalisti o appassionati lettori di Gustavo Zagrebuttanesk… ma come minchia si scrive?
martedì 6 dicembre 2016
martedì 29 novembre 2016
Ho votato sì. Ma vaffanculo a Renzi
Mi sento di esprimere tutta la mia solidarietà ai socialisti francesi, e in modo particolare ai loro elettori. Traditi dall’ignavia di quel bugiardo voltagabbana di Hollande, fra pochi mesi si troveranno davanti a una vera e propria alternativa del diavolo. Non avete idea di quanto li capisca.
Dovranno scegliere se mandare all’Eliseo la reazionaria populista Marine Le Pen o il reazionario tecnocratico François Fillon. Oppure se rimanere a casa e assistere sgomenti alla vittoria dell’una o dell’altro: della soi-disant nouvelle Marianne, islamofobica e anti-europeista, ovvero dell’ammiratore della Thatcher che sogna di licenziare i dipendenti pubblici, tagliare le tasse ai ricchi e aumentare l’orario di lavoro.
I conservatori non hanno di questi problemi. Hanno scelto il più a destra fra i galli del loro pollaio per togliere voti al Front National, sperando poi di lucrare qualche voto socialista al secondo turno e di ripetere ciò che riuscì a Jacques Chirac nel 2002, quando al ballottaggio si trovò di fronte Le Pen padre. Chirac, tuttavia, non era Fillon. Conservatore ma non reazionario, era una pillola meno amara da mandare giù per un elettore socialista spaventato dall’alternativa lepenista.
Com’è spesso accaduto in passato, la marea populista travolge i corpi intermedi, dai sindacati alla stampa alla magistratura (idolatrata ma solo quando e finché serve), e produce governi reazionari.
Negli Stati uniti, almeno a giudicare dal boom di Wall Street, i magnati della finanza non sembrano granché preoccupati dal vaffanculo che, a detta di Grillo e di altri, il popolo americano ha urlato loro in faccia. Semmai pregustano i tagli alle tasse e la deregulation promessi da Donald Trump. D’altra parte, se il Partito Democratico non ha le antenne per capire ciò che succede e in piena deriva anti-establishment sceglie la candidata più establishment che c’era…
In Gran Bretagna, dopo Brexit, il partito conservatore ha visto crescere i propri consensi, al punto che nei sondaggi guidano con sedici punti di vantaggio sui laburisti. Sarà certo merito loro, ma forse non aiuta il fatto che Jeremy Corbyn abbia dovuto passare il suo primo anno da leader laburista a difendersi dalle mozioni di sfiducia dei suoi stessi parlamentari cosiddetti moderati.
In Spagna, il conservatore Mariano Rajoy è stato rieletto primo ministro grazie alla forzata astensione dei socialisti, costretti a cedere al ricatto dopo ben due elezioni inconcludenti e dopo che quelli di Podemos, per preservare una ridicola purezza, avevano mandato a carte quarantotto tutte le speranze che anch’io avevo risposto in loro e s’erano rifiutati di appoggiare un governo a guida socialista (caso mai qualcuno pensasse che l’Italia abbia il monopolio degli idioti alla Bertinotti, il genio delle strategie di lunghissima durata che fece cadere il governo Prodi, regalandoci nell’ordine Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi).
Gli elettori populisti non sono marziani. Alcuni sono reazionari e perfino razzisti da sempre. Altri sono ex-elettori di sinistra, che si sono sentiti dimenticati se non colpevolizzati dai politici per cui avevano votato, e hanno scelto di ribellarsi oppure di astenersi. Sono esattamente questi, gli elettori che stanno facendo la differenza.
Prendiamo Renzi. Nel giro di niente è riuscito a dilapidare il consenso del 40% che aveva preso alle ultime europee, incaponendosi in riforme ridicole come la “buona scuola” o il job’s act che gli saranno forse serviti a ingraziarsi la Merkel e i fantomatici “mercati internazionali”, ma che di sicuro gli hanno alienato il consenso della base elettorale del PD (sempre ammesso che ancora esista). Viene davvero da chiedersi in quale tipo di bolla vivano, certe persone.
In un delirio d’impotente onnipotenza, il suddetto Renzi ha scommesso le sorti del suo governo su un referendum costituzionale che definire da sbullonati è poco. E lo dice uno che è veramente spaventato da ciò che sta accadendo in Europa da aver deciso di fare sempre e comunque il contrario di ciò che dice Beppe Grillo, il populista da yacht club che, un po’ per prendersi i soldi che spettano ai gruppi parlamentari europei e un po’ anche per corrispondenza d’amorosi sensi, s'è alleato con Nigel Farage, l’ex-broker della City diventato prima milionario e poi difensore dei poveri che vorrebbe cacciarmi dal paese in cui vivo. Lo dice uno che pur di non fare come chi inneggia a Donald Trump e a Vladimir Putin, ha deciso alla fine, da piccolo elettore in ostaggio della destra, della sinistra e dei populisti, di votare sì al referendum in questione.
Caro presidente Matteo Renzi. Ho votato sì obtorto collo al tuo referendum del cavolo. Si allega alla presente un franco, democratico e anti-populista vaffanculo.
Dovranno scegliere se mandare all’Eliseo la reazionaria populista Marine Le Pen o il reazionario tecnocratico François Fillon. Oppure se rimanere a casa e assistere sgomenti alla vittoria dell’una o dell’altro: della soi-disant nouvelle Marianne, islamofobica e anti-europeista, ovvero dell’ammiratore della Thatcher che sogna di licenziare i dipendenti pubblici, tagliare le tasse ai ricchi e aumentare l’orario di lavoro.
I conservatori non hanno di questi problemi. Hanno scelto il più a destra fra i galli del loro pollaio per togliere voti al Front National, sperando poi di lucrare qualche voto socialista al secondo turno e di ripetere ciò che riuscì a Jacques Chirac nel 2002, quando al ballottaggio si trovò di fronte Le Pen padre. Chirac, tuttavia, non era Fillon. Conservatore ma non reazionario, era una pillola meno amara da mandare giù per un elettore socialista spaventato dall’alternativa lepenista.
Com’è spesso accaduto in passato, la marea populista travolge i corpi intermedi, dai sindacati alla stampa alla magistratura (idolatrata ma solo quando e finché serve), e produce governi reazionari.
Negli Stati uniti, almeno a giudicare dal boom di Wall Street, i magnati della finanza non sembrano granché preoccupati dal vaffanculo che, a detta di Grillo e di altri, il popolo americano ha urlato loro in faccia. Semmai pregustano i tagli alle tasse e la deregulation promessi da Donald Trump. D’altra parte, se il Partito Democratico non ha le antenne per capire ciò che succede e in piena deriva anti-establishment sceglie la candidata più establishment che c’era…
In Gran Bretagna, dopo Brexit, il partito conservatore ha visto crescere i propri consensi, al punto che nei sondaggi guidano con sedici punti di vantaggio sui laburisti. Sarà certo merito loro, ma forse non aiuta il fatto che Jeremy Corbyn abbia dovuto passare il suo primo anno da leader laburista a difendersi dalle mozioni di sfiducia dei suoi stessi parlamentari cosiddetti moderati.
In Spagna, il conservatore Mariano Rajoy è stato rieletto primo ministro grazie alla forzata astensione dei socialisti, costretti a cedere al ricatto dopo ben due elezioni inconcludenti e dopo che quelli di Podemos, per preservare una ridicola purezza, avevano mandato a carte quarantotto tutte le speranze che anch’io avevo risposto in loro e s’erano rifiutati di appoggiare un governo a guida socialista (caso mai qualcuno pensasse che l’Italia abbia il monopolio degli idioti alla Bertinotti, il genio delle strategie di lunghissima durata che fece cadere il governo Prodi, regalandoci nell’ordine Silvio Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi).
Gli elettori populisti non sono marziani. Alcuni sono reazionari e perfino razzisti da sempre. Altri sono ex-elettori di sinistra, che si sono sentiti dimenticati se non colpevolizzati dai politici per cui avevano votato, e hanno scelto di ribellarsi oppure di astenersi. Sono esattamente questi, gli elettori che stanno facendo la differenza.
Prendiamo Renzi. Nel giro di niente è riuscito a dilapidare il consenso del 40% che aveva preso alle ultime europee, incaponendosi in riforme ridicole come la “buona scuola” o il job’s act che gli saranno forse serviti a ingraziarsi la Merkel e i fantomatici “mercati internazionali”, ma che di sicuro gli hanno alienato il consenso della base elettorale del PD (sempre ammesso che ancora esista). Viene davvero da chiedersi in quale tipo di bolla vivano, certe persone.
In un delirio d’impotente onnipotenza, il suddetto Renzi ha scommesso le sorti del suo governo su un referendum costituzionale che definire da sbullonati è poco. E lo dice uno che è veramente spaventato da ciò che sta accadendo in Europa da aver deciso di fare sempre e comunque il contrario di ciò che dice Beppe Grillo, il populista da yacht club che, un po’ per prendersi i soldi che spettano ai gruppi parlamentari europei e un po’ anche per corrispondenza d’amorosi sensi, s'è alleato con Nigel Farage, l’ex-broker della City diventato prima milionario e poi difensore dei poveri che vorrebbe cacciarmi dal paese in cui vivo. Lo dice uno che pur di non fare come chi inneggia a Donald Trump e a Vladimir Putin, ha deciso alla fine, da piccolo elettore in ostaggio della destra, della sinistra e dei populisti, di votare sì al referendum in questione.
Caro presidente Matteo Renzi. Ho votato sì obtorto collo al tuo referendum del cavolo. Si allega alla presente un franco, democratico e anti-populista vaffanculo.
lunedì 28 novembre 2016
Dalla padella alla brace
Che strani campioni si sceglie, la classe operaia! Ripudiati e un po’ schifiati dalla sinistra cosiddetta ufficiale, i colletti blu americani hanno deciso di ribellarsi alla tirannia della plutocrazia e della finanza globale e, in uno straordinario esercizio di vaffanculismo autolesionistico, hanno votato per un super-plutocrate.
Donald Trump, a parole, vorrebbe che l’America tornasse agli americani. Muri anti-immigrati, dazi doganali, la fine della globalizzazione, un calcio nel sedere alle élite finanziarie: queste sono state le sue promesse.
I suoi atti, prima ancora del giuramento presidenziale, stanno andando tuttavia in senso opposto. Ha invitato e s’è fatto fotografare con degli imprenditori indiani di cui è socio in affari; ha nominato tra i suoi consiglieri un finanziere d’ultradestra che ha fatto i soldi con le bancarotte altrui; ha lasciato che i suoi figli incontrassero nei loro uffici della Trump Tower mister Jose E. B. Antonio, un miliardario filippino che insieme alla famiglia del neo-presidente americano sta costruendo non una ma ben due Trump Towers in quel di Manila, un investimento da 150 milioni di dollari. Vale la pena ricordare che Mr. Antonio, nel frattempo, era stato nominato inviato speciale negli Stati uniti dal presidente delle Filippine, l’arci-populista Rodrigo Duterte, quello che ha basato il suo consenso sugli squadroni della morte che ammazzano gli spacciatori.
Già che c’era, Donald Trump ha chiesto un piccolo favore a Nigel Farage, l’ex-leader degli ultra-nazionalisti inglesi che è stato il primo politico britannico a meritarsi l’onore di un invito. Gli ha chiesto se, già che c’era, poteva spingere il suo partito a bloccare la realizzazione di alcune turbine a vento che danneggeranno il panorama del suo golf resort scozzese.
Del resto, la rivolta contro le élite inglesi che ha prodotto Brexit è stata spinta e talvolta guidata dalla gran parte dei giornali britannici (dal Sun al Daily Mail al Daily Telegraph) che sono di proprietà di ultra-miliardari dal patriottismo un po’ a singhiozzo: con una mano sventolano la bandiera britannica, con l’altra pagano le tasse nei paradisi fiscali caraibici.
E la Francia? Non è forse leader dell’anti-politica la figlia di un parlamentare di lunghissima data?
Questo è, nella sua essenza e soprattutto nei suoi effetti, il populismo: un salto dalla padella alla brace.D'altra parte, se chi avrebbe gli strumenti per ridurre il disagio sociale non lo fa, quale alternativa rimane a chi non sa più dove sbattere la testa?
Donald Trump, a parole, vorrebbe che l’America tornasse agli americani. Muri anti-immigrati, dazi doganali, la fine della globalizzazione, un calcio nel sedere alle élite finanziarie: queste sono state le sue promesse.
I suoi atti, prima ancora del giuramento presidenziale, stanno andando tuttavia in senso opposto. Ha invitato e s’è fatto fotografare con degli imprenditori indiani di cui è socio in affari; ha nominato tra i suoi consiglieri un finanziere d’ultradestra che ha fatto i soldi con le bancarotte altrui; ha lasciato che i suoi figli incontrassero nei loro uffici della Trump Tower mister Jose E. B. Antonio, un miliardario filippino che insieme alla famiglia del neo-presidente americano sta costruendo non una ma ben due Trump Towers in quel di Manila, un investimento da 150 milioni di dollari. Vale la pena ricordare che Mr. Antonio, nel frattempo, era stato nominato inviato speciale negli Stati uniti dal presidente delle Filippine, l’arci-populista Rodrigo Duterte, quello che ha basato il suo consenso sugli squadroni della morte che ammazzano gli spacciatori.
Già che c’era, Donald Trump ha chiesto un piccolo favore a Nigel Farage, l’ex-leader degli ultra-nazionalisti inglesi che è stato il primo politico britannico a meritarsi l’onore di un invito. Gli ha chiesto se, già che c’era, poteva spingere il suo partito a bloccare la realizzazione di alcune turbine a vento che danneggeranno il panorama del suo golf resort scozzese.
Del resto, la rivolta contro le élite inglesi che ha prodotto Brexit è stata spinta e talvolta guidata dalla gran parte dei giornali britannici (dal Sun al Daily Mail al Daily Telegraph) che sono di proprietà di ultra-miliardari dal patriottismo un po’ a singhiozzo: con una mano sventolano la bandiera britannica, con l’altra pagano le tasse nei paradisi fiscali caraibici.
E la Francia? Non è forse leader dell’anti-politica la figlia di un parlamentare di lunghissima data?
Questo è, nella sua essenza e soprattutto nei suoi effetti, il populismo: un salto dalla padella alla brace.D'altra parte, se chi avrebbe gli strumenti per ridurre il disagio sociale non lo fa, quale alternativa rimane a chi non sa più dove sbattere la testa?
Dice il saggio
L’emergere del populismo, dappertutto in Europa e adesso perfino nella più grande potenza mondiale, viene visto dalle élite tradizionali, soprattutto da quelle liberali e di sinistra, come un rischio esiziale per la democrazia-come-la-conosciamo.
Per difendere la democrazia, spiega il saggio, da americani dobbiamo giocoforza votare Hillary Clinton perché Donald Trump sarebbe una sciagura; da francesi, dobbiamo rassegnarci a Hollande o Sarkozy o chi per loro perché Marine Le Pen distruggerebbe l’Europa; da italiani, dobbiamo votare sì a una insulsa riforma istituzionale perché, se Renzi perde, finiremo tutti tra le fauci dei grillini.
Strana bestia, questa democrazia. Per difenderla, in un esercizio di masochismo pragmatico, ci tocca di votare i bugiardi o gli incapaci: Hillary Clinton, che ha discorsi diversi per tutte le occasioni, le ben retribuite convention della Goldman Sachs come i comizi agli operai del Michigan; Francois Hollande, il baluardo dei valori repubblicani che si fece eleggere promettendo punizioni per i baroni della finanza e che oggi punta, più banalmente, a ridurre il potere contrattuale delle classi lavoratrici ma per il loro bene, allo scopo di aumentarne la “produttività”; Matteo Renzi, che si è inventato padre costituente senza mai essere stato eletto.
La politica, dice il saggio, è l’arte del possibile. Loro, i populisti, banalizzando la complessità, promettono al contrario soluzioni semplici: cacciare gli emigranti, costruire muri, mandare in galera i politici (gli “altri”, ovviamente, i loro sono sempre vittime di complotti), e poi la pietra filosofale d’ogni autentica politicazza economica di stampo qualunquista: ridurre le tasse con una mano e con l’altra incrementare gli investimenti pubblici e il sostegno alle famiglie in difficoltà.
Sono abbastanza vecchio e smagato da ritenermi oramai immune dagli opposti estremismi del pragmatismo fine a se stesso e del populismo piccolo borghese. Nessuno, né i pragmatisti né tantomeno i populisti, offrono soluzioni credibili per i problemi di oggi.
I primi hanno partorito il populismo, intestardendosi in modelli di politica economica che hanno impoverito i propri rispettivi paesi. I secondi sono solo degli opportunisti.
I primi perseverano nell’errore, continuando a ripetere il mantra di un’economia che si basi sul privato e non sul pubblico. I secondi cercano solo capri espiatori da esporre alla gogna.
Datemi qualcuno che dica cose sensate, non m’importa che sia onesto o corrotto fino al midollo, e lo voterò.
Per difendere la democrazia, spiega il saggio, da americani dobbiamo giocoforza votare Hillary Clinton perché Donald Trump sarebbe una sciagura; da francesi, dobbiamo rassegnarci a Hollande o Sarkozy o chi per loro perché Marine Le Pen distruggerebbe l’Europa; da italiani, dobbiamo votare sì a una insulsa riforma istituzionale perché, se Renzi perde, finiremo tutti tra le fauci dei grillini.
Strana bestia, questa democrazia. Per difenderla, in un esercizio di masochismo pragmatico, ci tocca di votare i bugiardi o gli incapaci: Hillary Clinton, che ha discorsi diversi per tutte le occasioni, le ben retribuite convention della Goldman Sachs come i comizi agli operai del Michigan; Francois Hollande, il baluardo dei valori repubblicani che si fece eleggere promettendo punizioni per i baroni della finanza e che oggi punta, più banalmente, a ridurre il potere contrattuale delle classi lavoratrici ma per il loro bene, allo scopo di aumentarne la “produttività”; Matteo Renzi, che si è inventato padre costituente senza mai essere stato eletto.
La politica, dice il saggio, è l’arte del possibile. Loro, i populisti, banalizzando la complessità, promettono al contrario soluzioni semplici: cacciare gli emigranti, costruire muri, mandare in galera i politici (gli “altri”, ovviamente, i loro sono sempre vittime di complotti), e poi la pietra filosofale d’ogni autentica politicazza economica di stampo qualunquista: ridurre le tasse con una mano e con l’altra incrementare gli investimenti pubblici e il sostegno alle famiglie in difficoltà.
Sono abbastanza vecchio e smagato da ritenermi oramai immune dagli opposti estremismi del pragmatismo fine a se stesso e del populismo piccolo borghese. Nessuno, né i pragmatisti né tantomeno i populisti, offrono soluzioni credibili per i problemi di oggi.
I primi hanno partorito il populismo, intestardendosi in modelli di politica economica che hanno impoverito i propri rispettivi paesi. I secondi sono solo degli opportunisti.
I primi perseverano nell’errore, continuando a ripetere il mantra di un’economia che si basi sul privato e non sul pubblico. I secondi cercano solo capri espiatori da esporre alla gogna.
Datemi qualcuno che dica cose sensate, non m’importa che sia onesto o corrotto fino al midollo, e lo voterò.
giovedì 1 settembre 2016
Quando i baschi scoprirono l'America
Si dice che i baschi avessero scoperto l’America già nel medioevo. Salpavano dai loro porti della penisola Iberica e veleggiavano fino alle coste degli odierni Labrador e New England, da dove riportavano a casa grandi quantità di merluzzo atlantico. Non svelarono mai dove si trovasse quella loro straordinaria riserva di pesca, che ne fece per secoli i padroni del ricco mercato europeo del pesce salato (Mark Kurlansky, Cod, 1997).
Solo mezzo secolo dopo il genovese Giovanni Caboto “riscoprì” quelle terre e vi piantò la bandiera del suo datore di lavoro, Enrico VII re d’Inghilterra, seguito a distanza di sette anni da Jacques Cartier e dal suo drapeau français.
Nessuno ricorda i nomi dei marinai baschi, o vichinghi, che sapevano dell’esistenza dell’America da molto prima che Colombo la scambiasse per l’India. La cocciutaggine di Colombo rasentava la follia: per tutta la vita negò che la terra che aveva raggiunto fosse un altro continente. Assurse comunque a gloria eterna, a dimostrazione del legame che talvolta intercorre tra fama e stupidità.
Noi mammiferi del genere umano, essendo in maggioranza animali gregari, tendiamo a seguire il capo branco, ossia chi è stimato o temuto dai più. Chi invece si sente superiore ai propri simili ed è animato da un grado sufficiente di ambizione e narcisismo, si spinge a volere emulare le gesta di quel capo branco, quando non a scalzarlo dal gradino più alto del podio.
Il contrassegno dei grandi dell’umanità è la grandezza delle loro opere. Sembra una tautologia, è forse lo è. Eppure l’anonimo navigatore basco del X secolo che attraversava l’Atlantico orientandosi con le stelle non aveva nulla in meno, per coraggio e abnegazione, di un Cristoforo Colombo. Né gli mancava l’ambizione: anch’egli voleva primeggiare, al punto da rischiare la vita per farlo, sui propri compaesani.
Né erano meno arditi del loro comandante gli stessi marinai delle caravelle, giusto meno rosi dalla smisurata ambizione e dalla furia evangelizzatrice che furono motivazioni non secondarie della sua smania di raggiungere popoli lontani.
Il coraggio di un mozzo di bordo faceva tuttavia fatica a diventare epopea. I nomi di cui i libri di storia, per secoli, hanno vantato le gesta, erano quelli dei condottieri, dei generali, dei re, talvolta dei loro consiglieri di corte (spesso aggiungendo, in quest’ultimo caso, una spruzzatina di zolfo: un cortigiano, un gran visir, un Rasputin o un cardinale Mazzarino, se capita loro di possedere più potere e ascendenza del sovrano legittimo, sono condannati allo stigma di un non so che di perverso, di devianza dal corso naturale delle cose. Dio ci salvi se poi si tratta di una donna! Di Caterina De’ Medici, per esempio, o di Wu Zetian, che da concubina qual era osò diventare imperatrice della Cina).
Per un attimo, sembrò che il Novecento avesse messo definitivamente in soffitta le chincaglierie e gli ammennicoli del diritto divino a governare il sudditame. Lo fece dopo e financo a dispetto dell’infatuazione romantica per gli eroi, i condottieri e i martiri dell’Ottocento irredentista. Va aggiunto che il pantheon mito-patriottico venne in qualche modo allargato per accogliervi, sia pure di tanto in tanto, personaggi di più modesta levatura ed estrazione sociale: la piccola vedetta lombarda o il contadino siciliano fattosi garibaldino; perfino, nell’ispirata profezia marxista, un’intera classe sociale che si faceva eroe collettivo: il proletariato.
I borghesi o gli aristocratici che si battevano per la patria (alla Nino Bixio), ebbero certo i loro quarti di notorietà, come se la sterminata genia degli eroi del passato chiedesse di avere dei discendenti con un pedigree degno dei loro.
Qualcosa, tuttavia, stava già cambiando, se perfino il rappresentante di Domineddio in terra fu costretto a mettere per iscritto che lui, il successore di Pietro, era infallibile (Pastor Aeternus, 18 luglio 1870). Se hai bisogno di scriverlo e di farlo ratificare dal concilio, vuol dire che tanto scontato più non è.
Era nato il popolo e s’era fatto sovrano, ecco cos’era successo. I partiti, libere associazioni di cittadini che partecipavano alle competizioni elettorali adesso finalmente aperte a tutti, senza restrizioni di censo e più tardi di sesso, divennero i protagonisti della vita politica e sociale.
Dove le istituzioni avevano una maggiore consuetudine con la democrazia, il processo non ebbe soluzioni di continuità. In altri contesti si verificarono crisi di rigetto e il populismo alto e piccolo borghese riportò indietro le lancette della storia: alla Roma imperiale in salsa cattolica e al Sacro Romano Impero in versione pagana (con caudillos iberici di contorno). Non è cosa facile sbarazzarsi del retaggio dei millenni, men che meno del bisogno inconscio di vati e propagatori vari di sifilide ed eroiche gesta. Succede, quando le istituzioni non funzionano.
Fu una breve parentesi, poi il potere finì nelle mani dei piccoli, mediocri, spesso pingui e poco appariscenti funzionari di partito. I mozzi di bordo s’erano fatti ammiragli e i libri di storia smisero di vantare le gesta dei grandi, sostituendole con quelle dei popoli.
Perfino gli eroi cambiarono mestiere.
La lunga marcia non fu solo di Mao ma di tutti i contadini cinesi; Stachanov il minatore divenne l’eroe eponimo del proletariato sovietico; i ladri di biciclette e i terremotati di Messina presero il posto che, sul grande schermo, era stato di Scipione l’Africano; l’uomo che davvero uccise Liberty Valance, vivaddio, fu il semi-analfabeta John Wayne, non l’avvocato diventato membro del Congresso interpretato da James Stewart; lontani da occhi indiscreti, i samurai di Rashomon mettevano da parte l’eroismo e combattevano come avrebbe fatto chiunque tra noi: da ammazzasette e facendosela sotto dalla paura.
I partiti di massa aborrivano il culto della personalità. Guai a sentirsi superiori, a ritenersi indispensabili. Il bene del partito, l’interesse generale, faceva aggio su qualunque idiosincrasia, su qualsivoglia mal di pancia.
La perfezione non è di questo mondo (e forse neppure di quell’altro, a giudicare da quante volte perfino i più onniscienti tra gli dei, esasperati, si siano risolti ad allagare il creato pur di ripartire da zero). Come sempre, i difetti erano più dei pregi, ma è il destino di noi creature imperfette.
Quel che è certo è che gli statisti di cui oggi a quanto pare sentiamo la mancanza; quei leader che nostalgicamente confrontiamo con i nostri attuali rappresentanti; i Churchill, i De Gaulle, i Togliatti, perfino i De Gasperi (ah se ci fossero loro al posto di David Cameron, di Hollande, di Renzi!); per quanto forse sì, forse dentro di loro pensassero d’essere superiori, di essere meglio degli altri (un leader modesto è una contraddizione in termini), e per quanto forse proverebbero un umano, comprensibile piacere di fronte a tale postuma adulazione; tutto ciò premesso e fatta la tara delle umane debolezze, dubito si riconoscerebbero nel ritratto che viene fatto di loro.
La grandezza delle loro gesta, come lo sbarco in quell’America che Colombo negò d’avere scoperta, non fu affatto merito loro. Churchill s’oppose fino all’ultimo all’inevitabile, e mentre l’impero britannico si dissolveva davanti ai suoi propri occhi andava ancora cianciando di non voler essere il primo ministro che sovrintendeva alla fine del dominio britannico sul mondo; De Gaulle, ospitato a Londra negli anni dell’occupazione nazista della Francia, ancora brigava contro la tradizionale nemica, la Gran Bretagna, in nome della grandeur e per mantenere il controllo della Siria, con Churchill nella stanza accanto che di tanto in tanto, per ripicca, minacciava di tagliargli i viveri; Togliatti camminava sul filo di Yalta, conciliando mefistofelicamente le purghe staliniane degli intellettuali sovietici e i buoni rapporti con l’intellighenzia italiana; De Gasperi fingeva di non sapere nulla del massacro dei sindacalisti siciliani, e dei metodi poco ortodossi e ancor meno democratici grazie ai quali la mia Sicilia si addormentò comunista e si risvegliò democristiana.
La grandezza delle loro gesta dipese dall’avere tenuto le proprie posizioni a dispetto di tutto, senza farsi traviare dall’idea medioevale che siano i leader a cambiare i paesi. I grandi del passato sono uomini come noi che, per arrivismo, ambizione e abilità nel conservare la poltrona, si sono trovati al posto giusto nel momento giusto. Ciò che della loro epoca rimpiangiamo accadde indipendentemente dalla loro volontà.
Quando Napoleone conquistò mezza Europa, portava con sé la spada e, come libro, il codice civile francese. Bonaparte rappresentava il futuro, era il grande riformatore del manzoniano Cinque Maggio. Arrivò fino alle porte di Mosca, dove giovani, adrenalinici generali russi studiavano piani di battaglia per contrastarlo. Mentre loro spostavano e rispostavano armate sulle mappe come giocatori di Risiko, il capo dell’esercito zarista, il generale Kutuzov, vinto dalla vecchiaia e dalla disfunzione epatica, placidamente si addormentava.
Era troppo vecchio ed esperto per credere davvero che la strategia militare avesse un senso. Sapeva che i francesi sarebbero stati sconfitti dal terribile inverno russo, e che tutto il resto era solo fumo negli occhi. Tolstoj, che a differenza di altri scrittori la guerra la combatté sul serio, di questo straordinario temporeggiatore ha dipinto un meraviglioso ritratto.
Perché, questo è il punto, nessuno controlla davvero il mondo. Né Napoleone, né Obama, né la CIA, né Putin, né il gruppo Bilderberg, né tanto meno i rettiliani. Ognuno, semplicemente, difende il suo. Fino a quando, misteriosamente e spesso dopo immani tragedie, si raggiunge un accettabile equilibrio.
Questa è la storia dell’umanità. Drammatica, terribile, meravigliosa. Tutti e nessuno siamo i depositari della verità: i marinai baschi, Cristoforo Colombo e i suoi mozzi di bordo, Napoleone, il generale Kutuzov e perfino il sottoscritto, e ovviamente voi che siete riusciti a leggermi fin qui. Sbraniamoci a vicenda, se serve, ma non lasciamo che siano i capi branco, gli individui alfa, gli assai presunti uomini forti, gli onesti a prescindere, gli unti dal signore o i senza peccato a fare finta di scrivere la storia.
Solo mezzo secolo dopo il genovese Giovanni Caboto “riscoprì” quelle terre e vi piantò la bandiera del suo datore di lavoro, Enrico VII re d’Inghilterra, seguito a distanza di sette anni da Jacques Cartier e dal suo drapeau français.
Nessuno ricorda i nomi dei marinai baschi, o vichinghi, che sapevano dell’esistenza dell’America da molto prima che Colombo la scambiasse per l’India. La cocciutaggine di Colombo rasentava la follia: per tutta la vita negò che la terra che aveva raggiunto fosse un altro continente. Assurse comunque a gloria eterna, a dimostrazione del legame che talvolta intercorre tra fama e stupidità.
Noi mammiferi del genere umano, essendo in maggioranza animali gregari, tendiamo a seguire il capo branco, ossia chi è stimato o temuto dai più. Chi invece si sente superiore ai propri simili ed è animato da un grado sufficiente di ambizione e narcisismo, si spinge a volere emulare le gesta di quel capo branco, quando non a scalzarlo dal gradino più alto del podio.
Il contrassegno dei grandi dell’umanità è la grandezza delle loro opere. Sembra una tautologia, è forse lo è. Eppure l’anonimo navigatore basco del X secolo che attraversava l’Atlantico orientandosi con le stelle non aveva nulla in meno, per coraggio e abnegazione, di un Cristoforo Colombo. Né gli mancava l’ambizione: anch’egli voleva primeggiare, al punto da rischiare la vita per farlo, sui propri compaesani.
Né erano meno arditi del loro comandante gli stessi marinai delle caravelle, giusto meno rosi dalla smisurata ambizione e dalla furia evangelizzatrice che furono motivazioni non secondarie della sua smania di raggiungere popoli lontani.
Il coraggio di un mozzo di bordo faceva tuttavia fatica a diventare epopea. I nomi di cui i libri di storia, per secoli, hanno vantato le gesta, erano quelli dei condottieri, dei generali, dei re, talvolta dei loro consiglieri di corte (spesso aggiungendo, in quest’ultimo caso, una spruzzatina di zolfo: un cortigiano, un gran visir, un Rasputin o un cardinale Mazzarino, se capita loro di possedere più potere e ascendenza del sovrano legittimo, sono condannati allo stigma di un non so che di perverso, di devianza dal corso naturale delle cose. Dio ci salvi se poi si tratta di una donna! Di Caterina De’ Medici, per esempio, o di Wu Zetian, che da concubina qual era osò diventare imperatrice della Cina).
Per un attimo, sembrò che il Novecento avesse messo definitivamente in soffitta le chincaglierie e gli ammennicoli del diritto divino a governare il sudditame. Lo fece dopo e financo a dispetto dell’infatuazione romantica per gli eroi, i condottieri e i martiri dell’Ottocento irredentista. Va aggiunto che il pantheon mito-patriottico venne in qualche modo allargato per accogliervi, sia pure di tanto in tanto, personaggi di più modesta levatura ed estrazione sociale: la piccola vedetta lombarda o il contadino siciliano fattosi garibaldino; perfino, nell’ispirata profezia marxista, un’intera classe sociale che si faceva eroe collettivo: il proletariato.
I borghesi o gli aristocratici che si battevano per la patria (alla Nino Bixio), ebbero certo i loro quarti di notorietà, come se la sterminata genia degli eroi del passato chiedesse di avere dei discendenti con un pedigree degno dei loro.
Qualcosa, tuttavia, stava già cambiando, se perfino il rappresentante di Domineddio in terra fu costretto a mettere per iscritto che lui, il successore di Pietro, era infallibile (Pastor Aeternus, 18 luglio 1870). Se hai bisogno di scriverlo e di farlo ratificare dal concilio, vuol dire che tanto scontato più non è.
Era nato il popolo e s’era fatto sovrano, ecco cos’era successo. I partiti, libere associazioni di cittadini che partecipavano alle competizioni elettorali adesso finalmente aperte a tutti, senza restrizioni di censo e più tardi di sesso, divennero i protagonisti della vita politica e sociale.
Dove le istituzioni avevano una maggiore consuetudine con la democrazia, il processo non ebbe soluzioni di continuità. In altri contesti si verificarono crisi di rigetto e il populismo alto e piccolo borghese riportò indietro le lancette della storia: alla Roma imperiale in salsa cattolica e al Sacro Romano Impero in versione pagana (con caudillos iberici di contorno). Non è cosa facile sbarazzarsi del retaggio dei millenni, men che meno del bisogno inconscio di vati e propagatori vari di sifilide ed eroiche gesta. Succede, quando le istituzioni non funzionano.
Fu una breve parentesi, poi il potere finì nelle mani dei piccoli, mediocri, spesso pingui e poco appariscenti funzionari di partito. I mozzi di bordo s’erano fatti ammiragli e i libri di storia smisero di vantare le gesta dei grandi, sostituendole con quelle dei popoli.
Perfino gli eroi cambiarono mestiere.
La lunga marcia non fu solo di Mao ma di tutti i contadini cinesi; Stachanov il minatore divenne l’eroe eponimo del proletariato sovietico; i ladri di biciclette e i terremotati di Messina presero il posto che, sul grande schermo, era stato di Scipione l’Africano; l’uomo che davvero uccise Liberty Valance, vivaddio, fu il semi-analfabeta John Wayne, non l’avvocato diventato membro del Congresso interpretato da James Stewart; lontani da occhi indiscreti, i samurai di Rashomon mettevano da parte l’eroismo e combattevano come avrebbe fatto chiunque tra noi: da ammazzasette e facendosela sotto dalla paura.
I partiti di massa aborrivano il culto della personalità. Guai a sentirsi superiori, a ritenersi indispensabili. Il bene del partito, l’interesse generale, faceva aggio su qualunque idiosincrasia, su qualsivoglia mal di pancia.
La perfezione non è di questo mondo (e forse neppure di quell’altro, a giudicare da quante volte perfino i più onniscienti tra gli dei, esasperati, si siano risolti ad allagare il creato pur di ripartire da zero). Come sempre, i difetti erano più dei pregi, ma è il destino di noi creature imperfette.
Quel che è certo è che gli statisti di cui oggi a quanto pare sentiamo la mancanza; quei leader che nostalgicamente confrontiamo con i nostri attuali rappresentanti; i Churchill, i De Gaulle, i Togliatti, perfino i De Gasperi (ah se ci fossero loro al posto di David Cameron, di Hollande, di Renzi!); per quanto forse sì, forse dentro di loro pensassero d’essere superiori, di essere meglio degli altri (un leader modesto è una contraddizione in termini), e per quanto forse proverebbero un umano, comprensibile piacere di fronte a tale postuma adulazione; tutto ciò premesso e fatta la tara delle umane debolezze, dubito si riconoscerebbero nel ritratto che viene fatto di loro.
La grandezza delle loro gesta, come lo sbarco in quell’America che Colombo negò d’avere scoperta, non fu affatto merito loro. Churchill s’oppose fino all’ultimo all’inevitabile, e mentre l’impero britannico si dissolveva davanti ai suoi propri occhi andava ancora cianciando di non voler essere il primo ministro che sovrintendeva alla fine del dominio britannico sul mondo; De Gaulle, ospitato a Londra negli anni dell’occupazione nazista della Francia, ancora brigava contro la tradizionale nemica, la Gran Bretagna, in nome della grandeur e per mantenere il controllo della Siria, con Churchill nella stanza accanto che di tanto in tanto, per ripicca, minacciava di tagliargli i viveri; Togliatti camminava sul filo di Yalta, conciliando mefistofelicamente le purghe staliniane degli intellettuali sovietici e i buoni rapporti con l’intellighenzia italiana; De Gasperi fingeva di non sapere nulla del massacro dei sindacalisti siciliani, e dei metodi poco ortodossi e ancor meno democratici grazie ai quali la mia Sicilia si addormentò comunista e si risvegliò democristiana.
La grandezza delle loro gesta dipese dall’avere tenuto le proprie posizioni a dispetto di tutto, senza farsi traviare dall’idea medioevale che siano i leader a cambiare i paesi. I grandi del passato sono uomini come noi che, per arrivismo, ambizione e abilità nel conservare la poltrona, si sono trovati al posto giusto nel momento giusto. Ciò che della loro epoca rimpiangiamo accadde indipendentemente dalla loro volontà.
Quando Napoleone conquistò mezza Europa, portava con sé la spada e, come libro, il codice civile francese. Bonaparte rappresentava il futuro, era il grande riformatore del manzoniano Cinque Maggio. Arrivò fino alle porte di Mosca, dove giovani, adrenalinici generali russi studiavano piani di battaglia per contrastarlo. Mentre loro spostavano e rispostavano armate sulle mappe come giocatori di Risiko, il capo dell’esercito zarista, il generale Kutuzov, vinto dalla vecchiaia e dalla disfunzione epatica, placidamente si addormentava.
Era troppo vecchio ed esperto per credere davvero che la strategia militare avesse un senso. Sapeva che i francesi sarebbero stati sconfitti dal terribile inverno russo, e che tutto il resto era solo fumo negli occhi. Tolstoj, che a differenza di altri scrittori la guerra la combatté sul serio, di questo straordinario temporeggiatore ha dipinto un meraviglioso ritratto.
Perché, questo è il punto, nessuno controlla davvero il mondo. Né Napoleone, né Obama, né la CIA, né Putin, né il gruppo Bilderberg, né tanto meno i rettiliani. Ognuno, semplicemente, difende il suo. Fino a quando, misteriosamente e spesso dopo immani tragedie, si raggiunge un accettabile equilibrio.
Questa è la storia dell’umanità. Drammatica, terribile, meravigliosa. Tutti e nessuno siamo i depositari della verità: i marinai baschi, Cristoforo Colombo e i suoi mozzi di bordo, Napoleone, il generale Kutuzov e perfino il sottoscritto, e ovviamente voi che siete riusciti a leggermi fin qui. Sbraniamoci a vicenda, se serve, ma non lasciamo che siano i capi branco, gli individui alfa, gli assai presunti uomini forti, gli onesti a prescindere, gli unti dal signore o i senza peccato a fare finta di scrivere la storia.
giovedì 25 agosto 2016
La maledizione di Tikulti-Ninurta
“Guârdati dal rimuovere la mia stele e il mio nome: la dea Ishtar, la mia signora e padrona, distruggerà il tuo potere, spezzerà le tue armi, sterminerà la tua discendenza e ti consegnerà ai tuoi nemici”.
Non poteva essere più esplicita, la maledizione fatta incidere da Tikulti-Ninurta I, re degli Assiri, nella seconda metà del XIII secolo a.C.
Guai a riderne: le maledizioni degli antichi imperatori, e dei loro dei, vanno prese sul serio. Sempre. Nessuno conosce meglio la caducità delle umane cose di un re che ha perso il proprio regno.
Lo stesso Tikulti-Ninurta lo imparò a sue spese. Aveva osato violare, lui per primo, la santità di Babilonia. La conquistò e ne fece prigionieri il re e perfino il dio Marduk, la cui statua trasportò in catene in Assiria. Fu il suo proprio figlio a fargli pagare il fio di tanto ardire: lo detronizzò, lo gettò in carcere e diede fuoco alla nuova capitale, che Tikulti-Ninurta aveva voluto costruire di fronte a quella vecchia, Assur, sulla sponda opposta del Tigri.
Lo impararono altresì i tedeschi. La stele è a tutt’oggi esposta al Vorderasiatisches Museum, nell’isola dei musei di Berlino. A scoprirla, infatti, alla vigilia della prima guerra mondiale, fu l’archeologo tedesco Walter Andrae.
Il professor Andrae non diede retta a ciò che vi era inciso e imprudentemente la rimosse. Chissà se collegò mai i due episodi: il suo sacrilegio e l’assassinio, in quel di Sarajevo, dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando. Quel che è certo è che pochi anni e milioni di morti dopo, la nefasta profezia di Tikulti-Ninurta si sarebbe avverata: il secondo impero tedesco fu spazzato via, com’era già accaduto al primo e come accadrà anche al terzo, l’effimero “reich” hitleriano.
L’Europa intera, a dire il vero, non solo la Germania, pagò l’ardire dei propri archeologi. Per lo meno, quei paesi dell’Europa che si erano lanciati in imprese imperiali.
Quante tombe furono violate, negli anni gloriosi dell’archeologia coloniale! Mausolei di sconosciuti sovrani, di dimenticati imperatori, di mummificati faraoni, di divinità in terra che i vermi non trovarono affatto diverse dai comuni mortali, né meno digeribili.
Enormi musei furono costruiti per ospitare i resti delle antiche civiltà, con sotterranei ancora più grandi per immagazzinare ciò che non poteva essere esposto.
Che opera immane, fu quella: dissotterrare la storia, leggere nuovamente lingue rimaste mute per millenni, trasportare per terre e per mari le spoglie prigioniere di divinità che furono, un tempo, onnipotenti.
Come Tikulti-Ninurta, anche i sovrani d’Occidente scoprirono ben presto quanta scarogna porti il ratto degli dei altrui. La prima guerra mondiale fu, per i loro imperi, l’inizio della fine.
L’erede dell’imperatrice dell’India oggi fa i soldi con le royalties sulle tazze da tè e le foto di Kate & William vendute ai rotocalchi; l’erede di Carlo V e Filippo II è costretto ad abdicare per storiacce di corna e falsi in bilancio; il re del Portogallo non sa neanche ballar la samba (vedi Mario Panzeri, Il re del Portogallo, 1948); l’ultimo kaiser di cui si ha memoria risponde al nome di Franz Beckenbauer.
Gli imperi che furono vivono di rendita. Riesce loro difficile il gioco che pure un tempo funzionò: garantire i diritti e il benessere dei propri sudditi a discapito del resto del mondo. Perso quest’ultimo, stanno scoprendo il terrore e lo sgomento d’essere diventati marche di confine di altri imperi, vicini e lontani, che la ruota infinita della storia sta riportando all’antica potenza. Provano, di tanto in tanto, a lucidare le cannoniere, a flettere gli atrofizzati muscoli, ma con risultati patetici.
Sono come le repubbliche di Genova e di Venezia negli anni del loro tramonto. Furono signore dei mari, e sono ancora ricche di denari ed expertise, maestre di commercio e brokeraggio; sono ancora difese da efficienti milizie mercenarie; orgogliose sempre delle proprie tradizioni; onuste di gloria e decadenza.
I cavalli di bronzo ancora svettano sulla cattedrale di San Marco: bottino di guerra di una crociata, la quarta, partita per liberare Gerusalemme dai musulmani e vittoriosamente conclusasi col saccheggio della cristiana Bisanzio.
Di fronte a potenze molto più grandi, incapaci di comprendere l’epoca nuova, Genova e Venezia continuano a guerreggiare tra di loro, a mettere in scena la pantomima della propria secolare rivalità. A fare ciò che sono abituate a fare.
Tutto sembra com’era, eppure tutto è cambiato. Il loro regno, il Mediterraneo, non è più il centro del mondo.
Per circa cinque secoli, quel centro divenne l’Atlantico. Non a caso si chiamò NATO, la Santa Alleanza degli antichi imperi d’Occidente: North Atlantic Treaty Organization.
Oggi il centro s’è spostato nuovamente. O, per meglio dire, è scomparso: nessuno sa più bene dove stia. C’è chi lo cerca lungo le coste del Pacifico; chi sulle rive del Mar Caspio; chi lungo il corso del Potomac; a detta di qualcun altro, starebbe niente meno che sulla Sprea (ma quando mai s’è visto, un impero senza esercito?).
“Viviamo in un’epoca di transizione. Come sempre, del resto”, diceva Ennio Flaiano. Se lo poteva permettere, lui. Scriveva dall’alto d’uno scetticismo millenario, in una città che aveva perso il suo impero tanti secoli prima e all’indomani di quella parodia dell’età augustea che fu il fascismo. Se lo poteva permettere, nel mondo ordinato della guerra fredda e del welfare state.
Finché le epoche di transizione arrivano davvero. Finché arriva il momento in cui le carte si scoprono e si capisce chi stava bluffando. Il disastro delle guerre neo-coloniali in Mesopotamia, la nuova presa di Babilonia, e poi i sensi di colpa che hanno spinto i leader occidentali a sostenere le cosiddette primavere arabe (però a singhiozzo: sì la Libia no il Bahrein mezzo e mezzo la Siria): tutto questo non solo ha lasciato dietro di sé morti e macerie, ma ha anche reso più che evidente l’incapacità dei nuovi padroni del mondo di padroneggiare alcunché.
La strategia del mezzo-passo, del tirare la granata e nascondere la mano, del pretendere d’impadronirsi delle risorse naturali di paesi lontani senza però occuparli di fatto, di scimmiottare antiche pratiche coloniali senza truppe sul terreno e funzionari amministrativi e viceré e governatori… decisamente, non c’è nulla di peggio di un re che fa la voce grossa ben sapendo d’andare in giro col culo di fuori.
Le vecchie potenze europee, in un atto di lodevole contrizione, nel secondo dopoguerra vollero farsi pacifiche, coprire l’odore d’iprite e polvere da sparo che ancora ammorbava l’aria. Durò finché sopravvisse l’equilibrio delle potenze. Crollato quest’ultimo, la strategia della pace mostrò subito la sua debolezza. Perfino alle porte di casa sua, in quella che un tempo si chiamava Jugoslavia, dovettero intervenire gli americani per porre termine a una terribile guerra fratricida, mentre i caschi blu olandesi osservavano coi binocoli rovesciati i poveri cristi che avevano mandato al massacro. Affinché l’orrore sembrasse lontano, non lì, a pochi metri dalla loro guarnigione.
Incurante del ridicolo, l’Europa volle spingere i propri confini fino a inglobare le sterminate pianure ucraine, il granaio dell’antico nemico russo. Era solo questione di tempo, prima che il mafio-zar Vladimir Putin, il prode cacciatore di tigri narcotizzate, si pappasse la Crimea in un solo boccone.
Nella Grande Illusione di Jean Renoir, ambientato durante la prima guerra mondiale, il capitano francese de Boldieu viene fatto prigioniero dal parigrado tedesco Von Rauffenstein. Sono entrambi nobili, eredi di casati che nel mestiere delle armi avevano trovato, per secoli, la propria ragion d’essere.
Von Rauffenstein invita a cena il suo prigioniero, e i due amabilmente discettano, come amici di lunga data, dei loro sottoposti: di questi uomini qualunque, figli del popolo, che non possiedono il loro imprinting marziale, che non comprendono il massacro di cui pure sono parte. Che non capiscono la guerra.
Chissà cosa direbbero dell’Europa di oggi, di quest’informe agglomerato di antichi regni che le armi dei loro antenati forgiarono e fecero ricchi? Di questa prospera e decadente potenza, culla di democrazia e insieme di tirannia, che cerca a tentoni un ruolo nell’ordine geopolitico delle cose? I cui leader, discendenti di genie di condottieri e forse per questo incapaci di fare i conti con la dura realtà, si coprono di ridicolo ogni qual volta si atteggiano a napoleoni?
Perché è questo, aujourd’hui, il Vecchio Continente: le sue armi spezzate, il potere in frantumi, una discendenza che è sulla buona strada per sterminarsi da sola, visto il tasso di natalità che da decenni non pareggia il conto dei morti.
Se Tikulti-Ninurta riposa ancora nella sua tomba, starà certamente gongolando.
Non poteva essere più esplicita, la maledizione fatta incidere da Tikulti-Ninurta I, re degli Assiri, nella seconda metà del XIII secolo a.C.
Guai a riderne: le maledizioni degli antichi imperatori, e dei loro dei, vanno prese sul serio. Sempre. Nessuno conosce meglio la caducità delle umane cose di un re che ha perso il proprio regno.
Lo stesso Tikulti-Ninurta lo imparò a sue spese. Aveva osato violare, lui per primo, la santità di Babilonia. La conquistò e ne fece prigionieri il re e perfino il dio Marduk, la cui statua trasportò in catene in Assiria. Fu il suo proprio figlio a fargli pagare il fio di tanto ardire: lo detronizzò, lo gettò in carcere e diede fuoco alla nuova capitale, che Tikulti-Ninurta aveva voluto costruire di fronte a quella vecchia, Assur, sulla sponda opposta del Tigri.
Lo impararono altresì i tedeschi. La stele è a tutt’oggi esposta al Vorderasiatisches Museum, nell’isola dei musei di Berlino. A scoprirla, infatti, alla vigilia della prima guerra mondiale, fu l’archeologo tedesco Walter Andrae.
Il professor Andrae non diede retta a ciò che vi era inciso e imprudentemente la rimosse. Chissà se collegò mai i due episodi: il suo sacrilegio e l’assassinio, in quel di Sarajevo, dell’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando. Quel che è certo è che pochi anni e milioni di morti dopo, la nefasta profezia di Tikulti-Ninurta si sarebbe avverata: il secondo impero tedesco fu spazzato via, com’era già accaduto al primo e come accadrà anche al terzo, l’effimero “reich” hitleriano.
L’Europa intera, a dire il vero, non solo la Germania, pagò l’ardire dei propri archeologi. Per lo meno, quei paesi dell’Europa che si erano lanciati in imprese imperiali.
Quante tombe furono violate, negli anni gloriosi dell’archeologia coloniale! Mausolei di sconosciuti sovrani, di dimenticati imperatori, di mummificati faraoni, di divinità in terra che i vermi non trovarono affatto diverse dai comuni mortali, né meno digeribili.
Enormi musei furono costruiti per ospitare i resti delle antiche civiltà, con sotterranei ancora più grandi per immagazzinare ciò che non poteva essere esposto.
Che opera immane, fu quella: dissotterrare la storia, leggere nuovamente lingue rimaste mute per millenni, trasportare per terre e per mari le spoglie prigioniere di divinità che furono, un tempo, onnipotenti.
Come Tikulti-Ninurta, anche i sovrani d’Occidente scoprirono ben presto quanta scarogna porti il ratto degli dei altrui. La prima guerra mondiale fu, per i loro imperi, l’inizio della fine.
L’erede dell’imperatrice dell’India oggi fa i soldi con le royalties sulle tazze da tè e le foto di Kate & William vendute ai rotocalchi; l’erede di Carlo V e Filippo II è costretto ad abdicare per storiacce di corna e falsi in bilancio; il re del Portogallo non sa neanche ballar la samba (vedi Mario Panzeri, Il re del Portogallo, 1948); l’ultimo kaiser di cui si ha memoria risponde al nome di Franz Beckenbauer.
Gli imperi che furono vivono di rendita. Riesce loro difficile il gioco che pure un tempo funzionò: garantire i diritti e il benessere dei propri sudditi a discapito del resto del mondo. Perso quest’ultimo, stanno scoprendo il terrore e lo sgomento d’essere diventati marche di confine di altri imperi, vicini e lontani, che la ruota infinita della storia sta riportando all’antica potenza. Provano, di tanto in tanto, a lucidare le cannoniere, a flettere gli atrofizzati muscoli, ma con risultati patetici.
Sono come le repubbliche di Genova e di Venezia negli anni del loro tramonto. Furono signore dei mari, e sono ancora ricche di denari ed expertise, maestre di commercio e brokeraggio; sono ancora difese da efficienti milizie mercenarie; orgogliose sempre delle proprie tradizioni; onuste di gloria e decadenza.
I cavalli di bronzo ancora svettano sulla cattedrale di San Marco: bottino di guerra di una crociata, la quarta, partita per liberare Gerusalemme dai musulmani e vittoriosamente conclusasi col saccheggio della cristiana Bisanzio.
Di fronte a potenze molto più grandi, incapaci di comprendere l’epoca nuova, Genova e Venezia continuano a guerreggiare tra di loro, a mettere in scena la pantomima della propria secolare rivalità. A fare ciò che sono abituate a fare.
Tutto sembra com’era, eppure tutto è cambiato. Il loro regno, il Mediterraneo, non è più il centro del mondo.
Per circa cinque secoli, quel centro divenne l’Atlantico. Non a caso si chiamò NATO, la Santa Alleanza degli antichi imperi d’Occidente: North Atlantic Treaty Organization.
Oggi il centro s’è spostato nuovamente. O, per meglio dire, è scomparso: nessuno sa più bene dove stia. C’è chi lo cerca lungo le coste del Pacifico; chi sulle rive del Mar Caspio; chi lungo il corso del Potomac; a detta di qualcun altro, starebbe niente meno che sulla Sprea (ma quando mai s’è visto, un impero senza esercito?).
“Viviamo in un’epoca di transizione. Come sempre, del resto”, diceva Ennio Flaiano. Se lo poteva permettere, lui. Scriveva dall’alto d’uno scetticismo millenario, in una città che aveva perso il suo impero tanti secoli prima e all’indomani di quella parodia dell’età augustea che fu il fascismo. Se lo poteva permettere, nel mondo ordinato della guerra fredda e del welfare state.
Finché le epoche di transizione arrivano davvero. Finché arriva il momento in cui le carte si scoprono e si capisce chi stava bluffando. Il disastro delle guerre neo-coloniali in Mesopotamia, la nuova presa di Babilonia, e poi i sensi di colpa che hanno spinto i leader occidentali a sostenere le cosiddette primavere arabe (però a singhiozzo: sì la Libia no il Bahrein mezzo e mezzo la Siria): tutto questo non solo ha lasciato dietro di sé morti e macerie, ma ha anche reso più che evidente l’incapacità dei nuovi padroni del mondo di padroneggiare alcunché.
La strategia del mezzo-passo, del tirare la granata e nascondere la mano, del pretendere d’impadronirsi delle risorse naturali di paesi lontani senza però occuparli di fatto, di scimmiottare antiche pratiche coloniali senza truppe sul terreno e funzionari amministrativi e viceré e governatori… decisamente, non c’è nulla di peggio di un re che fa la voce grossa ben sapendo d’andare in giro col culo di fuori.
Le vecchie potenze europee, in un atto di lodevole contrizione, nel secondo dopoguerra vollero farsi pacifiche, coprire l’odore d’iprite e polvere da sparo che ancora ammorbava l’aria. Durò finché sopravvisse l’equilibrio delle potenze. Crollato quest’ultimo, la strategia della pace mostrò subito la sua debolezza. Perfino alle porte di casa sua, in quella che un tempo si chiamava Jugoslavia, dovettero intervenire gli americani per porre termine a una terribile guerra fratricida, mentre i caschi blu olandesi osservavano coi binocoli rovesciati i poveri cristi che avevano mandato al massacro. Affinché l’orrore sembrasse lontano, non lì, a pochi metri dalla loro guarnigione.
Incurante del ridicolo, l’Europa volle spingere i propri confini fino a inglobare le sterminate pianure ucraine, il granaio dell’antico nemico russo. Era solo questione di tempo, prima che il mafio-zar Vladimir Putin, il prode cacciatore di tigri narcotizzate, si pappasse la Crimea in un solo boccone.
Nella Grande Illusione di Jean Renoir, ambientato durante la prima guerra mondiale, il capitano francese de Boldieu viene fatto prigioniero dal parigrado tedesco Von Rauffenstein. Sono entrambi nobili, eredi di casati che nel mestiere delle armi avevano trovato, per secoli, la propria ragion d’essere.
Von Rauffenstein invita a cena il suo prigioniero, e i due amabilmente discettano, come amici di lunga data, dei loro sottoposti: di questi uomini qualunque, figli del popolo, che non possiedono il loro imprinting marziale, che non comprendono il massacro di cui pure sono parte. Che non capiscono la guerra.
Chissà cosa direbbero dell’Europa di oggi, di quest’informe agglomerato di antichi regni che le armi dei loro antenati forgiarono e fecero ricchi? Di questa prospera e decadente potenza, culla di democrazia e insieme di tirannia, che cerca a tentoni un ruolo nell’ordine geopolitico delle cose? I cui leader, discendenti di genie di condottieri e forse per questo incapaci di fare i conti con la dura realtà, si coprono di ridicolo ogni qual volta si atteggiano a napoleoni?
Perché è questo, aujourd’hui, il Vecchio Continente: le sue armi spezzate, il potere in frantumi, una discendenza che è sulla buona strada per sterminarsi da sola, visto il tasso di natalità che da decenni non pareggia il conto dei morti.
Se Tikulti-Ninurta riposa ancora nella sua tomba, starà certamente gongolando.
martedì 2 agosto 2016
Europalgia
Quando il termine nostalgia fu usato per la prima volta, nel 1688, non aveva nulla a che vedere con i dolci ricordi d’infanzia o con le romantiche foto color seppia del paesello che fu.
Oggi, per noi, la nostalgia è un sentimento. Dolciastro, piacevole, e se talvolta capita che sia doloroso, è un dolore nel quale amiamo crogiolarci. Tutti proviamo “nostalgia” per gli anni che furono, e ci ritroviamo in compagnia degli amici d’infanzia o dei vecchi compagni di scuola a raccontare per l’ennesima volta, tra il divertito e il commosso, di quando cascammo dall’albero o di come riuscimmo a farla franca col professore di matematica.
Un mutamento di significato che la nostalgia ha in comune con un altro termine, a sua volta talmente irriconoscibile da esserne diventato quasi un sinonimo: malinconia.
Nell’odierno linguaggio quotidiano la malinconia è nostalgia con un sovrappiù di tristezza, meno legata a memorie particolari. E’ nostalgia di non si sa bene cosa.
Eppure, in origine, la malinconia (anzi, melanconia) era né più né meno che un sinonimo di ciò che oggi chiamiamo depressione. Il malinconico era un depresso, non un nostalgico. E il nostalgico, a sua volta, era un malato.
Johannes Hofer, lo studente di medicina svizzero che nel XVII secolo coniò il termine nostalgia, la definì “una malattia di origine demoniaca”. Non a caso il suo secondo elemento etimologico, -algìa, deriva dal greco “algos”, dolore. Come in nevralgia o in lombosciatalgia.
Il primo elemento è nóstos, ritorno. La nostalgia, letteralmente e storicamente intesa, è il dolore del ritorno. Colpiva i mercenari svizzeri che combattevano in giro per l’Europa e rimanevano per anni lontani da casa. Alcuni provavano un dolore così insopportabile da spingerli alla depressione e al suicidio.
La nostalgia è la malattia dell’Europa di oggi. La memoria individuale e la memoria storica non sono sovrapponibili. Non coincidono. Ciò che in realtà dolorosamente rimpiangiamo, ciò che disperatamente vorremmo indietro, è la stabilità del passato, la sicurezza che deriva dal suo essere per l'appunto passato.
Noi europei, oggi, siamo come quegli adolescenti che vorrebbero tornare bambini, e che hanno dimenticato di quando, bambini, volevano crescere in fretta, lasciarsi alle spalle le ansie dell’infanzia e diventare adulti. Siamo come quegli adulti che vorrebbero tornare adolescenti, e che dalla propria adolescenza hanno rimosso le terribili insicurezze, l’instabilità emotiva, il terrore di non essere all’altezza.
Il passato che rimpiangiamo non è quasi mai il nostro vero passato. E’ un passato edulcorato, corretto, riscritto. Vorremmo indietro il bambino senza l’acqua sporca: lo stato sociale di un tempo senza le guerre mondiali che ne furono l’origine; le fabbriche di una volta senza la schiavitù della catena di montaggio; il posto al municipio senza la leccata al ministro di turno; i polacchi a casa loro senza il confine russo sulle rive della Sprea; Enzo Bearzot e Paolo Rossi senza Nitto Santapaola e la bomba alla stazione di Bologna.
La nostalgia è la malattia di Ulisse. L’Ulisse di Omero non è quello di Dante. Non vuole esplorare il mondo, allargare le sue conoscenze. Lo fa solo incidentalmente, e solo perché costretto dal fato e dagli dei che congiurano contro di lui e lo spingono ogni volta su una rotta che lui non ha scelto. Ciò che desidera è tornare alla sua Itaca.
Ma sarà davvero tutta colpa del fato? Ha davvero dimenticato, Ulisse, l’inquietudine che a suo tempo lo spinse a imbarcarsi e ad andare a combattere sotto le mura di Troia? E’ anche Ulisse della razza di chi anela tornare a casa perché si è dimenticato di quando il suo più grande desiderio era fuggirne via?
E noi europei, eravamo davvero così felici, quando eravamo felici? Perché mai, allora, la maggioranza di noi accolse con entusiasmo l’unione europea e il crollo del muro di Berlino? Il fatto è che io ricordo (un inganno della memoria?) di quanto felici fummo all’epoca.
Di “vittorie mutilate” è piena la storia dell’umanità e il futuro non mantiene mai le promesse che aveva fatto in passato. Eppure, per quanto possiamo odiare il futuro nel momento in cui diventa presente, dobbiamo avere per lui il massimo riguardo. E’ il tempo che bene o male saremo costretti a vivere.
La nostalgia per un’Europa Felix che non è mai esistita è invece, come avrebbe scritto Johannes Hofer, una “malattia di origine demoniaca”.
Chiamatela, se volete, europalgia.
Oggi, per noi, la nostalgia è un sentimento. Dolciastro, piacevole, e se talvolta capita che sia doloroso, è un dolore nel quale amiamo crogiolarci. Tutti proviamo “nostalgia” per gli anni che furono, e ci ritroviamo in compagnia degli amici d’infanzia o dei vecchi compagni di scuola a raccontare per l’ennesima volta, tra il divertito e il commosso, di quando cascammo dall’albero o di come riuscimmo a farla franca col professore di matematica.
Un mutamento di significato che la nostalgia ha in comune con un altro termine, a sua volta talmente irriconoscibile da esserne diventato quasi un sinonimo: malinconia.
Nell’odierno linguaggio quotidiano la malinconia è nostalgia con un sovrappiù di tristezza, meno legata a memorie particolari. E’ nostalgia di non si sa bene cosa.
Eppure, in origine, la malinconia (anzi, melanconia) era né più né meno che un sinonimo di ciò che oggi chiamiamo depressione. Il malinconico era un depresso, non un nostalgico. E il nostalgico, a sua volta, era un malato.
Johannes Hofer, lo studente di medicina svizzero che nel XVII secolo coniò il termine nostalgia, la definì “una malattia di origine demoniaca”. Non a caso il suo secondo elemento etimologico, -algìa, deriva dal greco “algos”, dolore. Come in nevralgia o in lombosciatalgia.
Il primo elemento è nóstos, ritorno. La nostalgia, letteralmente e storicamente intesa, è il dolore del ritorno. Colpiva i mercenari svizzeri che combattevano in giro per l’Europa e rimanevano per anni lontani da casa. Alcuni provavano un dolore così insopportabile da spingerli alla depressione e al suicidio.
La nostalgia è la malattia dell’Europa di oggi. La memoria individuale e la memoria storica non sono sovrapponibili. Non coincidono. Ciò che in realtà dolorosamente rimpiangiamo, ciò che disperatamente vorremmo indietro, è la stabilità del passato, la sicurezza che deriva dal suo essere per l'appunto passato.
Noi europei, oggi, siamo come quegli adolescenti che vorrebbero tornare bambini, e che hanno dimenticato di quando, bambini, volevano crescere in fretta, lasciarsi alle spalle le ansie dell’infanzia e diventare adulti. Siamo come quegli adulti che vorrebbero tornare adolescenti, e che dalla propria adolescenza hanno rimosso le terribili insicurezze, l’instabilità emotiva, il terrore di non essere all’altezza.
Il passato che rimpiangiamo non è quasi mai il nostro vero passato. E’ un passato edulcorato, corretto, riscritto. Vorremmo indietro il bambino senza l’acqua sporca: lo stato sociale di un tempo senza le guerre mondiali che ne furono l’origine; le fabbriche di una volta senza la schiavitù della catena di montaggio; il posto al municipio senza la leccata al ministro di turno; i polacchi a casa loro senza il confine russo sulle rive della Sprea; Enzo Bearzot e Paolo Rossi senza Nitto Santapaola e la bomba alla stazione di Bologna.
La nostalgia è la malattia di Ulisse. L’Ulisse di Omero non è quello di Dante. Non vuole esplorare il mondo, allargare le sue conoscenze. Lo fa solo incidentalmente, e solo perché costretto dal fato e dagli dei che congiurano contro di lui e lo spingono ogni volta su una rotta che lui non ha scelto. Ciò che desidera è tornare alla sua Itaca.
Ma sarà davvero tutta colpa del fato? Ha davvero dimenticato, Ulisse, l’inquietudine che a suo tempo lo spinse a imbarcarsi e ad andare a combattere sotto le mura di Troia? E’ anche Ulisse della razza di chi anela tornare a casa perché si è dimenticato di quando il suo più grande desiderio era fuggirne via?
E noi europei, eravamo davvero così felici, quando eravamo felici? Perché mai, allora, la maggioranza di noi accolse con entusiasmo l’unione europea e il crollo del muro di Berlino? Il fatto è che io ricordo (un inganno della memoria?) di quanto felici fummo all’epoca.
Di “vittorie mutilate” è piena la storia dell’umanità e il futuro non mantiene mai le promesse che aveva fatto in passato. Eppure, per quanto possiamo odiare il futuro nel momento in cui diventa presente, dobbiamo avere per lui il massimo riguardo. E’ il tempo che bene o male saremo costretti a vivere.
La nostalgia per un’Europa Felix che non è mai esistita è invece, come avrebbe scritto Johannes Hofer, una “malattia di origine demoniaca”.
Chiamatela, se volete, europalgia.
sabato 7 maggio 2016
C'era una volta il pianeta Terra. Maggio 2016. Prima settimana
Yukako Fukushima è una chirurga estetica di Osaka. Lavora presso la clinica Kawamura Gishi, nel pieno centro della seconda città giapponese per numero d’abitanti.
E’ specializzata nella fabbricazione e nell’impianto di dita artificiali. Combinando venti diversi colori, è in grado di ottenere oltre mille tonalità di rosa. Il risultato è che le protesi sono assolutamente identiche alle dita originali.
I suoi clienti sono soprattutto ex-membri della yakuza, la potentissima mafia nipponica. Il taglio della prima falange del mignolo, in giapponese, si chiama yubitsume (letteralmente, accorciamento del dito). E’ una punizione rituale che i trasgressori alle regole dell’organizzazione devono auto-infliggersi.
La dottoressa Fukushima lavora in collaborazione con la polizia. Le sue protesi servono ai membri della yakuza che vogliono rifarsi una vita e, per riuscirci, devono nascondere quel vecchio, riconoscibilissimo marchio d’appartenenza.
Negli ultimi anni è stata oberata di lavoro. Il suo successo professionale è un segno della fase di decadenza che la mafia giapponese sta attraversando. Aveva 80 mila membri nel 2009, ridottisi oggi a 53 mila.
*****
Secondo uno studio dell’Ufficio delle statistiche sul lavoro statunitense (Bureau of Labor Statistics), gli utenti americani di Facebook trascorrono mediamente cinquanta minuti al giorno sui social media. Solo la Tv batte Facebook (2,8 ore al giorno). La lettura si ferma a 19 minuti, Youtube a 17 (Twitter a un solo, miserabile minuto). Ciò spiega il successo economico della società di Mark Zuckerberg. Più tempo un utente passa su Facebook, più il gestore è in grado di tracciarne le preferenze e di personalizzare le inserzioni sulla sua pagina. Una manna per i pubblicitari, che infatti stanno dirottando i loro investimenti dalla stampa e dalla TV tradizionali (troppo generaliste) in direzione di Facebook.
Il trend è in crescita. Cinquanta minuti al giorno significa che, nel corso di un mese, un utente americano medio trascorre un giorno intero a “scrollare” Facebook. Dodici giorni all’anno. Che diventano tuttavia molti di più nella fascia d’età tra i 18 e i 34 anni. Senza ovviamente contare che al totale delle 24 ore giornaliere andrebbero sottratte quelle dedicate al sonno e al lavoro. Fatelo, e l’incidenza di Facebook sul nostro tempo libero finirà con l’assumere dimensioni inquietanti.
*****
Gli elettori di Donald Trump sono in prevalenza maschi, bianchi, diplomati e con un reddito inferiore ai 50 mila dollari all’anno. Curiosamente ma non troppo, la stessa fascia di reddito dei sostenitori di Bernie Sanders, il rivale di sinistra di Hillary Clinton.
Trattasi di gruppi sociali che un tempo sarebbero stati definiti “classe media” (o classe lavoratrice, nella versione americana. I veri poveri, negli Stati uniti, dove occorre registrarsi alle liste elettorali per votare, fanno parte della fascia di reddito in questione ma sono di fatto esclusi dal computo dell’elettorato attivo).
Il sistema elettorale americano è stato modellato sulla classe media, e lo stesso vale per le strategie politico-elettorali dei Repubblicani e dei Democratici (definiti, un tempo, partiti pigliatutto). Quello che sta accadendo negli Stati uniti è solo l’antipasto di una crisi della classe media, devastata dalle disuguaglianze sociali, che sta manifestandosi in tutta la sua gravità nella quasi totalità dei paesi occidentali.
L’élite del partito democratico, rappresentata da Hillary Clinton, sopravvive ancora grazie all’apporto delle minoranze etniche; quella del partito repubblicano è stata letteralmente spazzata via dal ciclone Donald Trump.
Il mondo non sarà mai più come era.
*****
La cosa più divertente di un’eventuale vittoria di Donald Trump è che toccherebbe proprio a lui, al candidato che ha basato gran parte del suo successo sull’ostilità nei confronti degli immigrati, sul voler costruire muri e su tutto il resto della paccottiglia populista, ad aprire le porte della Casa bianca alla prima first lady non americana.
Sua moglie si chiama Melania Knauss, all’anagrafe Knavs (cambiò il suo cognome quando divenne una top-model). E’ nata a Novo Mesto nel 1970, all'epoca in cui la Slovenia era ancora soltanto una regione della ex-Jugoslavia.
E’ cittadina americana dal 2001, dopo il matrimonio con Trump. La cui prima moglie, tra perentesi, era un’altra modella nata nell’ex Cecoslovacchia.
L’amore non conosce limiti né, a quanto pare, frontiere.
*****
Il Lussemburgo è un piccolo paese di poco più di 500 mila abitanti, incastonato tra la Francia, il Belgio e la Germania. E’ un noto paradiso fiscale, circostanza che misteriosamente non gli impedisce di esprimere un presidente della Commissione europea che per giunta si permette, senza il minimo senso del ridicolo, di dare lezioni di responsabilità fiscale agli altri paesi dell’Unione.
Eppure, nel giro di cinque anni, questo microscopico staterello potrebbe diventare una delle potenze minerarie più importanti del mondo.
A quanto pare, il Gran Ducato ha un ente spaziale che ha appena sottoscritto due accordi con altrettante società aerospaziali: la californiana Deep Space Industries e la Planetary Resources (che annovera tra i soci Larry Page e Eric Schmidt di Google e il fondatore della Virgin, Richard Branson).
L'obiettivo è quello di lanciare entro il 2020 la prima missione mineraria nello spazio profondo, allo scopo di prelevare minerari rari e preziosi da asteroidi e quant’altro per mezzo di navicelle spaziali prive d’equipaggio.
E’ specializzata nella fabbricazione e nell’impianto di dita artificiali. Combinando venti diversi colori, è in grado di ottenere oltre mille tonalità di rosa. Il risultato è che le protesi sono assolutamente identiche alle dita originali.
I suoi clienti sono soprattutto ex-membri della yakuza, la potentissima mafia nipponica. Il taglio della prima falange del mignolo, in giapponese, si chiama yubitsume (letteralmente, accorciamento del dito). E’ una punizione rituale che i trasgressori alle regole dell’organizzazione devono auto-infliggersi.
La dottoressa Fukushima lavora in collaborazione con la polizia. Le sue protesi servono ai membri della yakuza che vogliono rifarsi una vita e, per riuscirci, devono nascondere quel vecchio, riconoscibilissimo marchio d’appartenenza.
Negli ultimi anni è stata oberata di lavoro. Il suo successo professionale è un segno della fase di decadenza che la mafia giapponese sta attraversando. Aveva 80 mila membri nel 2009, ridottisi oggi a 53 mila.
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Secondo uno studio dell’Ufficio delle statistiche sul lavoro statunitense (Bureau of Labor Statistics), gli utenti americani di Facebook trascorrono mediamente cinquanta minuti al giorno sui social media. Solo la Tv batte Facebook (2,8 ore al giorno). La lettura si ferma a 19 minuti, Youtube a 17 (Twitter a un solo, miserabile minuto). Ciò spiega il successo economico della società di Mark Zuckerberg. Più tempo un utente passa su Facebook, più il gestore è in grado di tracciarne le preferenze e di personalizzare le inserzioni sulla sua pagina. Una manna per i pubblicitari, che infatti stanno dirottando i loro investimenti dalla stampa e dalla TV tradizionali (troppo generaliste) in direzione di Facebook.
Il trend è in crescita. Cinquanta minuti al giorno significa che, nel corso di un mese, un utente americano medio trascorre un giorno intero a “scrollare” Facebook. Dodici giorni all’anno. Che diventano tuttavia molti di più nella fascia d’età tra i 18 e i 34 anni. Senza ovviamente contare che al totale delle 24 ore giornaliere andrebbero sottratte quelle dedicate al sonno e al lavoro. Fatelo, e l’incidenza di Facebook sul nostro tempo libero finirà con l’assumere dimensioni inquietanti.
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Gli elettori di Donald Trump sono in prevalenza maschi, bianchi, diplomati e con un reddito inferiore ai 50 mila dollari all’anno. Curiosamente ma non troppo, la stessa fascia di reddito dei sostenitori di Bernie Sanders, il rivale di sinistra di Hillary Clinton.
Trattasi di gruppi sociali che un tempo sarebbero stati definiti “classe media” (o classe lavoratrice, nella versione americana. I veri poveri, negli Stati uniti, dove occorre registrarsi alle liste elettorali per votare, fanno parte della fascia di reddito in questione ma sono di fatto esclusi dal computo dell’elettorato attivo).
Il sistema elettorale americano è stato modellato sulla classe media, e lo stesso vale per le strategie politico-elettorali dei Repubblicani e dei Democratici (definiti, un tempo, partiti pigliatutto). Quello che sta accadendo negli Stati uniti è solo l’antipasto di una crisi della classe media, devastata dalle disuguaglianze sociali, che sta manifestandosi in tutta la sua gravità nella quasi totalità dei paesi occidentali.
L’élite del partito democratico, rappresentata da Hillary Clinton, sopravvive ancora grazie all’apporto delle minoranze etniche; quella del partito repubblicano è stata letteralmente spazzata via dal ciclone Donald Trump.
Il mondo non sarà mai più come era.
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La cosa più divertente di un’eventuale vittoria di Donald Trump è che toccherebbe proprio a lui, al candidato che ha basato gran parte del suo successo sull’ostilità nei confronti degli immigrati, sul voler costruire muri e su tutto il resto della paccottiglia populista, ad aprire le porte della Casa bianca alla prima first lady non americana.
Sua moglie si chiama Melania Knauss, all’anagrafe Knavs (cambiò il suo cognome quando divenne una top-model). E’ nata a Novo Mesto nel 1970, all'epoca in cui la Slovenia era ancora soltanto una regione della ex-Jugoslavia.
E’ cittadina americana dal 2001, dopo il matrimonio con Trump. La cui prima moglie, tra perentesi, era un’altra modella nata nell’ex Cecoslovacchia.
L’amore non conosce limiti né, a quanto pare, frontiere.
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Il Lussemburgo è un piccolo paese di poco più di 500 mila abitanti, incastonato tra la Francia, il Belgio e la Germania. E’ un noto paradiso fiscale, circostanza che misteriosamente non gli impedisce di esprimere un presidente della Commissione europea che per giunta si permette, senza il minimo senso del ridicolo, di dare lezioni di responsabilità fiscale agli altri paesi dell’Unione.
Eppure, nel giro di cinque anni, questo microscopico staterello potrebbe diventare una delle potenze minerarie più importanti del mondo.
A quanto pare, il Gran Ducato ha un ente spaziale che ha appena sottoscritto due accordi con altrettante società aerospaziali: la californiana Deep Space Industries e la Planetary Resources (che annovera tra i soci Larry Page e Eric Schmidt di Google e il fondatore della Virgin, Richard Branson).
L'obiettivo è quello di lanciare entro il 2020 la prima missione mineraria nello spazio profondo, allo scopo di prelevare minerari rari e preziosi da asteroidi e quant’altro per mezzo di navicelle spaziali prive d’equipaggio.
mercoledì 23 marzo 2016
Quando i terroristi erano nostri alleati
Riassunto delle puntate precedenti.
Nel 2011, quando scoppiò la guerra civile in Siria, centinaia di cittadini europei d’origine araba abbandonarono la pace delle loro case per andare a combattere al fianco dei ribelli.
Si era nel pieno della cosiddetta “primavera araba”: le masse popolari della Tunisia, dell’Egitto, della Libia e adesso della Siria si erano sollevate contro i loro tiranni. Nei primi tre casi con apparente successo.
Ce ne fu perfino una quinta, di primavera araba, molto meno nota delle altre. Anche in Bahrein, infatti, gran parte della popolazione si sollevò, ma dal momento che quel piccolo paese rientra nell’area d’influenza dell’Arabia Saudita, quest’ultima poté tranquillamente donare al regime di Manama le armi acquistate in Gran Bretagna e in Francia affinché sedasse la rivolta. Un conto sono i tanto celebrati valori dell’Occidente, un altro le più mondane esigenze della realpolitik e della geopolitica.
Qualcuno si spinse fino al punto da associare quei giovani arabi d’Occidente, andati a combattere il tiranno Assad figlio, alle migliaia di volontari che negli anni ’30 del secolo scorso partirono dalla Gran Bretagna, dalla Francia e da altri paesi europei per farsi ammazzare in Spagna dalle truppe di Francisco Franco.
In entrambi i casi si trattava di schierarsi dalla parte della giustizia, dei difensori della democrazia oppressa.
Per un po’, i leader occidentali videro di buon occhio quelle sollevazioni popolari (Barhein escluso, ça va sans dire). La piccola Tunisia conta relativamente poco, Gheddafi era sempre stato un megalomane rompicoglioni, e l’Egitto sembrava promettere una svolta perfino più filo-occidentale del filo-americano Mubarak.
La questione siriana era un attimo più complicata. Sulla lavagna dei buoni e dei cattivi, il nome di Assad figlio compariva nella parte giusta. La bellissima moglie Asma è addirittura nata a Londra, ed era talmente à la page che i commercianti di Bond Street (la via Montenapoleone della capitale britannica) ancora piangono la sua assenza. Pare fosse una delle più grandi collezioniste al mondo di scarpe Louboutin da tremila euro al paio. Se questo non significa far parte della vera élite dell’Occidente, ditemi voi cos’altro.
Ciò non impediva che a Downing Street e al Quay d’Orsay il solo sentire nominare la parola Siria non evocasse ricordi di un antico, glorioso passato. I Francesi, una volta, bombardarono Damasco tre giorni di fila per sedare la rivolta dei drusi. Una goduria! Gli inglesi vanno ancora in brodo di giuggiole nel rievocare i giorni in cui De Gaulle, rifugiatosi a Londra negli anni dell’occupazione nazista in Francia, veniva richiamato all’ordine dal suo protettore Winston Churchill: “Sei vivo solo grazie a me e ancora ti ostini ad ostacolare i nostri piani in Siria. Smettila o ti taglio i viveri”.
François Hollande e David Cameron sono giovani, anagraficamente parlando. La loro età trombonesca, al contrario, è assai più elevata. Schiavi come sono delle sirene dell’alta finanza e non avendo di conseguenza nulla da offrire al loro elettorato, tutte le volte che possono si travestono da statisti. Perfino, talvolta, da protagonisti della scena mondiale. In una parodia della grandeur e dell’impero britannico (parodie, a loro volta, dell’impero romano), pensarono di potere determinare le sorti del Medio Oriente.
Si dissero pronti a sostenere i nemici di Assad figlio, incuranti di ciò che avrebbe comportato per i commercianti di Bond Street e dei dintorni di Place Vendôme. Barack Obama, al contrario, fu più prudente.
Gli Stati uniti vivono un’epoca di riflusso esofageo. Dopo un’indigestione di guerre para-imperialiste che hanno arricchito una manciata di compagnie private e impoverito una nazione, vorrebbero ritirarsi nei loro confini. Obama è la faccia più presentabile di questo fenomeno, Donald Trump quella più populista e meno raccomandabile.
Il presidente americano avrebbe voluto tenersi fuori dal pantano siriano. Damasco è troppo vicina a Bagdad per non rievocare tristi ricordi. Hillary Clinton, al contrario, appartiene alla precedente generazione politica. Fosse stato per lei, i bombardieri americani volerebbero da anni sui cieli della Libia e della Siria.
Fu così che Obama indossò i panni di Ponzio Pilato. “Fate vobis”, proclamò, e abbandonò i Cameron e gli Hollande ai loro sogni di gloria.
La differenza è visibile ancora oggi. L’Egitto (che è sotto il protettorato americano) è tornato ad essere ciò che era: un bastione dell’equilibrio geopolitico a stelle e strisce. C’è voluto un colpo di stato che ha spodestato un governo democraticamente eletto, ci sono voluti un centinaio di desaparecidos, la morte del povero Giulio Regeni, ma alla fine gli Stati uniti hanno avuto ciò che volevano. Gli europei, invece…
Gli europei, invece, non esistono. L’Europa è solamente l’escrescenza infetta di antichi imperi coloniali, troppo gelosi delle proprie miserabili guarentigie per essere consapevoli di ciò che l’Europa unita potrebbe essere.
L’Europa è il fantasma del povero Muammar Gheddafi, sodomizzato con una baionetta prima di essere sparato.
L’Europa è quei suoi cittadini di origine araba, europei da generazioni, che si fanno saltare in aria negli aeroporti e nelle stazioni delle metropolitane nel nome di Allah e di un fantomatico califfato. Martiri di una fede disumana che per un istante, un brevissimo, drammatico istante, si ritrovarono a combattere fianco a fianco con i leader delle potenze europee.
Ci fu un momento, nella storia del mondo, in cui David Cameron, François Hollande e i terroristi di Parigi e di Bruxelles combatterono dalla stessa parte. Tutti contro i Gheddafi e gli Assad figlio. Ignorando, gli uni e gli altri, le conseguenze delle proprie azioni.
Dio ci salvi (o Allah se preferite) da leader politici che decidono da che parte stare secondo la direzione del vento.
Nel 2011, quando scoppiò la guerra civile in Siria, centinaia di cittadini europei d’origine araba abbandonarono la pace delle loro case per andare a combattere al fianco dei ribelli.
Si era nel pieno della cosiddetta “primavera araba”: le masse popolari della Tunisia, dell’Egitto, della Libia e adesso della Siria si erano sollevate contro i loro tiranni. Nei primi tre casi con apparente successo.
Ce ne fu perfino una quinta, di primavera araba, molto meno nota delle altre. Anche in Bahrein, infatti, gran parte della popolazione si sollevò, ma dal momento che quel piccolo paese rientra nell’area d’influenza dell’Arabia Saudita, quest’ultima poté tranquillamente donare al regime di Manama le armi acquistate in Gran Bretagna e in Francia affinché sedasse la rivolta. Un conto sono i tanto celebrati valori dell’Occidente, un altro le più mondane esigenze della realpolitik e della geopolitica.
Qualcuno si spinse fino al punto da associare quei giovani arabi d’Occidente, andati a combattere il tiranno Assad figlio, alle migliaia di volontari che negli anni ’30 del secolo scorso partirono dalla Gran Bretagna, dalla Francia e da altri paesi europei per farsi ammazzare in Spagna dalle truppe di Francisco Franco.
In entrambi i casi si trattava di schierarsi dalla parte della giustizia, dei difensori della democrazia oppressa.
Per un po’, i leader occidentali videro di buon occhio quelle sollevazioni popolari (Barhein escluso, ça va sans dire). La piccola Tunisia conta relativamente poco, Gheddafi era sempre stato un megalomane rompicoglioni, e l’Egitto sembrava promettere una svolta perfino più filo-occidentale del filo-americano Mubarak.
La questione siriana era un attimo più complicata. Sulla lavagna dei buoni e dei cattivi, il nome di Assad figlio compariva nella parte giusta. La bellissima moglie Asma è addirittura nata a Londra, ed era talmente à la page che i commercianti di Bond Street (la via Montenapoleone della capitale britannica) ancora piangono la sua assenza. Pare fosse una delle più grandi collezioniste al mondo di scarpe Louboutin da tremila euro al paio. Se questo non significa far parte della vera élite dell’Occidente, ditemi voi cos’altro.
Ciò non impediva che a Downing Street e al Quay d’Orsay il solo sentire nominare la parola Siria non evocasse ricordi di un antico, glorioso passato. I Francesi, una volta, bombardarono Damasco tre giorni di fila per sedare la rivolta dei drusi. Una goduria! Gli inglesi vanno ancora in brodo di giuggiole nel rievocare i giorni in cui De Gaulle, rifugiatosi a Londra negli anni dell’occupazione nazista in Francia, veniva richiamato all’ordine dal suo protettore Winston Churchill: “Sei vivo solo grazie a me e ancora ti ostini ad ostacolare i nostri piani in Siria. Smettila o ti taglio i viveri”.
François Hollande e David Cameron sono giovani, anagraficamente parlando. La loro età trombonesca, al contrario, è assai più elevata. Schiavi come sono delle sirene dell’alta finanza e non avendo di conseguenza nulla da offrire al loro elettorato, tutte le volte che possono si travestono da statisti. Perfino, talvolta, da protagonisti della scena mondiale. In una parodia della grandeur e dell’impero britannico (parodie, a loro volta, dell’impero romano), pensarono di potere determinare le sorti del Medio Oriente.
Si dissero pronti a sostenere i nemici di Assad figlio, incuranti di ciò che avrebbe comportato per i commercianti di Bond Street e dei dintorni di Place Vendôme. Barack Obama, al contrario, fu più prudente.
Gli Stati uniti vivono un’epoca di riflusso esofageo. Dopo un’indigestione di guerre para-imperialiste che hanno arricchito una manciata di compagnie private e impoverito una nazione, vorrebbero ritirarsi nei loro confini. Obama è la faccia più presentabile di questo fenomeno, Donald Trump quella più populista e meno raccomandabile.
Il presidente americano avrebbe voluto tenersi fuori dal pantano siriano. Damasco è troppo vicina a Bagdad per non rievocare tristi ricordi. Hillary Clinton, al contrario, appartiene alla precedente generazione politica. Fosse stato per lei, i bombardieri americani volerebbero da anni sui cieli della Libia e della Siria.
Fu così che Obama indossò i panni di Ponzio Pilato. “Fate vobis”, proclamò, e abbandonò i Cameron e gli Hollande ai loro sogni di gloria.
La differenza è visibile ancora oggi. L’Egitto (che è sotto il protettorato americano) è tornato ad essere ciò che era: un bastione dell’equilibrio geopolitico a stelle e strisce. C’è voluto un colpo di stato che ha spodestato un governo democraticamente eletto, ci sono voluti un centinaio di desaparecidos, la morte del povero Giulio Regeni, ma alla fine gli Stati uniti hanno avuto ciò che volevano. Gli europei, invece…
Gli europei, invece, non esistono. L’Europa è solamente l’escrescenza infetta di antichi imperi coloniali, troppo gelosi delle proprie miserabili guarentigie per essere consapevoli di ciò che l’Europa unita potrebbe essere.
L’Europa è il fantasma del povero Muammar Gheddafi, sodomizzato con una baionetta prima di essere sparato.
L’Europa è quei suoi cittadini di origine araba, europei da generazioni, che si fanno saltare in aria negli aeroporti e nelle stazioni delle metropolitane nel nome di Allah e di un fantomatico califfato. Martiri di una fede disumana che per un istante, un brevissimo, drammatico istante, si ritrovarono a combattere fianco a fianco con i leader delle potenze europee.
Ci fu un momento, nella storia del mondo, in cui David Cameron, François Hollande e i terroristi di Parigi e di Bruxelles combatterono dalla stessa parte. Tutti contro i Gheddafi e gli Assad figlio. Ignorando, gli uni e gli altri, le conseguenze delle proprie azioni.
Dio ci salvi (o Allah se preferite) da leader politici che decidono da che parte stare secondo la direzione del vento.
venerdì 9 ottobre 2015
Brutta bestia, la democrazia
La classe politica dei paesi occidentali deve risolvere un problema di non facile soluzione: conciliare le istituzioni democratiche cui deve il potere con la diseguaglianza economica e sociale che le sue scelte politiche stanno riportando a livelli ottocenteschi.
In altri termini, deve trovare il modo di farsi votare da un elettorato cui non ha nulla da offrire in cambio: né la prospettiva di un futuro migliore né la stabilità e la sicurezza degli anni d’oro del secondo dopoguerra. Un’impresa che fa tremar le vene e i polsi.
Perfino Lawrence Summers, l’ex “ministro del tesoro” di Clinton nonché uno dei maggiori responsabili della crisi finanziaria del 2008, sul Financial Times dell’8 ottobre ha sposato la tesi della “fine della crescita” che è al centro del “Capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty.
Piketty ritiene che gli elevati tassi annui di crescita che hanno caratterizzato i paesi occidentali dal secondo dopoguerra fino agli anni ‘70 abbiano rappresentato in realtà una straordinaria eccezione storica. Prima e dopo di allora, il tasso medio di crescita di questi stessi paesi si è sempre aggirato intorno all’uno per cento.
Summers cita la teoria ma non il suo più celebre sostenitore, probabilmente perché avrebbe significato discutere delle possibili soluzioni. Piketty propone una sorta di tassazione internazionale sulle multinazionali (mi si perdoni la semplificazione). Summers non sfiora neppure la questione fiscale ma invita gli Stati a indebitarsi per favorire gli investimenti approfittando dei tassi d’interesse che a suo dire rimarranno bassissimi ancora per chissà quanto.
Summers e quelli come lui stanno finalmente cominciando ad ammettere che la Terra è rotonda ma continuano a navigare a zig-zag. Come se fosse piatta.
C’è ovviamente del metodo in questa apparente follia, che fa ricorso a sistemi vagamente keynesiani e di sinistra (niente meno che un ritorno all’interventismo dello Stato) per occultare la principale causa della stagnazione economica nei paesi occidentali: l’ineguale distribuzione del reddito. Guai a discuterne: gli amici della JP Morgan o della Goldman Sachs potrebbero togliere loro il saluto (per non parlare dei lauti cachet).
*****
Il capitalismo funziona solo in presenza di un mercato di sbocco per le merci (industriali o finanziarie che siano). Qualcuno produce e qualcun altro compra. Non importa che i prodotti siano necessari o superflui, che si tratti di farmaci salvavita o di smartphones, delle spille di Adam Smith o di orsacchiotti di peluche, di titoli obbligazionari o di biglietti della lotteria di capodanno.
Il proprietario del capitale e dei mezzi di produzione ottiene un profitto vendendo il suo “qualcosa” a un prezzo maggiore rispetto a quello di costo, garantendo la giusta dose di foraggio anche a chi fa da intermediario tra il produttore e l’acquirente: la ditta di trasporti, il commerciante all’ingrosso e al dettaglio, le agenzie pubblicitarie, perfino le TV commerciali.
Tutte queste persone campano su quella differenza di prezzo che il consumatore finale sarà disposto a pagare. Il problema, oggi, è che la riduzione del potere d’acquisto dei salariati e la precarizzazione del lavoro hanno interrotto questo circuito.
C’è in giro una quantità spaventosa di denaro che nessuno vuole investire in attività produttive, preferendo cercare strumenti finanziari che permettano di continuare a intascare lauti dividendi. Di fatto producendo soldi per mezzo dei soldi.
La prossima bolla finanziaria sarà quella dei titoli di Stato dei paesi emergenti, gli unici che negli ultimi tempi hanno garantito rendimenti decenti. Quella precedente, il credit crunch del 2007/8, fu figlia di un primo tentativo di risposta al problema della contrazione del potere d’acquisto della classe lavoratrice (e media) occidentale.
La disuguaglianza cominciò a crescere negli anni ’80 del secolo scorso. Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, i Clinton, i Blair, i Mario Draghi e ovviamente i Summers (solo per fare qualche nome) pensarono di sostituire il welfare state e l’indebitamento pubblico con le carte di credito e i mutui. Ovvero con l’indebitamento privato.
Alla base c’era l’idea di un epocale rimescolamento della distribuzione internazionale del lavoro: trapiantare la produzione industriale nei paesi in via di sviluppo e mantenere in occidente solo le attività a più alto valore aggiunto. La riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori occidentali sarebbe stata compensata dalle facilitazioni sul credito e dall’inondazione di merci a buon mercato provenienti da posti come la Cina, il Brasile, il Vietnam o la Romania. Il muro di Berlino era nel frattempo crollato e i paesi al di qua della cortina di ferro si trovarono inondati da lavoratori qualificati, a basso costo e per giunta bianchi (gli USA, per parte loro, avevano e hanno il loro bacino di manovalanza al di là del Rio Bravo). L’Europa dell’Est era tornata finalmente a essere ciò che era stata prima del comunismo: esportatrice netta di manodopera (come, del resto, il Mezzogiorno d’Italia).
Per un po’ sembrò funzionare. Tutti erano felici: gli amministratori delegati, gli azionisti, i politici e perfino la classe media che li votava. Certo, alcuni paesi alla periferia dell’Occidente faticavano un po’ a stare dietro alle “locomotive” dello sviluppo. L’Italia, che aveva accumulato uno spaventoso debito pubblico negli anni della Milano da bere ed era stata addirittura cacciata dal sistema monetario europeo perché insisteva a svalutare la lira per ripagare i creditori internazionali con carta straccia, vide scomparire di colpo un’intera classe politica e si affidò all’unto dal Signore, ai fascisti usciti dalle fogne e ai figli e ai nipoti degli immigrati meridionali che un giorno scoprirono d’essere niente meno che discendenti dei celti.
I greci assunsero un manipolo di consulenti della Goldman Sachs e si fecero truccare i conti pubblici. Gli spagnoli costruirono intere città per i pensionati inglesi e tedeschi con i soldi delle proprie banche, gettando le premesse per una gigantesca bolla immobiliare. L’Irlanda divenne di fatto un paradiso fiscale, e i tanti miliardari che usufruirono dei suoi servizi ne furono talmente contenti da omaggiarla del titolo di “tigre celtica”.
Le malefatte e l’arte d’arrangiarsi dei paesi più poveri avrebbero già dovuto fornire indizi sufficienti. Perché si trattò, oggi lo sappiamo, di un delirio collettivo di proporzioni gigantesche.
La classe politica dei paesi occidentali che contano è riuscita, per un po’, a sopravvivere alle proprie malefatte. Non ce l’avrebbe mai fatta, senza l’aiuto interessato dei mezzi d’informazione, quasi tutti di proprietà degli stessi gruppi economico-finanziari che avrebbero tutto da perdere, se i cittadini fossero debitamente informati.
*****
La democrazia, in Europa e negli Stati uniti, ha una plurisecolare tradizione. Non è facile sbarazzarsene. Non potendo affrontare l’ostacolo direttamente, occorre aggirarlo. I paesi in cui le classi dirigenti sono più organiche e consapevoli hanno da tempo trovato una soluzione.
Negli Stati uniti devi registrarti per andare a votare, e i poveri non hanno né voglia né tempo di farlo. In Francia si vota col doppio turno: lasciano sfogare i trotzkisti e i lepenisti al primo turno, poi tutto torna comme il faut al ballottaggio. In Gran Bretagna vige il sistema uninominale: contano i collegi, non la percentuale nazionale dei voti. In Germania, le differenze tra i democristiani e i socialdemocratici sono talmente minime che basta avere un voto in più dei rivali e subito una “grosse koalition” risolve ogni problema di governabilità. E’ quello che Renzi sta tentando di fare in Italia: un sistema che consenta di vincere le elezioni senza averlo fatto, puntando cinicamente sulla bassa affluenza al voto (Renzi, in questo, è davvero il Tony Blair italiano. Questa tattica elettorale, l’ex primo ministro inglese l’aveva addirittura teorizzata).
Il problema è che proprio questi sistemi elettorali cominciano a mostrare le prime crepe. La democrazia è un fiume carsico. Pensi di essere riuscito a tenerla sotto terra, ma l’acqua continua a scorrere anche laggiù.
C’è stata un’altra epoca in cui l’Occidente ha visto convivere disuguaglianze sociali simili a quelle di oggi e sistemi elettorali a suffragio universale. Erano i primi del Novecento. Per trovare sbocchi alle proprie merci, i paesi ricchi dell’Occidente s’imbarcarono in avventure coloniali. Il risultato fu la prima guerra mondiale, le cui conseguenze gettarono i semi del fascismo e del nazismo e provocarono la seconda.
Democrazia e disuguaglianza non possono convivere. I blairiani, in Gran Bretagna, s’erano inventati un sistema per ridurre il potere dei sindacati alle primarie del partito laburista. Decisero che bastasse pagare tre sterline per votare, anche senza essere iscritti al partito. Il risultato del loro colpo di genio è stato l’elezione del loro arci nemico Jeremy Corbyn. Per candidarsi alle primarie del partito laburista occorrono almeno 35 firme di parlamentari in carica. Corbyn non le aveva. Fino a quando, all’ultimo minuto, un paio di parlamentari di altre correnti decise di firmare pur sottolineando che non avrebbe mai votato per lui. “Lo facciamo – dissero – perché è giusto che ci sia un dibattito”. Dopo di che, la regola inventata dai blairiani per impedire ai Corbyn di vincere le primarie si è rivolta loro contro. Centinaia di migliaia di elettori britannici hanno versato le tre sterline e hanno votato per Corbyn.
Negli Stati uniti, Hillary Clinton ha criticato l’accordo di libero scambio con i paesi del Pacifico appena firmato da Obama e dagli altri governi delle nazioni interessate. Un fatto davvero curioso, dal momento che la Clinton è stata il "ministro degli esteri" dell’amministrazione Obama e ha personalmente condotto buona parte delle trattative.
Ha dovuto farlo perché il suo rivale alle primarie del partito democratico, il socialista Bernie Sanders (una sorta di Jeremy Corbyn americano), la sta seriamente insidiando. Negli ultimi tre mesi, la Clinton ha raccolto 28 milioni di dollari di donazioni elettorali, provenienti per lo più da multimilionari.
Appena 2 milioni di dollari in più del suo rivale. Con la differenza che quest’ultimo ha ricevuto donazioni dall’importo medio di 25 dollari. I democratici della classe media stanno sostenendo il socialista Bernie Sanders, che da sempre si oppone al trattato di libero scambio con i paesi del Pacifico. Ecco spiegato l’improvviso voltafaccia di Hillary Clinton, che con una mano firma il trattato voluto dai suoi finanziatori e con l’altra lo critica per non alienarsi il sostegno degli elettori democratici.
*****
Piccole crepe si stanno aprendo sul monolite del “pensiero unico”. Dimenticatevi Siryza, Podemos o i Cinque Stelle (tra parentesi: quello grillino è un partito piccoloborghese con molte venature neoliberiste, al contrario di Tsipras e Podemos). Non è dalla periferia dell’impero che il sistema di potere dominante potrà venire minacciato.
E’ nei paesi che contano che faranno di tutto per tappare queste crepe. E per tenere a bada la democrazia.
In altri termini, deve trovare il modo di farsi votare da un elettorato cui non ha nulla da offrire in cambio: né la prospettiva di un futuro migliore né la stabilità e la sicurezza degli anni d’oro del secondo dopoguerra. Un’impresa che fa tremar le vene e i polsi.
Perfino Lawrence Summers, l’ex “ministro del tesoro” di Clinton nonché uno dei maggiori responsabili della crisi finanziaria del 2008, sul Financial Times dell’8 ottobre ha sposato la tesi della “fine della crescita” che è al centro del “Capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty.
Piketty ritiene che gli elevati tassi annui di crescita che hanno caratterizzato i paesi occidentali dal secondo dopoguerra fino agli anni ‘70 abbiano rappresentato in realtà una straordinaria eccezione storica. Prima e dopo di allora, il tasso medio di crescita di questi stessi paesi si è sempre aggirato intorno all’uno per cento.
Summers cita la teoria ma non il suo più celebre sostenitore, probabilmente perché avrebbe significato discutere delle possibili soluzioni. Piketty propone una sorta di tassazione internazionale sulle multinazionali (mi si perdoni la semplificazione). Summers non sfiora neppure la questione fiscale ma invita gli Stati a indebitarsi per favorire gli investimenti approfittando dei tassi d’interesse che a suo dire rimarranno bassissimi ancora per chissà quanto.
Summers e quelli come lui stanno finalmente cominciando ad ammettere che la Terra è rotonda ma continuano a navigare a zig-zag. Come se fosse piatta.
C’è ovviamente del metodo in questa apparente follia, che fa ricorso a sistemi vagamente keynesiani e di sinistra (niente meno che un ritorno all’interventismo dello Stato) per occultare la principale causa della stagnazione economica nei paesi occidentali: l’ineguale distribuzione del reddito. Guai a discuterne: gli amici della JP Morgan o della Goldman Sachs potrebbero togliere loro il saluto (per non parlare dei lauti cachet).
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Il capitalismo funziona solo in presenza di un mercato di sbocco per le merci (industriali o finanziarie che siano). Qualcuno produce e qualcun altro compra. Non importa che i prodotti siano necessari o superflui, che si tratti di farmaci salvavita o di smartphones, delle spille di Adam Smith o di orsacchiotti di peluche, di titoli obbligazionari o di biglietti della lotteria di capodanno.
Il proprietario del capitale e dei mezzi di produzione ottiene un profitto vendendo il suo “qualcosa” a un prezzo maggiore rispetto a quello di costo, garantendo la giusta dose di foraggio anche a chi fa da intermediario tra il produttore e l’acquirente: la ditta di trasporti, il commerciante all’ingrosso e al dettaglio, le agenzie pubblicitarie, perfino le TV commerciali.
Tutte queste persone campano su quella differenza di prezzo che il consumatore finale sarà disposto a pagare. Il problema, oggi, è che la riduzione del potere d’acquisto dei salariati e la precarizzazione del lavoro hanno interrotto questo circuito.
C’è in giro una quantità spaventosa di denaro che nessuno vuole investire in attività produttive, preferendo cercare strumenti finanziari che permettano di continuare a intascare lauti dividendi. Di fatto producendo soldi per mezzo dei soldi.
La prossima bolla finanziaria sarà quella dei titoli di Stato dei paesi emergenti, gli unici che negli ultimi tempi hanno garantito rendimenti decenti. Quella precedente, il credit crunch del 2007/8, fu figlia di un primo tentativo di risposta al problema della contrazione del potere d’acquisto della classe lavoratrice (e media) occidentale.
La disuguaglianza cominciò a crescere negli anni ’80 del secolo scorso. Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, i Clinton, i Blair, i Mario Draghi e ovviamente i Summers (solo per fare qualche nome) pensarono di sostituire il welfare state e l’indebitamento pubblico con le carte di credito e i mutui. Ovvero con l’indebitamento privato.
Alla base c’era l’idea di un epocale rimescolamento della distribuzione internazionale del lavoro: trapiantare la produzione industriale nei paesi in via di sviluppo e mantenere in occidente solo le attività a più alto valore aggiunto. La riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori occidentali sarebbe stata compensata dalle facilitazioni sul credito e dall’inondazione di merci a buon mercato provenienti da posti come la Cina, il Brasile, il Vietnam o la Romania. Il muro di Berlino era nel frattempo crollato e i paesi al di qua della cortina di ferro si trovarono inondati da lavoratori qualificati, a basso costo e per giunta bianchi (gli USA, per parte loro, avevano e hanno il loro bacino di manovalanza al di là del Rio Bravo). L’Europa dell’Est era tornata finalmente a essere ciò che era stata prima del comunismo: esportatrice netta di manodopera (come, del resto, il Mezzogiorno d’Italia).
Per un po’ sembrò funzionare. Tutti erano felici: gli amministratori delegati, gli azionisti, i politici e perfino la classe media che li votava. Certo, alcuni paesi alla periferia dell’Occidente faticavano un po’ a stare dietro alle “locomotive” dello sviluppo. L’Italia, che aveva accumulato uno spaventoso debito pubblico negli anni della Milano da bere ed era stata addirittura cacciata dal sistema monetario europeo perché insisteva a svalutare la lira per ripagare i creditori internazionali con carta straccia, vide scomparire di colpo un’intera classe politica e si affidò all’unto dal Signore, ai fascisti usciti dalle fogne e ai figli e ai nipoti degli immigrati meridionali che un giorno scoprirono d’essere niente meno che discendenti dei celti.
I greci assunsero un manipolo di consulenti della Goldman Sachs e si fecero truccare i conti pubblici. Gli spagnoli costruirono intere città per i pensionati inglesi e tedeschi con i soldi delle proprie banche, gettando le premesse per una gigantesca bolla immobiliare. L’Irlanda divenne di fatto un paradiso fiscale, e i tanti miliardari che usufruirono dei suoi servizi ne furono talmente contenti da omaggiarla del titolo di “tigre celtica”.
Le malefatte e l’arte d’arrangiarsi dei paesi più poveri avrebbero già dovuto fornire indizi sufficienti. Perché si trattò, oggi lo sappiamo, di un delirio collettivo di proporzioni gigantesche.
La classe politica dei paesi occidentali che contano è riuscita, per un po’, a sopravvivere alle proprie malefatte. Non ce l’avrebbe mai fatta, senza l’aiuto interessato dei mezzi d’informazione, quasi tutti di proprietà degli stessi gruppi economico-finanziari che avrebbero tutto da perdere, se i cittadini fossero debitamente informati.
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La democrazia, in Europa e negli Stati uniti, ha una plurisecolare tradizione. Non è facile sbarazzarsene. Non potendo affrontare l’ostacolo direttamente, occorre aggirarlo. I paesi in cui le classi dirigenti sono più organiche e consapevoli hanno da tempo trovato una soluzione.
Negli Stati uniti devi registrarti per andare a votare, e i poveri non hanno né voglia né tempo di farlo. In Francia si vota col doppio turno: lasciano sfogare i trotzkisti e i lepenisti al primo turno, poi tutto torna comme il faut al ballottaggio. In Gran Bretagna vige il sistema uninominale: contano i collegi, non la percentuale nazionale dei voti. In Germania, le differenze tra i democristiani e i socialdemocratici sono talmente minime che basta avere un voto in più dei rivali e subito una “grosse koalition” risolve ogni problema di governabilità. E’ quello che Renzi sta tentando di fare in Italia: un sistema che consenta di vincere le elezioni senza averlo fatto, puntando cinicamente sulla bassa affluenza al voto (Renzi, in questo, è davvero il Tony Blair italiano. Questa tattica elettorale, l’ex primo ministro inglese l’aveva addirittura teorizzata).
Il problema è che proprio questi sistemi elettorali cominciano a mostrare le prime crepe. La democrazia è un fiume carsico. Pensi di essere riuscito a tenerla sotto terra, ma l’acqua continua a scorrere anche laggiù.
C’è stata un’altra epoca in cui l’Occidente ha visto convivere disuguaglianze sociali simili a quelle di oggi e sistemi elettorali a suffragio universale. Erano i primi del Novecento. Per trovare sbocchi alle proprie merci, i paesi ricchi dell’Occidente s’imbarcarono in avventure coloniali. Il risultato fu la prima guerra mondiale, le cui conseguenze gettarono i semi del fascismo e del nazismo e provocarono la seconda.
Democrazia e disuguaglianza non possono convivere. I blairiani, in Gran Bretagna, s’erano inventati un sistema per ridurre il potere dei sindacati alle primarie del partito laburista. Decisero che bastasse pagare tre sterline per votare, anche senza essere iscritti al partito. Il risultato del loro colpo di genio è stato l’elezione del loro arci nemico Jeremy Corbyn. Per candidarsi alle primarie del partito laburista occorrono almeno 35 firme di parlamentari in carica. Corbyn non le aveva. Fino a quando, all’ultimo minuto, un paio di parlamentari di altre correnti decise di firmare pur sottolineando che non avrebbe mai votato per lui. “Lo facciamo – dissero – perché è giusto che ci sia un dibattito”. Dopo di che, la regola inventata dai blairiani per impedire ai Corbyn di vincere le primarie si è rivolta loro contro. Centinaia di migliaia di elettori britannici hanno versato le tre sterline e hanno votato per Corbyn.
Negli Stati uniti, Hillary Clinton ha criticato l’accordo di libero scambio con i paesi del Pacifico appena firmato da Obama e dagli altri governi delle nazioni interessate. Un fatto davvero curioso, dal momento che la Clinton è stata il "ministro degli esteri" dell’amministrazione Obama e ha personalmente condotto buona parte delle trattative.
Ha dovuto farlo perché il suo rivale alle primarie del partito democratico, il socialista Bernie Sanders (una sorta di Jeremy Corbyn americano), la sta seriamente insidiando. Negli ultimi tre mesi, la Clinton ha raccolto 28 milioni di dollari di donazioni elettorali, provenienti per lo più da multimilionari.
Appena 2 milioni di dollari in più del suo rivale. Con la differenza che quest’ultimo ha ricevuto donazioni dall’importo medio di 25 dollari. I democratici della classe media stanno sostenendo il socialista Bernie Sanders, che da sempre si oppone al trattato di libero scambio con i paesi del Pacifico. Ecco spiegato l’improvviso voltafaccia di Hillary Clinton, che con una mano firma il trattato voluto dai suoi finanziatori e con l’altra lo critica per non alienarsi il sostegno degli elettori democratici.
*****
Piccole crepe si stanno aprendo sul monolite del “pensiero unico”. Dimenticatevi Siryza, Podemos o i Cinque Stelle (tra parentesi: quello grillino è un partito piccoloborghese con molte venature neoliberiste, al contrario di Tsipras e Podemos). Non è dalla periferia dell’impero che il sistema di potere dominante potrà venire minacciato.
E’ nei paesi che contano che faranno di tutto per tappare queste crepe. E per tenere a bada la democrazia.
martedì 22 settembre 2015
Largo ai vecchi
Centinaia di migliaia di cittadini britannici, in gran parte giovani, si sono iscritti alle primarie del partito laburista per votare Jeremy Corbyn, un signore di 66 anni che nel 2020, quando si rivoterà in Gran Bretagna, ne avrà 71. E’ un laburista di sinistra. Vuole privatizzare le ferrovie, le poste. Vuole far pagare più tasse ai ricchi. Stupidaggini da vecchio rincoglionito, hanno detto i suoi avversari laburisti (tutti molto più giovani).
Non vuole far la guerra ai conservatori per strappare loro i voti cosiddetti moderati. Non fa appello agli elettori di centro. Vuole che gli elettori dell’UKIP tornino a votare laburista. In Italia, sarebbe come se il leader del partito democratico facesse appello agli ex elettori del PCI che oggi votano Lega Nord.
Jeremy Corbyn è un vecchio politico di scuola marxista. Ai comizi canta bandiera rossa e se gli tocca di intonare God Save the Queen fa finta di non ricordare le parole. L’establishment inglese è vagamente stupito che un vecchio bacucco di tal fatta abbia potuto attrarre tanto consenso. E parlo dell’establishment di destra come di quello di sinistra (compreso l’organo semi-ufficiale del partito laburista, il Guardian, che dopo aver cercato di affossare Corbyn ha repentinamente cambiato linea quando ha capito che non stava funzionando).
I conservatori dicono di essere contenti. Nelle settimane scorse s’era addirittura parlato di infiltrati conservatori che si sarebbero iscritti al partito laburista pur di votare per un candidato troppo di sinistra per poter vincere le elezioni. Fesserie.
La Gran Bretagna, con gli Stati uniti e l’Italia, è in testa alla classifica dei paesi occidentali con le maggiori diseguaglianze sociali.
I servizi pubblici privatizzati negli ultimi 30 anni funzionano peggio di quando erano in mano allo Stato. Perché i privati, semplicemente, non investono.
Se avete la fortuna di avere un lavoro, dimenticatevi le garanzie che uno si aspetterebbe di trovare in un paese sulla carta civile. I diritti sindacali esistono di fatto solo per il settore pubblico, e Cameron è lì già pronto a limitare ulteriormente il diritto di sciopero. Il mercato immobiliare e degli affitti è in mano a una ricchissima cricca di speculatori.
Ci sono voluti 30 anni per trasformare uno dei paesi più egualitari al mondo in uno dei più ferocemente ingiusti. Dieci dei quali a guida laburista.
I rappresentanti delle classi lavoratrici sono stati letteralmente espulsi dal parlamento. Quasi tutti i parlamentari hanno origini borghesi, conservatori o laburisti che siano. Gli unici poveri che frequentano sono i propri domestici filippini.
Tutto questo è stato possibile perché moltissimi “poveri”, non essendo più rappresentati da nessuno, hanno semplicemente smesso di votare.
Il problema, oggi, è che le giovani generazioni stanno pagando il conto di questo delirio classista. Non hanno strumenti per salire i gradini della scala sociale, perché l’élite al potere l’ha letteralmente smantellata.
Il problema è che molti elettori laburisti non ci hanno capito più niente. Alcuni hanno creduto alla favola degli immigrati che rubano il lavoro agli inglesi e hanno votato UKIP (che, in maniera solo apparentemente paradossale, ha preso più voti dove ci sono meno immigrati). Oppure, in Scozia, sono fuggiti in massa (il Labour ha preso un solo seggio in quella che era una sua tradizionale roccaforte. Gli altri 50 e passa sono andati al partito nazionalista scozzese, che è più a sinistra).
Così oggi la Gran Bretagna si ritrova con un primo ministro conservatore che ha la maggioranza assoluta in Parlamento pur avendo preso il 36 per cento dei voti. Il che significa che il 64 per cento degli elettori non aveva votato per lui. E’ un numero che fa una certa impressione.
Jeremy Corbyn, anagraficamente parlando, potrebbe essere il padre di molti dei nuovi militanti laburisti che si sono iscritti al partito per votare per lui.
Le sue vecchie, anacronistiche ricette, sembrano (e sono) di nuovo attuali. Solo lo Stato può ridurre le diseguaglianze sociali. Solo i diritti sindacali possono proteggere i lavoratori dallo sfruttamento. Non esistono terze o quarte vie.
Una boccata d’aria fresca, dopo tanti anni di stupida, avvilente mitizzazione del mercato, della competizione e della giovinezza.
Tra cinque anni vincerà? Seriamente, chi può avere la presunzione di rispondere a questa domanda? Chi può sapere come sarà il mondo tra cinque anni? Di sicuro, se la rapacità e il parassitismo della classe dirigente britannica continueranno a produrre le politiche di macelleria sociale degli ultimi 30 anni, nella pretesa di potersi mangiare sia l’uovo di oggi che la gallina di domani, un leader laburista che dica cose fuori dal coro sarà il migliore dei candidati possibili.
Non vuole far la guerra ai conservatori per strappare loro i voti cosiddetti moderati. Non fa appello agli elettori di centro. Vuole che gli elettori dell’UKIP tornino a votare laburista. In Italia, sarebbe come se il leader del partito democratico facesse appello agli ex elettori del PCI che oggi votano Lega Nord.
Jeremy Corbyn è un vecchio politico di scuola marxista. Ai comizi canta bandiera rossa e se gli tocca di intonare God Save the Queen fa finta di non ricordare le parole. L’establishment inglese è vagamente stupito che un vecchio bacucco di tal fatta abbia potuto attrarre tanto consenso. E parlo dell’establishment di destra come di quello di sinistra (compreso l’organo semi-ufficiale del partito laburista, il Guardian, che dopo aver cercato di affossare Corbyn ha repentinamente cambiato linea quando ha capito che non stava funzionando).
I conservatori dicono di essere contenti. Nelle settimane scorse s’era addirittura parlato di infiltrati conservatori che si sarebbero iscritti al partito laburista pur di votare per un candidato troppo di sinistra per poter vincere le elezioni. Fesserie.
La Gran Bretagna, con gli Stati uniti e l’Italia, è in testa alla classifica dei paesi occidentali con le maggiori diseguaglianze sociali.
I servizi pubblici privatizzati negli ultimi 30 anni funzionano peggio di quando erano in mano allo Stato. Perché i privati, semplicemente, non investono.
Se avete la fortuna di avere un lavoro, dimenticatevi le garanzie che uno si aspetterebbe di trovare in un paese sulla carta civile. I diritti sindacali esistono di fatto solo per il settore pubblico, e Cameron è lì già pronto a limitare ulteriormente il diritto di sciopero. Il mercato immobiliare e degli affitti è in mano a una ricchissima cricca di speculatori.
Ci sono voluti 30 anni per trasformare uno dei paesi più egualitari al mondo in uno dei più ferocemente ingiusti. Dieci dei quali a guida laburista.
I rappresentanti delle classi lavoratrici sono stati letteralmente espulsi dal parlamento. Quasi tutti i parlamentari hanno origini borghesi, conservatori o laburisti che siano. Gli unici poveri che frequentano sono i propri domestici filippini.
Tutto questo è stato possibile perché moltissimi “poveri”, non essendo più rappresentati da nessuno, hanno semplicemente smesso di votare.
Il problema, oggi, è che le giovani generazioni stanno pagando il conto di questo delirio classista. Non hanno strumenti per salire i gradini della scala sociale, perché l’élite al potere l’ha letteralmente smantellata.
Il problema è che molti elettori laburisti non ci hanno capito più niente. Alcuni hanno creduto alla favola degli immigrati che rubano il lavoro agli inglesi e hanno votato UKIP (che, in maniera solo apparentemente paradossale, ha preso più voti dove ci sono meno immigrati). Oppure, in Scozia, sono fuggiti in massa (il Labour ha preso un solo seggio in quella che era una sua tradizionale roccaforte. Gli altri 50 e passa sono andati al partito nazionalista scozzese, che è più a sinistra).
Così oggi la Gran Bretagna si ritrova con un primo ministro conservatore che ha la maggioranza assoluta in Parlamento pur avendo preso il 36 per cento dei voti. Il che significa che il 64 per cento degli elettori non aveva votato per lui. E’ un numero che fa una certa impressione.
Jeremy Corbyn, anagraficamente parlando, potrebbe essere il padre di molti dei nuovi militanti laburisti che si sono iscritti al partito per votare per lui.
Le sue vecchie, anacronistiche ricette, sembrano (e sono) di nuovo attuali. Solo lo Stato può ridurre le diseguaglianze sociali. Solo i diritti sindacali possono proteggere i lavoratori dallo sfruttamento. Non esistono terze o quarte vie.
Una boccata d’aria fresca, dopo tanti anni di stupida, avvilente mitizzazione del mercato, della competizione e della giovinezza.
Tra cinque anni vincerà? Seriamente, chi può avere la presunzione di rispondere a questa domanda? Chi può sapere come sarà il mondo tra cinque anni? Di sicuro, se la rapacità e il parassitismo della classe dirigente britannica continueranno a produrre le politiche di macelleria sociale degli ultimi 30 anni, nella pretesa di potersi mangiare sia l’uovo di oggi che la gallina di domani, un leader laburista che dica cose fuori dal coro sarà il migliore dei candidati possibili.
lunedì 31 agosto 2015
Gli artigli del Gattopardo. La levatrice della storia
Non c’è nazione al mondo che non abbia edificato le proprie città sopra i cadaveri. Scavate sotto qualunque monumento, cercate sotto le fondamenta di qualsiasi palazzo del potere, e troverete un cimitero. Nessun Paese al mondo, nessuna civiltà è innocente.
L’Italia non fa eccezione. La sua levatrice fu la guerra, perché il secolo che la vide nascere, l’Ottocento, fu un’età di guerre e di rivoluzioni. Partorito tra i fumi e la polvere da sparo delle campagne napoleoniche, il Secolo lungo esalerà gli ultimi respiri nelle fangose trincee della prima guerra mondiale.
Se non si ha presente tale contesto, perfino un episodio apparentemente remoto e periferico come la rivolta di Santa Margherita di Belice del 4 e 5 marzo 1861 risulterà incomprensibile.
Eppure fu una delle prime rivolte dell’Italia unita. Appena due settimane prima, alle ore 11 antimeridiane del 18 febbraio 1861, Vittorio Emanuele II aveva aperto la seduta inaugurale della prima legislatura del Regno.
“L’Italia confida nella virtù e nella sapienza vostra” disse il sovrano ai deputati e senatori riuniti in seduta comune. Non prima, tuttavia, di avere ricordato a cosa si dovesse il raggiungimento di un simile obiettivo. Non prima di avere rimarcato per grazia di chi l’Italia fosse nata: “Per mirabile aiuto della divina Provvidenza, per la concorde volontà dei Popoli, e per lo splendido valore degli Eserciti”.
Lo “splendido valore degli Eserciti”. Eserciti con la “E” maiuscola. Come la “P” della Provvidenza e dei Popoli. Le sentenze dei contemporanei sono a volte meno ardue di quelle dei posteri.
Posatasi la polvere da sparo, le nuove classi dirigenti italiane si trovarono a dover fronteggiare un compito difficilissimo. Forse, per molti versi, addirittura impossibile: costruire un Paese i cui neonati cittadini non parlavano neppure la stessa lingua.
L’impresa in cui riuscirono ha dello straordinario. Noi che oggi diamo per scontato il fatto di essere “italiani” tendiamo, temo, a dimenticarlo.
Non fraintendetemi. L’aggettivo “straordinario” va inteso nel senso letterale di un qualcosa che va fuori dell’ordinario. Non gli attribuisco alcuna accezione positiva. Lo maneggio con le pinze di chi ha la dolorosa, terribile consapevolezza che la storia la scrivono sempre i superstiti.
So bene che un sacco di gente è morta, perché tale impresa venisse portata a termine. Ingiustizie sono state commesse. Due guerre mondiali, vent’anni di dittatura fascista. E perfino, giacché di questo mi sto occupando, la mafia. Già, la mafia.
Alle due e mezza della notte fra il 3 e il 4 di marzo, quando venne assassinato Giuseppe Montalbano, il padre di quell’omonimo “barone” di paese che era solito partecipare alle cene della nonna di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, la Sicilia era in piena anarchia post-rivoluzionaria. Gli equilibri del potere locale erano instabili, per non dire inesistenti.
Un regime era caduto e un altro doveva ancora prenderne il posto. Giuseppe Montalbano, il morto ammazzato, era un garibaldino. Uno che pensava di far parte della cordata vincente. Non aveva idea di quanto fosse in errore.
Il suo curriculum vitae sembrava perfetto per l’ipotetica nuova Italia che pareva sul punto di materializzarsi. Aveva partecipato alla rivolta palermitana del 1848 e poi, dopo lo sbarco di Garibaldi a Marsala, aveva messo su un gruppo di picciotti locali e s’era aggregato ai Mille.
Nel momento in cui fu assassinato era consigliere provinciale in carica. Scoprì quand’era troppo tardi, forse senza neppure avere il tempo di capirlo, di essere finito dalla parte sbagliata della storia.
A sparare, disse la voce popolare, furono i gabellotti che gestivano i feudi dei Filangeri di Cutò. Morì per mano borbonica nell’età dei Savoia. E furono i Savoia a salvare i suoi assassini.
Ciò tuttavia non impedì al figlio del morto di passare le serate estive giocando a scopone nel palazzo di famiglia di quegli stessi Filangeri di Cutò.
Da siciliano, mi sforzo da anni di capire la mia terra. Per riuscirci, mi servirà probabilmente raccontare la storia dei tanti Giuseppe Montalbano.
Del Giuseppe Montalbano ammazzato dai gabellotti dei Lampedusa. Del figlio Giuseppe Montalbano che sposò gli eredi degli assassini. Del di lui figlio Giuseppe Montalbano che divenne parlamentare comunista e poi, in età più avanzata, ferocemente anti-marxista. Del figlio di quest’ultimo, Giuseppe Montalbano anch’egli, l’insospettabile proprietario della casa in cui Totò Riina viveva al momento dell’arresto.
Se comprendo la storia di questa famiglia forse, un giorno, potrò perfino a comprendere in che posto sono nato. Non so se riuscirò nell’intento. Solo una cosa posso già anticiparvi. Non aspettatevi da me giudizi morali. Giuseppe Montalbano, l’ultimo della serie, io l’ho conosciuto. Ho cenato con lui, l’ho visto piangere, l’ho visto ridursi in miseria per pagare gli avvocati. L’ho visto mettere all’asta la casa in cui il suo trisavolo, il Giuseppe Montalbano garibaldino, riunì i picciotti del Belice all’indomani dello sbarco dei Mille.
Fatte le dovute premesse, è tempo di cominciare. Erano le due e trenta del mattino del 4 marzo 1861…
L’Italia non fa eccezione. La sua levatrice fu la guerra, perché il secolo che la vide nascere, l’Ottocento, fu un’età di guerre e di rivoluzioni. Partorito tra i fumi e la polvere da sparo delle campagne napoleoniche, il Secolo lungo esalerà gli ultimi respiri nelle fangose trincee della prima guerra mondiale.
Se non si ha presente tale contesto, perfino un episodio apparentemente remoto e periferico come la rivolta di Santa Margherita di Belice del 4 e 5 marzo 1861 risulterà incomprensibile.
Eppure fu una delle prime rivolte dell’Italia unita. Appena due settimane prima, alle ore 11 antimeridiane del 18 febbraio 1861, Vittorio Emanuele II aveva aperto la seduta inaugurale della prima legislatura del Regno.
“L’Italia confida nella virtù e nella sapienza vostra” disse il sovrano ai deputati e senatori riuniti in seduta comune. Non prima, tuttavia, di avere ricordato a cosa si dovesse il raggiungimento di un simile obiettivo. Non prima di avere rimarcato per grazia di chi l’Italia fosse nata: “Per mirabile aiuto della divina Provvidenza, per la concorde volontà dei Popoli, e per lo splendido valore degli Eserciti”.
Lo “splendido valore degli Eserciti”. Eserciti con la “E” maiuscola. Come la “P” della Provvidenza e dei Popoli. Le sentenze dei contemporanei sono a volte meno ardue di quelle dei posteri.
Posatasi la polvere da sparo, le nuove classi dirigenti italiane si trovarono a dover fronteggiare un compito difficilissimo. Forse, per molti versi, addirittura impossibile: costruire un Paese i cui neonati cittadini non parlavano neppure la stessa lingua.
L’impresa in cui riuscirono ha dello straordinario. Noi che oggi diamo per scontato il fatto di essere “italiani” tendiamo, temo, a dimenticarlo.
Non fraintendetemi. L’aggettivo “straordinario” va inteso nel senso letterale di un qualcosa che va fuori dell’ordinario. Non gli attribuisco alcuna accezione positiva. Lo maneggio con le pinze di chi ha la dolorosa, terribile consapevolezza che la storia la scrivono sempre i superstiti.
So bene che un sacco di gente è morta, perché tale impresa venisse portata a termine. Ingiustizie sono state commesse. Due guerre mondiali, vent’anni di dittatura fascista. E perfino, giacché di questo mi sto occupando, la mafia. Già, la mafia.
Alle due e mezza della notte fra il 3 e il 4 di marzo, quando venne assassinato Giuseppe Montalbano, il padre di quell’omonimo “barone” di paese che era solito partecipare alle cene della nonna di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, la Sicilia era in piena anarchia post-rivoluzionaria. Gli equilibri del potere locale erano instabili, per non dire inesistenti.
Un regime era caduto e un altro doveva ancora prenderne il posto. Giuseppe Montalbano, il morto ammazzato, era un garibaldino. Uno che pensava di far parte della cordata vincente. Non aveva idea di quanto fosse in errore.
Il suo curriculum vitae sembrava perfetto per l’ipotetica nuova Italia che pareva sul punto di materializzarsi. Aveva partecipato alla rivolta palermitana del 1848 e poi, dopo lo sbarco di Garibaldi a Marsala, aveva messo su un gruppo di picciotti locali e s’era aggregato ai Mille.
Nel momento in cui fu assassinato era consigliere provinciale in carica. Scoprì quand’era troppo tardi, forse senza neppure avere il tempo di capirlo, di essere finito dalla parte sbagliata della storia.
A sparare, disse la voce popolare, furono i gabellotti che gestivano i feudi dei Filangeri di Cutò. Morì per mano borbonica nell’età dei Savoia. E furono i Savoia a salvare i suoi assassini.
Ciò tuttavia non impedì al figlio del morto di passare le serate estive giocando a scopone nel palazzo di famiglia di quegli stessi Filangeri di Cutò.
Da siciliano, mi sforzo da anni di capire la mia terra. Per riuscirci, mi servirà probabilmente raccontare la storia dei tanti Giuseppe Montalbano.
Del Giuseppe Montalbano ammazzato dai gabellotti dei Lampedusa. Del figlio Giuseppe Montalbano che sposò gli eredi degli assassini. Del di lui figlio Giuseppe Montalbano che divenne parlamentare comunista e poi, in età più avanzata, ferocemente anti-marxista. Del figlio di quest’ultimo, Giuseppe Montalbano anch’egli, l’insospettabile proprietario della casa in cui Totò Riina viveva al momento dell’arresto.
Se comprendo la storia di questa famiglia forse, un giorno, potrò perfino a comprendere in che posto sono nato. Non so se riuscirò nell’intento. Solo una cosa posso già anticiparvi. Non aspettatevi da me giudizi morali. Giuseppe Montalbano, l’ultimo della serie, io l’ho conosciuto. Ho cenato con lui, l’ho visto piangere, l’ho visto ridursi in miseria per pagare gli avvocati. L’ho visto mettere all’asta la casa in cui il suo trisavolo, il Giuseppe Montalbano garibaldino, riunì i picciotti del Belice all’indomani dello sbarco dei Mille.
Fatte le dovute premesse, è tempo di cominciare. Erano le due e trenta del mattino del 4 marzo 1861…
sabato 29 agosto 2015
Gli artigli del Gattopardo. Capitolo terzo
Erano tempi tumultuosi. Il Regno dei Borbone di Napoli era miseramente crollato pochi mesi prima e il 21 ottobre 1860 la Sicilia aveva votato l’annessione al neonato Regno d’Italia. Passata l’euforia, i piemontesi vincitori cominciarono ben presto a capire in quale pasticcio s’erano andati a cacciare.
Nel dicembre del 1860, Vittorio Emanuele II aveva nominato il suo primo luogotenente generale delle provincie siciliane, sbarcato sull’Isola per chiudere definitivamente il breve interregno della proditattura d’ispirazione garibaldina.
Si trattava di un fedele servitore di casa Savoia, il marchese Massimo Cordero di Montezemolo, antenato dell’ex-presidente di Confindustria e della Ferrari.
La Formula 1 non era ancora stata inventata, ma la velocità con cui il marchese fuggì dalla Sicilia avrebbe certamente fatto invidia a uno Schumacher.
Già il 20 gennaio del 1861, meno di un mese e mezzo dopo la sua nomina, il flaccido marchese (“un ammasso di carne fatto inerte dal grasso e dalla crapula”, nella descrizione di un agitatore mazziniano) supplicò il ministro dell’Interno Marco Minghetti perché lo sollevasse dall’incarico.
C’è da capirlo, poveraccio. La Sicilia era, in effetti, una terra incomprensibile. Perfino agli occhi delle sue classi dirigenti locali, che oramai da decenni vivevano in un limbo politico-istituzionale.
L’abolizione del feudalesimo (1812) e la conseguente soppressione delle proprietà allodiali e dei fedecommessi, ossia degli istituti giuridici che fino a quella data avevano impedito agli eredi degli antichi casati nobiliari di vendere le proprie terre, aveva già permesso a una media borghesia agraria di nascere, di consolidarsi e perfino, in qualche caso, di acquistare antichi, decaduti blasoni o di crearne di nuovi.
Leggendo il “Gattopardo” sembra quasi che il vituperato don Calogero Sedara si sia materializzato da un giorno all’altro, manco fosse sbarcato a Marsala sul Lombardo di Nino Bixio.
E invece la nemesi dei Salina era già bella che radicata in Sicilia da molto prima dell’arrivo dei Mille. L’annessione dell’Isola al regno d’Italia, l’introduzione di un primo, rudimentale ed elitario sistema elettorale, fu solo lo strumento con cui la locale borghesia trovò finalmente il modo di superare quella che Karl Marx avrebbe definito la contraddizione tra la sovrastruttura politica e la sottostante struttura economica: tra una nobiltà che continuava a detenere il potere politico e la connessa, aristocratica pompa, pur avendo ormai da decenni ceduto a una nuova borghesia l’effettiva gestione dei propri patrimoni.
Fu proprio questa borghesia a trarre vantaggio dall’unificazione dell’Italia. Ed è esattamente in questo preciso momento che nacque ciò che in seguito sarebbe stata definita la “questione meridionale”. Ebbene sì: in questo esatto, delicato momento storico.
Una questione, o domanda che dir si voglia, che ruota intorno a una semplice, apparentemente banale domanda: che borghesia era, quella di razza siciliana?
Nel dicembre del 1860, Vittorio Emanuele II aveva nominato il suo primo luogotenente generale delle provincie siciliane, sbarcato sull’Isola per chiudere definitivamente il breve interregno della proditattura d’ispirazione garibaldina.
Si trattava di un fedele servitore di casa Savoia, il marchese Massimo Cordero di Montezemolo, antenato dell’ex-presidente di Confindustria e della Ferrari.
La Formula 1 non era ancora stata inventata, ma la velocità con cui il marchese fuggì dalla Sicilia avrebbe certamente fatto invidia a uno Schumacher.
Già il 20 gennaio del 1861, meno di un mese e mezzo dopo la sua nomina, il flaccido marchese (“un ammasso di carne fatto inerte dal grasso e dalla crapula”, nella descrizione di un agitatore mazziniano) supplicò il ministro dell’Interno Marco Minghetti perché lo sollevasse dall’incarico.
C’è da capirlo, poveraccio. La Sicilia era, in effetti, una terra incomprensibile. Perfino agli occhi delle sue classi dirigenti locali, che oramai da decenni vivevano in un limbo politico-istituzionale.
L’abolizione del feudalesimo (1812) e la conseguente soppressione delle proprietà allodiali e dei fedecommessi, ossia degli istituti giuridici che fino a quella data avevano impedito agli eredi degli antichi casati nobiliari di vendere le proprie terre, aveva già permesso a una media borghesia agraria di nascere, di consolidarsi e perfino, in qualche caso, di acquistare antichi, decaduti blasoni o di crearne di nuovi.
Leggendo il “Gattopardo” sembra quasi che il vituperato don Calogero Sedara si sia materializzato da un giorno all’altro, manco fosse sbarcato a Marsala sul Lombardo di Nino Bixio.
E invece la nemesi dei Salina era già bella che radicata in Sicilia da molto prima dell’arrivo dei Mille. L’annessione dell’Isola al regno d’Italia, l’introduzione di un primo, rudimentale ed elitario sistema elettorale, fu solo lo strumento con cui la locale borghesia trovò finalmente il modo di superare quella che Karl Marx avrebbe definito la contraddizione tra la sovrastruttura politica e la sottostante struttura economica: tra una nobiltà che continuava a detenere il potere politico e la connessa, aristocratica pompa, pur avendo ormai da decenni ceduto a una nuova borghesia l’effettiva gestione dei propri patrimoni.
Fu proprio questa borghesia a trarre vantaggio dall’unificazione dell’Italia. Ed è esattamente in questo preciso momento che nacque ciò che in seguito sarebbe stata definita la “questione meridionale”. Ebbene sì: in questo esatto, delicato momento storico.
Una questione, o domanda che dir si voglia, che ruota intorno a una semplice, apparentemente banale domanda: che borghesia era, quella di razza siciliana?
lunedì 17 agosto 2015
Gli artigli del Gattopardo. Capitolo secondo
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, da bambino, trascorreva le sue estati a Santa Margherita di Belice.
Per quattro secoli quel piccolo paese in provincia di Agrigento era stato un feudo dei Filangeri di Cutò, la famiglia della madre Beatrice. Lo era esattamente dal 17 settembre del 1620, quando Giuseppe Filangeri pagò i debiti lasciati dai baroni che avevano fondato il paese, al cui casato apparteneva la moglie.
Il Lampedusa bambino vive ovviamente in un’altra epoca. Siamo ai primi del ‘900. In Sicilia il feudalesimo era stato formalmente abolito cento anni prima (1812). Senza che ciò avesse diminuito più di tanto il rispetto, fosse anche solo formale, per l’etichetta dell’ancien régime.
Tanto è vero che i maggiorenti locali facevano a gara per essere invitati nel salotto di Beatrice Filangeri. Per darsi un tono e fingersi nobili per un giorno.
Pranzavano a turno nel suo palazzo e ogni due settimane vi si riunivano per giocare a scopone nella sala da ballo.
“A me sembravano, come forse non erano, unanimemente delle brave persone” scrive l’autore del Gattopardo nei suoi “Ricordi d’infanzia”.
Badate bene: “Come forse non erano”. Lampedusa è troppo siciliano per mettere la mano sul fuoco per chicchessia, e nello stesso tempo troppo colto per fidarsi delle proprie memorie infantili. La lente deformante della nostalgia, si sa, può trasformare il più emerito dei gaglioffi in una persona che non corrisponde ai nostri ricordi e che tuttavia teneramente rimpiangiamo.
Di tutti quegli ospiti abbozza dei veloci, divertiti ritratti. C’era Peppino Lomonaco, che andava a caccia col nonno ed era l’unico a potersi permettere di dare del tu alla madre (che rispondeva con “un rispettoso Lei”). C’era il grosso proprietario terriero Nenè Giaccone, considerato un viveur perché due mesi l’anno viveva in albergo a Palermo. Il cavalier Mario Rossi, che parlava sempre di Frascati avendovi lavorato come ufficiale postale. C’era poi “l’intellettuale del paese” Giorgio Di Giuseppe che a casa sua, la sera, suonava Chopin. Oppure il dottor Monteleone, che aveva studiato a Parigi dove raccontava di avere avuto “avventure straordinarie”.
Solo quando parla di un certo Montalbano (nessuna parentela col sottoscritto – n.d.a.) le parole di Lampedusa si fanno acide e cattive. Citiamo per intero: “Montalbano, anch’egli grosso proprietario, il vero tipo del “barone di paese” ottuso e grossolano, padre, credo, dell’attuale deputato comunista”.
Perché, di colpo, il tono ironico si fa così feroce? Talmente feroce da sembrare perfino fuori luogo? A cosa si deve tanta acrimonia?
Rispondere oggi a queste domande non è facile, per non dire impossibile. Chi può sapere cosa passasse per la testa di Tomasi di Lampedusa?
Certo è strano. Tanto per dire, avrebbe dovuto provare più rancore nei confronti del viveur Nené Giaccone, che invece descrive con superiore distacco. Il cavalier Giuseppe Giaccone, parente del Nené in questione, era stato sindaco del paese dal 1902 al 1914. I Giaccone figurano tra gli acquirenti degli ultimi feudi di Santa Margherita che la famiglia Filangeri fu costretta a vendere per pagarsi i debiti. Eppure Lampedusa lo tratta quasi con affetto. Montalbano, invece…
E poi com’è possibile che un bambino (non dimentichiamoci che Lampedusa sta rievocando le memorie della sua infanzia) possa descrivere una persona mai più rivista con parole così “adulte”? Un “barone di paese”… no, decisamente non è una definizione che si sente spesso in bocca ad un bambino.
Il sospetto che i ricordi d’infanzia c’entrino davvero poco non sembra per nulla peregrino.
Di sicuro, la presenza di Montalbano a quelle serate “mondane” era incomprensibile. Se c’era una persona che mai avrebbe dovuto varcare la soglia di casa Filangeri, quella persona era proprio Giuseppe Montalbano.
Portava lo stesso nome del padre, Giuseppe Montalbano pure lui. Oggi la legge lo proibisce, ma all’epoca ancora si poteva.
Era anzi una regola non scritta, un’usanza, che se un bambino nasceva dopo la morte del padre ne ereditava il nome. Ed è esattamente per questo motivo che Giuseppe Montalbano si chiamava come suo padre.
Non fu una morte qualunque. Se in quegli anni qualcuno si fosse preso la briga di domandare ai passanti di Santa Margherita in che giorno e in che anno era morto Giuseppe Montalbano senior, quasi tutti avrebbero saputo dare la risposta: 3 marzo 1861.
Da allora e fino ai nostri giorni, se a Santa Margherita vogliono dire che c’è stato un putiferio non usano la più comune espressione “è successo un ‘48”. La versione locale è “succidiu un quattru e cincu di marzu” (è successo un 4 e 5 di marzo).
Et pour cause! L’indomani della morte di Giuseppe Montalbano senior, a Santa Margherita scoppiò la rivoluzione
(continua)
Per quattro secoli quel piccolo paese in provincia di Agrigento era stato un feudo dei Filangeri di Cutò, la famiglia della madre Beatrice. Lo era esattamente dal 17 settembre del 1620, quando Giuseppe Filangeri pagò i debiti lasciati dai baroni che avevano fondato il paese, al cui casato apparteneva la moglie.
Il Lampedusa bambino vive ovviamente in un’altra epoca. Siamo ai primi del ‘900. In Sicilia il feudalesimo era stato formalmente abolito cento anni prima (1812). Senza che ciò avesse diminuito più di tanto il rispetto, fosse anche solo formale, per l’etichetta dell’ancien régime.
Tanto è vero che i maggiorenti locali facevano a gara per essere invitati nel salotto di Beatrice Filangeri. Per darsi un tono e fingersi nobili per un giorno.
Pranzavano a turno nel suo palazzo e ogni due settimane vi si riunivano per giocare a scopone nella sala da ballo.
“A me sembravano, come forse non erano, unanimemente delle brave persone” scrive l’autore del Gattopardo nei suoi “Ricordi d’infanzia”.
Badate bene: “Come forse non erano”. Lampedusa è troppo siciliano per mettere la mano sul fuoco per chicchessia, e nello stesso tempo troppo colto per fidarsi delle proprie memorie infantili. La lente deformante della nostalgia, si sa, può trasformare il più emerito dei gaglioffi in una persona che non corrisponde ai nostri ricordi e che tuttavia teneramente rimpiangiamo.
Di tutti quegli ospiti abbozza dei veloci, divertiti ritratti. C’era Peppino Lomonaco, che andava a caccia col nonno ed era l’unico a potersi permettere di dare del tu alla madre (che rispondeva con “un rispettoso Lei”). C’era il grosso proprietario terriero Nenè Giaccone, considerato un viveur perché due mesi l’anno viveva in albergo a Palermo. Il cavalier Mario Rossi, che parlava sempre di Frascati avendovi lavorato come ufficiale postale. C’era poi “l’intellettuale del paese” Giorgio Di Giuseppe che a casa sua, la sera, suonava Chopin. Oppure il dottor Monteleone, che aveva studiato a Parigi dove raccontava di avere avuto “avventure straordinarie”.
Solo quando parla di un certo Montalbano (nessuna parentela col sottoscritto – n.d.a.) le parole di Lampedusa si fanno acide e cattive. Citiamo per intero: “Montalbano, anch’egli grosso proprietario, il vero tipo del “barone di paese” ottuso e grossolano, padre, credo, dell’attuale deputato comunista”.
Perché, di colpo, il tono ironico si fa così feroce? Talmente feroce da sembrare perfino fuori luogo? A cosa si deve tanta acrimonia?
Rispondere oggi a queste domande non è facile, per non dire impossibile. Chi può sapere cosa passasse per la testa di Tomasi di Lampedusa?
Certo è strano. Tanto per dire, avrebbe dovuto provare più rancore nei confronti del viveur Nené Giaccone, che invece descrive con superiore distacco. Il cavalier Giuseppe Giaccone, parente del Nené in questione, era stato sindaco del paese dal 1902 al 1914. I Giaccone figurano tra gli acquirenti degli ultimi feudi di Santa Margherita che la famiglia Filangeri fu costretta a vendere per pagarsi i debiti. Eppure Lampedusa lo tratta quasi con affetto. Montalbano, invece…
E poi com’è possibile che un bambino (non dimentichiamoci che Lampedusa sta rievocando le memorie della sua infanzia) possa descrivere una persona mai più rivista con parole così “adulte”? Un “barone di paese”… no, decisamente non è una definizione che si sente spesso in bocca ad un bambino.
Il sospetto che i ricordi d’infanzia c’entrino davvero poco non sembra per nulla peregrino.
Di sicuro, la presenza di Montalbano a quelle serate “mondane” era incomprensibile. Se c’era una persona che mai avrebbe dovuto varcare la soglia di casa Filangeri, quella persona era proprio Giuseppe Montalbano.
Portava lo stesso nome del padre, Giuseppe Montalbano pure lui. Oggi la legge lo proibisce, ma all’epoca ancora si poteva.
Era anzi una regola non scritta, un’usanza, che se un bambino nasceva dopo la morte del padre ne ereditava il nome. Ed è esattamente per questo motivo che Giuseppe Montalbano si chiamava come suo padre.
Non fu una morte qualunque. Se in quegli anni qualcuno si fosse preso la briga di domandare ai passanti di Santa Margherita in che giorno e in che anno era morto Giuseppe Montalbano senior, quasi tutti avrebbero saputo dare la risposta: 3 marzo 1861.
Da allora e fino ai nostri giorni, se a Santa Margherita vogliono dire che c’è stato un putiferio non usano la più comune espressione “è successo un ‘48”. La versione locale è “succidiu un quattru e cincu di marzu” (è successo un 4 e 5 di marzo).
Et pour cause! L’indomani della morte di Giuseppe Montalbano senior, a Santa Margherita scoppiò la rivoluzione
(continua)
domenica 16 agosto 2015
Gli artigli del Gattopardo. Capitolo primo
Le cose cambiano di continuo. Lo vediamo tutti i giorni. Ciò non toglie che sia davvero difficile sottrarsi al fascino di Fernand Braudel e della sua teoria della “lunga durata”. Diceva il grande storico francese che la storia è come una colla resistentissima (mi si perdoni la banalizzante metafora) e che la struttura di base dei popoli e delle civiltà cambia, se lo fa, con millenaria lentezza.
Per esempio, ecco che dopo sette secoli di dominio musulmano in Spagna (diceva appunto Braudel), già all’indomani della Reconquista gli spagnoli tornarono come se nulla fosse a essere cristiani. Come se quei settecento anni di dominio musulmano non ci fossero mai stati.
L’idea che Giuseppe Tomasi di Lampedusa aveva della Sicilia è invero assai braudeliana. La sua immagine dell’Isola è quella di un luogo immodificabile, eterno, congelato nel suo arcaismo, impermeabile alle rivoluzioni e alle sostituzioni delle classi dirigenti, sempre uguale a com’era e a come sarà.
Eppure Braudel aveva torto. L’Europa che tornò a essere cristiana dopo la cacciata dei mori, fino a pochi secoli prima non era cristiana per nulla. Fu solo trecento anni dopo la nascita di Cristo che un imperatore romano fece del cristianesimo la religione ufficiale e gettò nel dimenticatoio Giove, Minerva, Nettuno e tutto il resto dell’Olimpo.
Per superare questa evidente contraddizione, Braudel fu costretto a teorizzare una sostanziale continuità tra l’Europa romana e quella cristiana. Tra Giulio Cesare e Carlo Magno, tra Cicerone e Tommaso d’Aquino, tra Ovidio e Jacopone da Todi. Fu costretto a usare i termini “Occidente”, “cristianità” e “romanità” come se fossero sinonimi. Lo sono veramente?
La “lunga durata” del paganesimo in Sassonia terminò quando Carlo Magno massacrò in nome di Dio e della romanità centinaia di migliaia di sassoni. La storia sa come prendere delle scorciatoie, quando vuole davvero cambiare le cose.
A cambiare la Sicilia, a farla diventare “moderna”, ci provarono i piemontesi. Imposero il codice napoleonico, di fresco importato in Savoia, alle nuove popolazioni italiche. Giusto per avere un’idea del contesto storico, il primo ministro dell’epoca, Camillo Benso conte di Cavour, che parlava il francese molto meglio dell’italiano, era convinto che la lingua dei siciliani fosse l’arabo.
Non funzionò. O almeno così dicono. I siciliani, e come loro i calabresi e i napoletani, trasformarono le nuove istituzioni in strumenti per accaparrarsi il potere e coinvolsero lo Stato e le sue strutture locali nelle faide tra clan.
Con una differenza. Apparentemente insignificante eppure importantissima. Mentre una volta erano solo i Lampedusa a battagliare, adesso anche i Sedara potevano farlo. In maniera sempre più capillare mano a mano che il bacino elettorale si allargava perfino (orribile dictu!) agli analfabeti. La lotta per il potere non era più riservata ai potenti di sangue blu. Perfino quelli di basso ceto potevano ormai permettersi di diventare borghesi e a volte addirittura baroni.
Di questo, a leggerlo bene, parla “Il gattopardo”. Il romanzo descrive gli ultimi anni di agonia di un ceto dirigente. Racconta l’impossibile tentativo del principe di Salina di conservare i propri privilegi di classe in un mondo che sta velocemente cambiando. Ed è certo paradossale che il termine “gattopardismo” venga oggi utilizzato per descrivere un potere che finge soltanto di cambiare ma in realtà rimane sempre lo stesso.
Il vocabolario Treccani lo definisce così: “l’atteggiamento (tradizionalmente definito come trasformismo) proprio di chi, avendo fatto parte del ceto dominante o agiato in un precedente regime, si adatta a un nuova situazione politica, sociale o economica, simulando d’esserne promotore o fautore, per poter conservare il proprio potere e i privilegi della propria classe”.
A giudicare dall’uso che si fa del termine “gattopardo”, sembrerebbe che in Sicilia governino da sempre le stesse persone. Eppure il romanzo di Lampedusa parla dell’esatto contrario, ossia della caduta di una vecchia classe dirigente e dell’ascesa al potere di un nuovo ceto politico. Della fine del secolare potere dell’aristocrazia terriera siciliana e della nascita di una nuova borghesia. Chiamatela borghesia agro-mafiosa, se volete, ma di una rivoluzione borghese comunque si è trattato.
Per essere più espliciti, la Sicilia che Lampedusa descrive nel suo romanzo è l’esatto contrario di ciò che lui pensava della Sicilia e dei siciliani. Se mai un libro ha tradito il pensiero del suo autore, è stato proprio il “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa.
La Sicilia degli anni ’50, quando Lampedusa scrisse il Gattopardo, era profondamente diversa da quella della seconda metà dell’Ottocento, l’epoca in cui il romanzo fu ambientato. Eppure Lampedusa pensava di ritrarre la stessa, immutabile realtà.
Com’è stato allora possibile che la nostalgica e per molti versi disincantata descrizione della fine di un’era si sia trasformata nel suo opposto? Che il racconto di un così radicale cambiamento sia diventato il simbolo dell’immutabilità delle cose?
Quanta dose di pregiudizio nei confronti di siciliani è stata necessaria, perché potesse accadere? E non parlo solo del pregiudizio degli “altri” nei confronti dei siciliani, bensì anche di quello dei siciliani nei confronti di se stessi.
Com’è stato possibile che Tomasi di Lampedusa abbia scritto un romanzo che ha raccontato con straordinaria efficacia l’esatto contrario di ciò che lui pensava?
Per esempio, ecco che dopo sette secoli di dominio musulmano in Spagna (diceva appunto Braudel), già all’indomani della Reconquista gli spagnoli tornarono come se nulla fosse a essere cristiani. Come se quei settecento anni di dominio musulmano non ci fossero mai stati.
L’idea che Giuseppe Tomasi di Lampedusa aveva della Sicilia è invero assai braudeliana. La sua immagine dell’Isola è quella di un luogo immodificabile, eterno, congelato nel suo arcaismo, impermeabile alle rivoluzioni e alle sostituzioni delle classi dirigenti, sempre uguale a com’era e a come sarà.
Eppure Braudel aveva torto. L’Europa che tornò a essere cristiana dopo la cacciata dei mori, fino a pochi secoli prima non era cristiana per nulla. Fu solo trecento anni dopo la nascita di Cristo che un imperatore romano fece del cristianesimo la religione ufficiale e gettò nel dimenticatoio Giove, Minerva, Nettuno e tutto il resto dell’Olimpo.
Per superare questa evidente contraddizione, Braudel fu costretto a teorizzare una sostanziale continuità tra l’Europa romana e quella cristiana. Tra Giulio Cesare e Carlo Magno, tra Cicerone e Tommaso d’Aquino, tra Ovidio e Jacopone da Todi. Fu costretto a usare i termini “Occidente”, “cristianità” e “romanità” come se fossero sinonimi. Lo sono veramente?
La “lunga durata” del paganesimo in Sassonia terminò quando Carlo Magno massacrò in nome di Dio e della romanità centinaia di migliaia di sassoni. La storia sa come prendere delle scorciatoie, quando vuole davvero cambiare le cose.
A cambiare la Sicilia, a farla diventare “moderna”, ci provarono i piemontesi. Imposero il codice napoleonico, di fresco importato in Savoia, alle nuove popolazioni italiche. Giusto per avere un’idea del contesto storico, il primo ministro dell’epoca, Camillo Benso conte di Cavour, che parlava il francese molto meglio dell’italiano, era convinto che la lingua dei siciliani fosse l’arabo.
Non funzionò. O almeno così dicono. I siciliani, e come loro i calabresi e i napoletani, trasformarono le nuove istituzioni in strumenti per accaparrarsi il potere e coinvolsero lo Stato e le sue strutture locali nelle faide tra clan.
Con una differenza. Apparentemente insignificante eppure importantissima. Mentre una volta erano solo i Lampedusa a battagliare, adesso anche i Sedara potevano farlo. In maniera sempre più capillare mano a mano che il bacino elettorale si allargava perfino (orribile dictu!) agli analfabeti. La lotta per il potere non era più riservata ai potenti di sangue blu. Perfino quelli di basso ceto potevano ormai permettersi di diventare borghesi e a volte addirittura baroni.
Di questo, a leggerlo bene, parla “Il gattopardo”. Il romanzo descrive gli ultimi anni di agonia di un ceto dirigente. Racconta l’impossibile tentativo del principe di Salina di conservare i propri privilegi di classe in un mondo che sta velocemente cambiando. Ed è certo paradossale che il termine “gattopardismo” venga oggi utilizzato per descrivere un potere che finge soltanto di cambiare ma in realtà rimane sempre lo stesso.
Il vocabolario Treccani lo definisce così: “l’atteggiamento (tradizionalmente definito come trasformismo) proprio di chi, avendo fatto parte del ceto dominante o agiato in un precedente regime, si adatta a un nuova situazione politica, sociale o economica, simulando d’esserne promotore o fautore, per poter conservare il proprio potere e i privilegi della propria classe”.
A giudicare dall’uso che si fa del termine “gattopardo”, sembrerebbe che in Sicilia governino da sempre le stesse persone. Eppure il romanzo di Lampedusa parla dell’esatto contrario, ossia della caduta di una vecchia classe dirigente e dell’ascesa al potere di un nuovo ceto politico. Della fine del secolare potere dell’aristocrazia terriera siciliana e della nascita di una nuova borghesia. Chiamatela borghesia agro-mafiosa, se volete, ma di una rivoluzione borghese comunque si è trattato.
Per essere più espliciti, la Sicilia che Lampedusa descrive nel suo romanzo è l’esatto contrario di ciò che lui pensava della Sicilia e dei siciliani. Se mai un libro ha tradito il pensiero del suo autore, è stato proprio il “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa.
La Sicilia degli anni ’50, quando Lampedusa scrisse il Gattopardo, era profondamente diversa da quella della seconda metà dell’Ottocento, l’epoca in cui il romanzo fu ambientato. Eppure Lampedusa pensava di ritrarre la stessa, immutabile realtà.
Com’è stato allora possibile che la nostalgica e per molti versi disincantata descrizione della fine di un’era si sia trasformata nel suo opposto? Che il racconto di un così radicale cambiamento sia diventato il simbolo dell’immutabilità delle cose?
Quanta dose di pregiudizio nei confronti di siciliani è stata necessaria, perché potesse accadere? E non parlo solo del pregiudizio degli “altri” nei confronti dei siciliani, bensì anche di quello dei siciliani nei confronti di se stessi.
Com’è stato possibile che Tomasi di Lampedusa abbia scritto un romanzo che ha raccontato con straordinaria efficacia l’esatto contrario di ciò che lui pensava?
martedì 4 agosto 2015
Quando gli zombie divennero cannibali
Poveri zombie, come li abbiamo ridotti!
Ci siamo ormai talmente abituati a vederli camminare in branco, a osservarli disgustati mentre mordono e sbranano, a fare il tifo per chi li abbatte a fucilate o a calci sulla testa, da esserci completamente dimenticati di che cosa fossero in origine.
Era il 1929 quando un libro li fece conoscere per la prima volta ai lettori anglosassoni. William Seabrook, un autore americano di libri di viaggio all’epoca molto popolare, dedicò loro un capitolo del suo reportage da Haiti.
I suoi zombie non erano affatto mangiatori di uomini. Traduco dal suo “The Magic Island” (l‘Isola della magia): “Lo zombie è un corpo umano senz’anima. E’ un cadavere dissepolto cui uno stregone ha donato una parvenza di vita. Un morto che si può fare camminare, muovere e agire come se fosse vivo. Chi ha il potere di farlo cerca una tomba scavata da poco, disseppellisce il cadavere prima che cominci a putrefarsi, gli ordina di tornare a muoversi e lo fa diventare un servo o uno schiavo, a volte per fargli commettere un crimine ma più spesso per affidargli i lavori più pesanti e più degradanti”.
Gli zombie erano tutto tranne che cannibali. Tra l’altro non avrebbero mai potuto mangiare la carne umana, perché secondo la leggenda qualunque alimento che contenesse del sale ne provocava il risveglio e li faceva tornare alle proprie tombe.
Erano schiavi, e non è certo un caso che il loro mito sia nato ad Haiti, la cui popolazione era composta dai discendenti delle centinaia di migliaia di africani che i negrieri di mezzo mondo avevano trascinato lì in catene. Come non è un caso che i primi zombie di cui Seabrook parla lavorassero come schiavi nelle piantagioni di canna da zucchero di quella che oggi chiameremmo una multinazionale americana dell’agroalimentare.
The Magic Island riscosse un grande successo. Hollywood ne prese spunto per girare il primo film di zombie della storia: “White Zombie” (1932), in italiano “L’Isola degli zombies”. Un film orribile con Bela Lugosi ma in cui gli zombie erano fedeli alla versione originale.
Come lo saranno ancora nello straordinario “Ho camminato con uno zombie” di Jacques Tourneur (1943), e nei pochi altri film dei successivi 25 anni in cui compariranno.
Diverranno cannibali solo nel 1968, con la “Notte dei morti viventi” di George Romero. Qui comincia un’altra storia. All’inizio i morti viventi nella versione antropofaga furono chiamati zombie per similitudine. In assenza di una parola che li definisse se ne prese in prestito una che già esisteva e che per giunta suonava orrifica il giusto.
Ne nacque uno dei filoni cinematografici (e adesso anche televisivi) di maggiore successo. Un successo che ha perfino modificato il significato della parola. Oggi gli zombie non sono più gli schiavi che erano in origine. Sono diventati dei cannibali senza cervello che invadono le nostre case, sbranano i nostri figli e le nostre mogli, degli infetti il cui contatto ci fa diventare come loro, dei subumani cui possiamo sparare liberamente. Da vittime quali erano sono diventati carnefici. Vi ricorda qualcosa?
Trovo estremamente illuminante e assai significativa questa metamorfosi degli zombie, che è andata di pari passo con la demonizzazione dei poveri, degli immigrati, dei disoccupati, perfino di molte categorie di lavoratori. Con l’aumento delle disuguaglianze sociali.
Ognuno deve fare da sé. Dobbiamo difenderci dal vicino di casa che s’è trasformato in un cannibale, costruire muri per tenere fuori chi ci vuole sbranare, dobbiamo avere paura se incontriamo degli sconosciuti che camminano in gruppo.
Gli zombie, di questi tempi, sono dappertutto. Non date retta alle anime belle che vogliono farvi credere che si tratta di un pugno di disgraziati. Le buone intenzioni possono solo lastricare la strada per l’apocalisse.
Non è così che va il mondo. Per la sicurezza vostra e delle vostre famiglie, è molto meglio dormire con una 44 Magnum sotto al cuscino.
Ci siamo ormai talmente abituati a vederli camminare in branco, a osservarli disgustati mentre mordono e sbranano, a fare il tifo per chi li abbatte a fucilate o a calci sulla testa, da esserci completamente dimenticati di che cosa fossero in origine.
Era il 1929 quando un libro li fece conoscere per la prima volta ai lettori anglosassoni. William Seabrook, un autore americano di libri di viaggio all’epoca molto popolare, dedicò loro un capitolo del suo reportage da Haiti.
I suoi zombie non erano affatto mangiatori di uomini. Traduco dal suo “The Magic Island” (l‘Isola della magia): “Lo zombie è un corpo umano senz’anima. E’ un cadavere dissepolto cui uno stregone ha donato una parvenza di vita. Un morto che si può fare camminare, muovere e agire come se fosse vivo. Chi ha il potere di farlo cerca una tomba scavata da poco, disseppellisce il cadavere prima che cominci a putrefarsi, gli ordina di tornare a muoversi e lo fa diventare un servo o uno schiavo, a volte per fargli commettere un crimine ma più spesso per affidargli i lavori più pesanti e più degradanti”.
Gli zombie erano tutto tranne che cannibali. Tra l’altro non avrebbero mai potuto mangiare la carne umana, perché secondo la leggenda qualunque alimento che contenesse del sale ne provocava il risveglio e li faceva tornare alle proprie tombe.
Erano schiavi, e non è certo un caso che il loro mito sia nato ad Haiti, la cui popolazione era composta dai discendenti delle centinaia di migliaia di africani che i negrieri di mezzo mondo avevano trascinato lì in catene. Come non è un caso che i primi zombie di cui Seabrook parla lavorassero come schiavi nelle piantagioni di canna da zucchero di quella che oggi chiameremmo una multinazionale americana dell’agroalimentare.
The Magic Island riscosse un grande successo. Hollywood ne prese spunto per girare il primo film di zombie della storia: “White Zombie” (1932), in italiano “L’Isola degli zombies”. Un film orribile con Bela Lugosi ma in cui gli zombie erano fedeli alla versione originale.
Come lo saranno ancora nello straordinario “Ho camminato con uno zombie” di Jacques Tourneur (1943), e nei pochi altri film dei successivi 25 anni in cui compariranno.
Diverranno cannibali solo nel 1968, con la “Notte dei morti viventi” di George Romero. Qui comincia un’altra storia. All’inizio i morti viventi nella versione antropofaga furono chiamati zombie per similitudine. In assenza di una parola che li definisse se ne prese in prestito una che già esisteva e che per giunta suonava orrifica il giusto.
Ne nacque uno dei filoni cinematografici (e adesso anche televisivi) di maggiore successo. Un successo che ha perfino modificato il significato della parola. Oggi gli zombie non sono più gli schiavi che erano in origine. Sono diventati dei cannibali senza cervello che invadono le nostre case, sbranano i nostri figli e le nostre mogli, degli infetti il cui contatto ci fa diventare come loro, dei subumani cui possiamo sparare liberamente. Da vittime quali erano sono diventati carnefici. Vi ricorda qualcosa?
Trovo estremamente illuminante e assai significativa questa metamorfosi degli zombie, che è andata di pari passo con la demonizzazione dei poveri, degli immigrati, dei disoccupati, perfino di molte categorie di lavoratori. Con l’aumento delle disuguaglianze sociali.
Ognuno deve fare da sé. Dobbiamo difenderci dal vicino di casa che s’è trasformato in un cannibale, costruire muri per tenere fuori chi ci vuole sbranare, dobbiamo avere paura se incontriamo degli sconosciuti che camminano in gruppo.
Gli zombie, di questi tempi, sono dappertutto. Non date retta alle anime belle che vogliono farvi credere che si tratta di un pugno di disgraziati. Le buone intenzioni possono solo lastricare la strada per l’apocalisse.
Non è così che va il mondo. Per la sicurezza vostra e delle vostre famiglie, è molto meglio dormire con una 44 Magnum sotto al cuscino.
E fu subito trazzera
Con soli 300 mila euro, il Movimento 5 Stelle s’è garantito la vittoria alle prossime elezioni regionali siciliane. E’ quello che è costato ai grillini fare asfaltare la trazzera di Caltavuturo. Sono sicuro che gli esperti in pubbliche relazioni, i pubblicitari, i consulenti all’immagine si staranno spellando le mani. Mai una campagna pubblicitaria è costata così poco.
Ho letto alcune delle critiche assai pelose che sono state rivolte ai grillini: la strada ha una pendenza del 27 per cento, c’è un limite di 20 chilometri orari, il semaforo, il senso unico alternato e così via. Solo chi non è siciliano può prendere sul serio questo tipo di critiche.
Ci sono strade statali, in Sicilia, in cui per lunghissimi tratti non si possono superare i 50. In discesa. Eppure sono costate molto di più e ci sono voluti decenni per vederle completate. Per rispettare quei limiti di velocità bisognerebbe andare di terza per chilometri, senza mai staccare il piede dal freno. Lo so bene perché una volta, quando stampavo un giornale in Sicilia, ho provato a farlo.
E’ ovvio che tutti se ne fregano di quei ridicoli divieti. Com’è altrettanto ovvio che ogni multa per eccesso di velocità sulla “trazzera” di Caltavuturo sarà un voto in più per i Cinque Stelle.
Da qui a poco, appena il penoso governo Crocetta finirà di rantolare, Beppe Grillo governerà la Sicilia. Fatevene una ragione.
Sarà un esperimento di grande interesse scientifico. L’Onestà che pianta le sue bandiere a Palazzo dei Normanni. Perché i siciliani adorano l’Onestà. Non vedono l’ora di avere dei governanti che fanno rispettare le regole. Che fanno vincere i concorsi ai più capaci, che fanno fermare le automobili davanti alle strisce pedonali, che fanno pagare le tasse, che abbattono le case abusive, che impugnano la scure e licenziano tutti gli impiegati regionali, provinciali, comunali che da decenni rubano lo stipendio. Che mandano a casa tutti i raccomandati. Tutti, dal primo all’ultimo.
Perché se c’è una cosa che i siciliani apprezzano è l’Onestà. Soprattutto quella altrui. Vanno in brodo di giuggiole se un gruppo di parlamentari finanzia con i propri soldi la costruzione di una strada. Sono disposti perfino a votarli, se rinunciano alle loro indennità di carica. Non vedo l’ora di vedere se continueranno a votarli quando, in nome dell’Onestà, i grillini chiederanno ai siciliani di rinunciare a parte del loro proprio reddito per finanziare le opere pubbliche che alla Sicilia servono come il pane.
Perché il mio ricordo della Sicilia è leggermente diverso. Quando me ne andai dall’Isola non fu per la corruzione dei politici. Me ne andai perché non sopportavo più le illegalità commesse dai vicini di casa. Non ne potevo più della musica a tutto volume alle due di notte, della gente che mi avvelenava i cani, di dovermi guardare alle spalle mentre facevo la fila alle poste, di non potere più fare le mie adorate passeggiate sulla spiaggia perché qualcuno, da una notte all’altra, aveva deciso di tirare su una recinzione illegale.
Non vedo l’ora che i grillini governino la Sicilia e facciano finalmente rispettare le regole. La loro Onestà, fino ad ora, è servita a finanziare un chilometro di strada. L’Onestà di tutti i consiglieri regionali, provinciali e comunali, se tutto va bene, potrebbe forse farne asfaltare altri cento. Meglio di niente, per carità. Per rimettere a posto la Sicilia, tuttavia, oltre a quella dell’elettorato passivo servirebbe pure l’Onestà dell’elettorato attivo.
Alcuni precedenti storici sono incoraggianti. L’arancio, il pomodoro, l’olivo, tutte piante che oggi prosperano in Sicilia, furono anch’esse importate da qualche altro posto.
Detto senza ironia e col distacco di chi ormai da tanti anni vive in un altro paese: chi può saperlo? Anche un trapianto d’Onestà potrebbe avere la stessa fortuna.
Ho letto alcune delle critiche assai pelose che sono state rivolte ai grillini: la strada ha una pendenza del 27 per cento, c’è un limite di 20 chilometri orari, il semaforo, il senso unico alternato e così via. Solo chi non è siciliano può prendere sul serio questo tipo di critiche.
Ci sono strade statali, in Sicilia, in cui per lunghissimi tratti non si possono superare i 50. In discesa. Eppure sono costate molto di più e ci sono voluti decenni per vederle completate. Per rispettare quei limiti di velocità bisognerebbe andare di terza per chilometri, senza mai staccare il piede dal freno. Lo so bene perché una volta, quando stampavo un giornale in Sicilia, ho provato a farlo.
E’ ovvio che tutti se ne fregano di quei ridicoli divieti. Com’è altrettanto ovvio che ogni multa per eccesso di velocità sulla “trazzera” di Caltavuturo sarà un voto in più per i Cinque Stelle.
Da qui a poco, appena il penoso governo Crocetta finirà di rantolare, Beppe Grillo governerà la Sicilia. Fatevene una ragione.
Sarà un esperimento di grande interesse scientifico. L’Onestà che pianta le sue bandiere a Palazzo dei Normanni. Perché i siciliani adorano l’Onestà. Non vedono l’ora di avere dei governanti che fanno rispettare le regole. Che fanno vincere i concorsi ai più capaci, che fanno fermare le automobili davanti alle strisce pedonali, che fanno pagare le tasse, che abbattono le case abusive, che impugnano la scure e licenziano tutti gli impiegati regionali, provinciali, comunali che da decenni rubano lo stipendio. Che mandano a casa tutti i raccomandati. Tutti, dal primo all’ultimo.
Perché se c’è una cosa che i siciliani apprezzano è l’Onestà. Soprattutto quella altrui. Vanno in brodo di giuggiole se un gruppo di parlamentari finanzia con i propri soldi la costruzione di una strada. Sono disposti perfino a votarli, se rinunciano alle loro indennità di carica. Non vedo l’ora di vedere se continueranno a votarli quando, in nome dell’Onestà, i grillini chiederanno ai siciliani di rinunciare a parte del loro proprio reddito per finanziare le opere pubbliche che alla Sicilia servono come il pane.
Perché il mio ricordo della Sicilia è leggermente diverso. Quando me ne andai dall’Isola non fu per la corruzione dei politici. Me ne andai perché non sopportavo più le illegalità commesse dai vicini di casa. Non ne potevo più della musica a tutto volume alle due di notte, della gente che mi avvelenava i cani, di dovermi guardare alle spalle mentre facevo la fila alle poste, di non potere più fare le mie adorate passeggiate sulla spiaggia perché qualcuno, da una notte all’altra, aveva deciso di tirare su una recinzione illegale.
Non vedo l’ora che i grillini governino la Sicilia e facciano finalmente rispettare le regole. La loro Onestà, fino ad ora, è servita a finanziare un chilometro di strada. L’Onestà di tutti i consiglieri regionali, provinciali e comunali, se tutto va bene, potrebbe forse farne asfaltare altri cento. Meglio di niente, per carità. Per rimettere a posto la Sicilia, tuttavia, oltre a quella dell’elettorato passivo servirebbe pure l’Onestà dell’elettorato attivo.
Alcuni precedenti storici sono incoraggianti. L’arancio, il pomodoro, l’olivo, tutte piante che oggi prosperano in Sicilia, furono anch’esse importate da qualche altro posto.
Detto senza ironia e col distacco di chi ormai da tanti anni vive in un altro paese: chi può saperlo? Anche un trapianto d’Onestà potrebbe avere la stessa fortuna.
mercoledì 8 luglio 2015
In difesa dell'euro
Sento dire in giro, sempre più spesso negli ultimi tempi, che i paesi europei dovrebbero disfarsi dell’euro e tornare al paradiso perduto delle monete nazionali.
Sento dire che se ogni paese potesse far fluttuare il valore della propria valuta a seconda delle circostanze, crisi come quella greca sarebbero più facilmente risolvibili. In base a questa tesi, se i greci avessero avuto ancora la dracma non avrebbero dovuto fare altro che svalutarla, ripagando i propri creditori con carta straccia. Molti paesi l’hanno fatto, in passato. Noi italiani eravamo degli esperti ma perfino i tedeschi, quando è convenuto loro, sono stati ben lieti di ricorrere a questo trucchetto.
La cura, è chiaro, ha le sue controindicazioni. Una è l’inflazione, che ovviamente schizzerà verso l’alto. L’altra è l’aumento dei prezzi delle materie prime, che normalmente si acquistano in dollari: se svaluto la mia moneta rispetto a quella americana, per ipotesi del 50 per cento, il gas, il petrolio e così via mi costeranno il 50% in più a valori reali. L’inflazione poi si mangerà gli stipendi dei lavoratori dipendenti, perché i salari reali non riescono mai a tenere il passo del tasso d’inflazione.
Sento dire altresì che il potere d’acquisto degli italiani, dei greci, degli spagnoli si sia ridotto dopo l’introduzione dell’euro. Può darsi. A me però sembra un errore che in logica si definisce “post hoc ergo propter hoc”: dopo questo dunque a causa di questo. Se io incrocio mastro Filippo per strada e subito dopo inciampo e casco per terra, vuol dire che la colpa è di mastro Filippo. Che da quel momento diventa uno iettatore.
Io non credo sia colpa dell’euro. Il caso vuole che mi sia ritrovato a vivere in Gran Bretagna. Un paese che, come tutti forse saprete, l’euro non ce l’ha. Ebbene, il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti è crollato pure da queste parti. Malgrado la sterlina e l’autonomia monetaria.
Qui li chiamano working poors. Lavoratori poveri: gente con un lavoro e uno stipendio e che tuttavia non riesce a pagarsi l’affitto ed è costretta, per mangiare, a mettersi in coda davanti alle mense dei poveri. Parliamo di centinaia di migliaia di persone. Più tutti gli altri che, a milioni, sopravviviamo a stento. Sarà colpa dell’euro pure in Gran Bretagna?
Oppure sarà colpa di qualcos’altro?
Ho un lungo elenco di concause, se volete. Di cose che sono accadute nei paesi con l’euro e in quelli senza.
La riduzione del potere interventista dello Stato, per esempio. Oppure l’indebolimento delle forze sindacali, che ha dato mano libera ai datori di lavoro. Le privatizzazioni, che per due soldi hanno regalato ai privati i vecchi monopoli pubblici, peggiorando i servizi e aumentandone i costi. La deregolamentazione della finanza, che ha consentito agli speculatori di mettere il mondo in ginocchio e di rimediare al loro delirio d’onnipotenza con i soldi pubblici. Il discredito montato ad arte contro la scuola e la sanità pubbliche, e l’idea malsana che perfino la scuola e la sanità debbano funzionare in base alla logica delirante del libero mercato. La mano libera concessa agli olandesi, agli inglesi, ai lussemburghesi di rubare le entrate tributarie degli altri paesi europei e di dare poi perfino lezioni di moralità agli spagnoli, agli italiani o ai greci: il bue che dà del cornuto all’asino. Devo continuare?
Non è colpa di mastro Filippo se siete caduti e non sono dipese dall’euro le scelte politiche che hanno impoverito i cittadini europei (compresi quelli che l'euro non ce l'hanno).
A me non piace vivere con la testa rivolta all’indietro. Ciò che voglio è una nuova Europa, non una vecchia moneta.
Sento dire che se ogni paese potesse far fluttuare il valore della propria valuta a seconda delle circostanze, crisi come quella greca sarebbero più facilmente risolvibili. In base a questa tesi, se i greci avessero avuto ancora la dracma non avrebbero dovuto fare altro che svalutarla, ripagando i propri creditori con carta straccia. Molti paesi l’hanno fatto, in passato. Noi italiani eravamo degli esperti ma perfino i tedeschi, quando è convenuto loro, sono stati ben lieti di ricorrere a questo trucchetto.
La cura, è chiaro, ha le sue controindicazioni. Una è l’inflazione, che ovviamente schizzerà verso l’alto. L’altra è l’aumento dei prezzi delle materie prime, che normalmente si acquistano in dollari: se svaluto la mia moneta rispetto a quella americana, per ipotesi del 50 per cento, il gas, il petrolio e così via mi costeranno il 50% in più a valori reali. L’inflazione poi si mangerà gli stipendi dei lavoratori dipendenti, perché i salari reali non riescono mai a tenere il passo del tasso d’inflazione.
Sento dire altresì che il potere d’acquisto degli italiani, dei greci, degli spagnoli si sia ridotto dopo l’introduzione dell’euro. Può darsi. A me però sembra un errore che in logica si definisce “post hoc ergo propter hoc”: dopo questo dunque a causa di questo. Se io incrocio mastro Filippo per strada e subito dopo inciampo e casco per terra, vuol dire che la colpa è di mastro Filippo. Che da quel momento diventa uno iettatore.
Io non credo sia colpa dell’euro. Il caso vuole che mi sia ritrovato a vivere in Gran Bretagna. Un paese che, come tutti forse saprete, l’euro non ce l’ha. Ebbene, il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti è crollato pure da queste parti. Malgrado la sterlina e l’autonomia monetaria.
Qui li chiamano working poors. Lavoratori poveri: gente con un lavoro e uno stipendio e che tuttavia non riesce a pagarsi l’affitto ed è costretta, per mangiare, a mettersi in coda davanti alle mense dei poveri. Parliamo di centinaia di migliaia di persone. Più tutti gli altri che, a milioni, sopravviviamo a stento. Sarà colpa dell’euro pure in Gran Bretagna?
Oppure sarà colpa di qualcos’altro?
Ho un lungo elenco di concause, se volete. Di cose che sono accadute nei paesi con l’euro e in quelli senza.
La riduzione del potere interventista dello Stato, per esempio. Oppure l’indebolimento delle forze sindacali, che ha dato mano libera ai datori di lavoro. Le privatizzazioni, che per due soldi hanno regalato ai privati i vecchi monopoli pubblici, peggiorando i servizi e aumentandone i costi. La deregolamentazione della finanza, che ha consentito agli speculatori di mettere il mondo in ginocchio e di rimediare al loro delirio d’onnipotenza con i soldi pubblici. Il discredito montato ad arte contro la scuola e la sanità pubbliche, e l’idea malsana che perfino la scuola e la sanità debbano funzionare in base alla logica delirante del libero mercato. La mano libera concessa agli olandesi, agli inglesi, ai lussemburghesi di rubare le entrate tributarie degli altri paesi europei e di dare poi perfino lezioni di moralità agli spagnoli, agli italiani o ai greci: il bue che dà del cornuto all’asino. Devo continuare?
Non è colpa di mastro Filippo se siete caduti e non sono dipese dall’euro le scelte politiche che hanno impoverito i cittadini europei (compresi quelli che l'euro non ce l'hanno).
A me non piace vivere con la testa rivolta all’indietro. Ciò che voglio è una nuova Europa, non una vecchia moneta.
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