lunedì 31 agosto 2015

Gli artigli del Gattopardo. La levatrice della storia

Non c’è nazione al mondo che non abbia edificato le proprie città sopra i cadaveri. Scavate sotto qualunque monumento, cercate sotto le fondamenta di qualsiasi palazzo del potere, e troverete un cimitero. Nessun Paese al mondo, nessuna civiltà è innocente.
L’Italia non fa eccezione. La sua levatrice fu la guerra, perché il secolo che la vide nascere, l’Ottocento, fu un’età di guerre e di rivoluzioni. Partorito tra i fumi e la polvere da sparo delle campagne napoleoniche, il Secolo lungo esalerà gli ultimi respiri nelle fangose trincee della prima guerra mondiale.
Se non si ha presente tale contesto, perfino un episodio apparentemente remoto e periferico come la rivolta di Santa Margherita di Belice del 4 e 5 marzo 1861 risulterà incomprensibile.
Eppure fu una delle prime rivolte dell’Italia unita. Appena due settimane prima, alle ore 11 antimeridiane del 18 febbraio 1861, Vittorio Emanuele II aveva aperto la seduta inaugurale della prima legislatura del Regno.
“L’Italia confida nella virtù e nella sapienza vostra” disse il sovrano ai deputati e senatori riuniti in seduta comune. Non prima, tuttavia, di avere ricordato a cosa si dovesse il raggiungimento di un simile obiettivo. Non prima di avere rimarcato per grazia di chi l’Italia fosse nata: “Per mirabile aiuto della divina Provvidenza, per la concorde volontà dei Popoli, e per lo splendido valore degli Eserciti”.
Lo “splendido valore degli Eserciti”. Eserciti con la “E” maiuscola. Come la “P” della Provvidenza e dei Popoli. Le sentenze dei contemporanei sono a volte meno ardue di quelle dei posteri.
Posatasi la polvere da sparo, le nuove classi dirigenti italiane si trovarono a dover fronteggiare un compito difficilissimo. Forse, per molti versi, addirittura impossibile: costruire un Paese i cui neonati cittadini non parlavano neppure la stessa lingua.
L’impresa in cui riuscirono ha dello straordinario. Noi che oggi diamo per scontato il fatto di essere “italiani” tendiamo, temo, a dimenticarlo.
Non fraintendetemi. L’aggettivo “straordinario” va inteso nel senso letterale di un qualcosa che va fuori dell’ordinario. Non gli attribuisco alcuna accezione positiva. Lo maneggio con le pinze di chi ha la dolorosa, terribile consapevolezza che la storia la scrivono sempre i superstiti.
So bene che un sacco di gente è morta, perché tale impresa venisse portata a termine. Ingiustizie sono state commesse. Due guerre mondiali, vent’anni di dittatura fascista. E perfino, giacché di questo mi sto occupando, la mafia. Già, la mafia.
Alle due e mezza della notte fra il 3 e il 4 di marzo, quando venne assassinato Giuseppe Montalbano, il padre di quell’omonimo “barone” di paese che era solito partecipare alle cene della nonna di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, la Sicilia era in piena anarchia post-rivoluzionaria. Gli equilibri del potere locale erano instabili, per non dire inesistenti.
Un regime era caduto e un altro doveva ancora prenderne il posto. Giuseppe Montalbano, il morto ammazzato, era un garibaldino. Uno che pensava di far parte della cordata vincente. Non aveva idea di quanto fosse in errore.
Il suo curriculum vitae sembrava perfetto per l’ipotetica nuova Italia che pareva sul punto di materializzarsi. Aveva partecipato alla rivolta palermitana del 1848 e poi, dopo lo sbarco di Garibaldi a Marsala, aveva messo su un gruppo di picciotti locali e s’era aggregato ai Mille.
Nel momento in cui fu assassinato era consigliere provinciale in carica. Scoprì quand’era troppo tardi, forse senza neppure avere il tempo di capirlo, di essere finito dalla parte sbagliata della storia.
A sparare, disse la voce popolare, furono i gabellotti che gestivano i feudi dei Filangeri di Cutò. Morì per mano borbonica nell’età dei Savoia. E furono i Savoia a salvare i suoi assassini.
Ciò tuttavia non impedì al figlio del morto di passare le serate estive giocando a scopone nel palazzo di famiglia di quegli stessi Filangeri di Cutò.
Da siciliano, mi sforzo da anni di capire la mia terra. Per riuscirci, mi servirà probabilmente raccontare la storia dei tanti Giuseppe Montalbano.
Del Giuseppe Montalbano ammazzato dai gabellotti dei Lampedusa. Del figlio Giuseppe Montalbano che sposò gli eredi degli assassini. Del di lui figlio Giuseppe Montalbano che divenne parlamentare comunista e poi, in età più avanzata, ferocemente anti-marxista. Del figlio di quest’ultimo, Giuseppe Montalbano anch’egli, l’insospettabile proprietario della casa in cui Totò Riina viveva al momento dell’arresto.
Se comprendo la storia di questa famiglia forse, un giorno, potrò perfino a comprendere in che posto sono nato. Non so se riuscirò nell’intento. Solo una cosa posso già anticiparvi. Non aspettatevi da me giudizi morali. Giuseppe Montalbano, l’ultimo della serie, io l’ho conosciuto. Ho cenato con lui, l’ho visto piangere, l’ho visto ridursi in miseria per pagare gli avvocati. L’ho visto mettere all’asta la casa in cui il suo trisavolo, il Giuseppe Montalbano garibaldino, riunì i picciotti del Belice all’indomani dello sbarco dei Mille.
Fatte le dovute premesse, è tempo di cominciare. Erano le due e trenta del mattino del 4 marzo 1861…

sabato 29 agosto 2015

Gli artigli del Gattopardo. Capitolo terzo

Erano tempi tumultuosi. Il Regno dei Borbone di Napoli era miseramente crollato pochi mesi prima e il 21 ottobre 1860 la Sicilia aveva votato l’annessione al neonato Regno d’Italia. Passata l’euforia, i piemontesi vincitori cominciarono ben presto a capire in quale pasticcio s’erano andati a cacciare.
Nel dicembre del 1860, Vittorio Emanuele II aveva nominato il suo primo luogotenente generale delle provincie siciliane, sbarcato sull’Isola per chiudere definitivamente il breve interregno della proditattura d’ispirazione garibaldina.
Si trattava di un fedele servitore di casa Savoia, il marchese Massimo Cordero di Montezemolo, antenato dell’ex-presidente di Confindustria e della Ferrari.
La Formula 1 non era ancora stata inventata, ma la velocità con cui il marchese fuggì dalla Sicilia avrebbe certamente fatto invidia a uno Schumacher.
Già il 20 gennaio del 1861, meno di un mese e mezzo dopo la sua nomina, il flaccido marchese (“un ammasso di carne fatto inerte dal grasso e dalla crapula”, nella descrizione di un agitatore mazziniano) supplicò il ministro dell’Interno Marco Minghetti perché lo sollevasse dall’incarico.
C’è da capirlo, poveraccio. La Sicilia era, in effetti, una terra incomprensibile. Perfino agli occhi delle sue classi dirigenti locali, che oramai da decenni vivevano in un limbo politico-istituzionale.
L’abolizione del feudalesimo (1812) e la conseguente soppressione delle proprietà allodiali e dei fedecommessi, ossia degli istituti giuridici che fino a quella data avevano impedito agli eredi degli antichi casati nobiliari di vendere le proprie terre, aveva già permesso a una media borghesia agraria di nascere, di consolidarsi e perfino, in qualche caso, di acquistare antichi, decaduti blasoni o di crearne di nuovi.
Leggendo il “Gattopardo” sembra quasi che il vituperato don Calogero Sedara si sia materializzato da un giorno all’altro, manco fosse sbarcato a Marsala sul Lombardo di Nino Bixio.
E invece la nemesi dei Salina era già bella che radicata in Sicilia da molto prima dell’arrivo dei Mille. L’annessione dell’Isola al regno d’Italia, l’introduzione di un primo, rudimentale ed elitario sistema elettorale, fu solo lo strumento con cui la locale borghesia trovò finalmente il modo di superare quella che Karl Marx avrebbe definito la contraddizione tra la sovrastruttura politica e la sottostante struttura economica: tra una nobiltà che continuava a detenere il potere politico e la connessa, aristocratica pompa, pur avendo ormai da decenni ceduto a una nuova borghesia l’effettiva gestione dei propri patrimoni.
Fu proprio questa borghesia a trarre vantaggio dall’unificazione dell’Italia. Ed è esattamente in questo preciso momento che nacque ciò che in seguito sarebbe stata definita la “questione meridionale”. Ebbene sì: in questo esatto, delicato momento storico.
Una questione, o domanda che dir si voglia, che ruota intorno a una semplice, apparentemente banale domanda: che borghesia era, quella di razza siciliana?

lunedì 17 agosto 2015

Gli artigli del Gattopardo. Capitolo secondo

Giuseppe Tomasi di Lampedusa, da bambino, trascorreva le sue estati a Santa Margherita di Belice.
Per quattro secoli quel piccolo paese in provincia di Agrigento era stato un feudo dei Filangeri di Cutò, la famiglia della madre Beatrice. Lo era esattamente dal 17 settembre del 1620, quando Giuseppe Filangeri pagò i debiti lasciati dai baroni che avevano fondato il paese, al cui casato apparteneva la moglie.
Il Lampedusa bambino vive ovviamente in un’altra epoca. Siamo ai primi del ‘900. In Sicilia il feudalesimo era stato formalmente abolito cento anni prima (1812). Senza che ciò avesse diminuito più di tanto il rispetto, fosse anche solo formale, per l’etichetta dell’ancien régime.
Tanto è vero che i maggiorenti locali facevano a gara per essere invitati nel salotto di Beatrice Filangeri. Per darsi un tono e fingersi nobili per un giorno.
Pranzavano a turno nel suo palazzo e ogni due settimane vi si riunivano per giocare a scopone nella sala da ballo.
“A me sembravano, come forse non erano, unanimemente delle brave persone” scrive l’autore del Gattopardo nei suoi “Ricordi d’infanzia”.
Badate bene: “Come forse non erano”. Lampedusa è troppo siciliano per mettere la mano sul fuoco per chicchessia, e nello stesso tempo troppo colto per fidarsi delle proprie memorie infantili. La lente deformante della nostalgia, si sa, può trasformare il più emerito dei gaglioffi in una persona che non corrisponde ai nostri ricordi e che tuttavia teneramente rimpiangiamo.
Di tutti quegli ospiti abbozza dei veloci, divertiti ritratti. C’era Peppino Lomonaco, che andava a caccia col nonno ed era l’unico a potersi permettere di dare del tu alla madre (che rispondeva con “un rispettoso Lei”). C’era il grosso proprietario terriero Nenè Giaccone, considerato un viveur perché due mesi l’anno viveva in albergo a Palermo. Il cavalier Mario Rossi, che parlava sempre di Frascati avendovi lavorato come ufficiale postale. C’era poi “l’intellettuale del paese” Giorgio Di Giuseppe che a casa sua, la sera, suonava Chopin. Oppure il dottor Monteleone, che aveva studiato a Parigi dove raccontava di avere avuto “avventure straordinarie”.
Solo quando parla di un certo Montalbano (nessuna parentela col sottoscritto – n.d.a.) le parole di Lampedusa si fanno acide e cattive. Citiamo per intero: “Montalbano, anch’egli grosso proprietario, il vero tipo del “barone di paese” ottuso e grossolano, padre, credo, dell’attuale deputato comunista”.
Perché, di colpo, il tono ironico si fa così feroce? Talmente feroce da sembrare perfino fuori luogo? A cosa si deve tanta acrimonia?
Rispondere oggi a queste domande non è facile, per non dire impossibile. Chi può sapere cosa passasse per la testa di Tomasi di Lampedusa?
Certo è strano. Tanto per dire, avrebbe dovuto provare più rancore nei confronti del viveur Nené Giaccone, che invece descrive con superiore distacco. Il cavalier Giuseppe Giaccone, parente del Nené in questione, era stato sindaco del paese dal 1902 al 1914. I Giaccone figurano tra gli acquirenti degli ultimi feudi di Santa Margherita che la famiglia Filangeri fu costretta a vendere per pagarsi i debiti. Eppure Lampedusa lo tratta quasi con affetto. Montalbano, invece…
E poi com’è possibile che un bambino (non dimentichiamoci che Lampedusa sta rievocando le memorie della sua infanzia) possa descrivere una persona mai più rivista con parole così “adulte”? Un “barone di paese”… no, decisamente non è una definizione che si sente spesso in bocca ad un bambino.
Il sospetto che i ricordi d’infanzia c’entrino davvero poco non sembra per nulla peregrino.
Di sicuro, la presenza di Montalbano a quelle serate “mondane” era incomprensibile. Se c’era una persona che mai avrebbe dovuto varcare la soglia di casa Filangeri, quella persona era proprio Giuseppe Montalbano.
Portava lo stesso nome del padre, Giuseppe Montalbano pure lui. Oggi la legge lo proibisce, ma all’epoca ancora si poteva.
Era anzi una regola non scritta, un’usanza, che se un bambino nasceva dopo la morte del padre ne ereditava il nome. Ed è esattamente per questo motivo che Giuseppe Montalbano si chiamava come suo padre.
Non fu una morte qualunque. Se in quegli anni qualcuno si fosse preso la briga di domandare ai passanti di Santa Margherita in che giorno e in che anno era morto Giuseppe Montalbano senior, quasi tutti avrebbero saputo dare la risposta: 3 marzo 1861.
Da allora e fino ai nostri giorni, se a Santa Margherita vogliono dire che c’è stato un putiferio non usano la più comune espressione “è successo un ‘48”. La versione locale è “succidiu un quattru e cincu di marzu” (è successo un 4 e 5 di marzo).
Et pour cause! L’indomani della morte di Giuseppe Montalbano senior, a Santa Margherita scoppiò la rivoluzione
(continua)

domenica 16 agosto 2015

Gli artigli del Gattopardo. Capitolo primo

Le cose cambiano di continuo. Lo vediamo tutti i giorni. Ciò non toglie che sia davvero difficile sottrarsi al fascino di Fernand Braudel e della sua teoria della “lunga durata”. Diceva il grande storico francese che la storia è come una colla resistentissima (mi si perdoni la banalizzante metafora) e che la struttura di base dei popoli e delle civiltà cambia, se lo fa, con millenaria lentezza.
Per esempio, ecco che dopo sette secoli di dominio musulmano in Spagna (diceva appunto Braudel), già all’indomani della Reconquista gli spagnoli tornarono come se nulla fosse a essere cristiani. Come se quei settecento anni di dominio musulmano non ci fossero mai stati.
L’idea che Giuseppe Tomasi di Lampedusa aveva della Sicilia è invero assai braudeliana. La sua immagine dell’Isola è quella di un luogo immodificabile, eterno, congelato nel suo arcaismo, impermeabile alle rivoluzioni e alle sostituzioni delle classi dirigenti, sempre uguale a com’era e a come sarà.
Eppure Braudel aveva torto. L’Europa che tornò a essere cristiana dopo la cacciata dei mori, fino a pochi secoli prima non era cristiana per nulla. Fu solo trecento anni dopo la nascita di Cristo che un imperatore romano fece del cristianesimo la religione ufficiale e gettò nel dimenticatoio Giove, Minerva, Nettuno e tutto il resto dell’Olimpo.
Per superare questa evidente contraddizione, Braudel fu costretto a teorizzare una sostanziale continuità tra l’Europa romana e quella cristiana. Tra Giulio Cesare e Carlo Magno, tra Cicerone e Tommaso d’Aquino, tra Ovidio e Jacopone da Todi. Fu costretto a usare i termini “Occidente”, “cristianità” e “romanità” come se fossero sinonimi. Lo sono veramente?
La “lunga durata” del paganesimo in Sassonia terminò quando Carlo Magno massacrò in nome di Dio e della romanità centinaia di migliaia di sassoni. La storia sa come prendere delle scorciatoie, quando vuole davvero cambiare le cose.
A cambiare la Sicilia, a farla diventare “moderna”, ci provarono i piemontesi. Imposero il codice napoleonico, di fresco importato in Savoia, alle nuove popolazioni italiche. Giusto per avere un’idea del contesto storico, il primo ministro dell’epoca, Camillo Benso conte di Cavour, che parlava il francese molto meglio dell’italiano, era convinto che la lingua dei siciliani fosse l’arabo.
Non funzionò. O almeno così dicono. I siciliani, e come loro i calabresi e i napoletani, trasformarono le nuove istituzioni in strumenti per accaparrarsi il potere e coinvolsero lo Stato e le sue strutture locali nelle faide tra clan.
Con una differenza. Apparentemente insignificante eppure importantissima. Mentre una volta erano solo i Lampedusa a battagliare, adesso anche i Sedara potevano farlo. In maniera sempre più capillare mano a mano che il bacino elettorale si allargava perfino (orribile dictu!) agli analfabeti. La lotta per il potere non era più riservata ai potenti di sangue blu. Perfino quelli di basso ceto potevano ormai permettersi di diventare borghesi e a volte addirittura baroni.
Di questo, a leggerlo bene, parla “Il gattopardo”. Il romanzo descrive gli ultimi anni di agonia di un ceto dirigente. Racconta l’impossibile tentativo del principe di Salina di conservare i propri privilegi di classe in un mondo che sta velocemente cambiando. Ed è certo paradossale che il termine “gattopardismo” venga oggi utilizzato per descrivere un potere che finge soltanto di cambiare ma in realtà rimane sempre lo stesso.
Il vocabolario Treccani lo definisce così: “l’atteggiamento (tradizionalmente definito come trasformismo) proprio di chi, avendo fatto parte del ceto dominante o agiato in un precedente regime, si adatta a un nuova situazione politica, sociale o economica, simulando d’esserne promotore o fautore, per poter conservare il proprio potere e i privilegi della propria classe”.
A giudicare dall’uso che si fa del termine “gattopardo”, sembrerebbe che in Sicilia governino da sempre le stesse persone. Eppure il romanzo di Lampedusa parla dell’esatto contrario, ossia della caduta di una vecchia classe dirigente e dell’ascesa al potere di un nuovo ceto politico. Della fine del secolare potere dell’aristocrazia terriera siciliana e della nascita di una nuova borghesia. Chiamatela borghesia agro-mafiosa, se volete, ma di una rivoluzione borghese comunque si è trattato.
Per essere più espliciti, la Sicilia che Lampedusa descrive nel suo romanzo è l’esatto contrario di ciò che lui pensava della Sicilia e dei siciliani. Se mai un libro ha tradito il pensiero del suo autore, è stato proprio il “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa.
La Sicilia degli anni ’50, quando Lampedusa scrisse il Gattopardo, era profondamente diversa da quella della seconda metà dell’Ottocento, l’epoca in cui il romanzo fu ambientato. Eppure Lampedusa pensava di ritrarre la stessa, immutabile realtà.
Com’è stato allora possibile che la nostalgica e per molti versi disincantata descrizione della fine di un’era si sia trasformata nel suo opposto? Che il racconto di un così radicale cambiamento sia diventato il simbolo dell’immutabilità delle cose?
Quanta dose di pregiudizio nei confronti di siciliani è stata necessaria, perché potesse accadere? E non parlo solo del pregiudizio degli “altri” nei confronti dei siciliani, bensì anche di quello dei siciliani nei confronti di se stessi.
Com’è stato possibile che Tomasi di Lampedusa abbia scritto un romanzo che ha raccontato con straordinaria efficacia l’esatto contrario di ciò che lui pensava?

martedì 4 agosto 2015

Quando gli zombie divennero cannibali

Poveri zombie, come li abbiamo ridotti!
Ci siamo ormai talmente abituati a vederli camminare in branco, a osservarli disgustati mentre mordono e sbranano, a fare il tifo per chi li abbatte a fucilate o a calci sulla testa, da esserci completamente dimenticati di che cosa fossero in origine.
Era il 1929 quando un libro li fece conoscere per la prima volta ai lettori anglosassoni. William Seabrook, un autore americano di libri di viaggio all’epoca molto popolare, dedicò loro un capitolo del suo reportage da Haiti.
I suoi zombie non erano affatto mangiatori di uomini. Traduco dal suo “The Magic Island” (l‘Isola della magia): “Lo zombie è un corpo umano senz’anima. E’ un cadavere dissepolto cui uno stregone ha donato una parvenza di vita. Un morto che si può fare camminare, muovere e agire come se fosse vivo. Chi ha il potere di farlo cerca una tomba scavata da poco, disseppellisce il cadavere prima che cominci a putrefarsi, gli ordina di tornare a muoversi e lo fa diventare un servo o uno schiavo, a volte per fargli commettere un crimine ma più spesso per affidargli i lavori più pesanti e più degradanti”.
Gli zombie erano tutto tranne che cannibali. Tra l’altro non avrebbero mai potuto mangiare la carne umana, perché secondo la leggenda qualunque alimento che contenesse del sale ne provocava il risveglio e li faceva tornare alle proprie tombe.
Erano schiavi, e non è certo un caso che il loro mito sia nato ad Haiti, la cui popolazione era composta dai discendenti delle centinaia di migliaia di africani che i negrieri di mezzo mondo avevano trascinato lì in catene. Come non è un caso che i primi zombie di cui Seabrook parla lavorassero come schiavi nelle piantagioni di canna da zucchero di quella che oggi chiameremmo una multinazionale americana dell’agroalimentare.
The Magic Island riscosse un grande successo. Hollywood ne prese spunto per girare il primo film di zombie della storia: “White Zombie” (1932), in italiano “L’Isola degli zombies”. Un film orribile con Bela Lugosi ma in cui gli zombie erano fedeli alla versione originale.
Come lo saranno ancora nello straordinario “Ho camminato con uno zombie” di Jacques Tourneur (1943), e nei pochi altri film dei successivi 25 anni in cui compariranno.
Diverranno cannibali solo nel 1968, con la “Notte dei morti viventi” di George Romero. Qui comincia un’altra storia. All’inizio i morti viventi nella versione antropofaga furono chiamati zombie per similitudine. In assenza di una parola che li definisse se ne prese in prestito una che già esisteva e che per giunta suonava orrifica il giusto.
Ne nacque uno dei filoni cinematografici (e adesso anche televisivi) di maggiore successo. Un successo che ha perfino modificato il significato della parola. Oggi gli zombie non sono più gli schiavi che erano in origine. Sono diventati dei cannibali senza cervello che invadono le nostre case, sbranano i nostri figli e le nostre mogli, degli infetti il cui contatto ci fa diventare come loro, dei subumani cui possiamo sparare liberamente. Da vittime quali erano sono diventati carnefici. Vi ricorda qualcosa?
Trovo estremamente illuminante e assai significativa questa metamorfosi degli zombie, che è andata di pari passo con la demonizzazione dei poveri, degli immigrati, dei disoccupati, perfino di molte categorie di lavoratori. Con l’aumento delle disuguaglianze sociali.
Ognuno deve fare da sé. Dobbiamo difenderci dal vicino di casa che s’è trasformato in un cannibale, costruire muri per tenere fuori chi ci vuole sbranare, dobbiamo avere paura se incontriamo degli sconosciuti che camminano in gruppo.
Gli zombie, di questi tempi, sono dappertutto. Non date retta alle anime belle che vogliono farvi credere che si tratta di un pugno di disgraziati. Le buone intenzioni possono solo lastricare la strada per l’apocalisse.
Non è così che va il mondo. Per la sicurezza vostra e delle vostre famiglie, è molto meglio dormire con una 44 Magnum sotto al cuscino.

E fu subito trazzera

Con soli 300 mila euro, il Movimento 5 Stelle s’è garantito la vittoria alle prossime elezioni regionali siciliane. E’ quello che è costato ai grillini fare asfaltare la trazzera di Caltavuturo. Sono sicuro che gli esperti in pubbliche relazioni, i pubblicitari, i consulenti all’immagine si staranno spellando le mani. Mai una campagna pubblicitaria è costata così poco.
Ho letto alcune delle critiche assai pelose che sono state rivolte ai grillini: la strada ha una pendenza del 27 per cento, c’è un limite di 20 chilometri orari, il semaforo, il senso unico alternato e così via. Solo chi non è siciliano può prendere sul serio questo tipo di critiche.
Ci sono strade statali, in Sicilia, in cui per lunghissimi tratti non si possono superare i 50. In discesa. Eppure sono costate molto di più e ci sono voluti decenni per vederle completate. Per rispettare quei limiti di velocità bisognerebbe andare di terza per chilometri, senza mai staccare il piede dal freno. Lo so bene perché una volta, quando stampavo un giornale in Sicilia, ho provato a farlo.
E’ ovvio che tutti se ne fregano di quei ridicoli divieti. Com’è altrettanto ovvio che ogni multa per eccesso di velocità sulla “trazzera” di Caltavuturo sarà un voto in più per i Cinque Stelle.
Da qui a poco, appena il penoso governo Crocetta finirà di rantolare, Beppe Grillo governerà la Sicilia. Fatevene una ragione.
Sarà un esperimento di grande interesse scientifico. L’Onestà che pianta le sue bandiere a Palazzo dei Normanni. Perché i siciliani adorano l’Onestà. Non vedono l’ora di avere dei governanti che fanno rispettare le regole. Che fanno vincere i concorsi ai più capaci, che fanno fermare le automobili davanti alle strisce pedonali, che fanno pagare le tasse, che abbattono le case abusive, che impugnano la scure e licenziano tutti gli impiegati regionali, provinciali, comunali che da decenni rubano lo stipendio. Che mandano a casa tutti i raccomandati. Tutti, dal primo all’ultimo.
Perché se c’è una cosa che i siciliani apprezzano è l’Onestà. Soprattutto quella altrui. Vanno in brodo di giuggiole se un gruppo di parlamentari finanzia con i propri soldi la costruzione di una strada. Sono disposti perfino a votarli, se rinunciano alle loro indennità di carica. Non vedo l’ora di vedere se continueranno a votarli quando, in nome dell’Onestà, i grillini chiederanno ai siciliani di rinunciare a parte del loro proprio reddito per finanziare le opere pubbliche che alla Sicilia servono come il pane.
Perché il mio ricordo della Sicilia è leggermente diverso. Quando me ne andai dall’Isola non fu per la corruzione dei politici. Me ne andai perché non sopportavo più le illegalità commesse dai vicini di casa. Non ne potevo più della musica a tutto volume alle due di notte, della gente che mi avvelenava i cani, di dovermi guardare alle spalle mentre facevo la fila alle poste, di non potere più fare le mie adorate passeggiate sulla spiaggia perché qualcuno, da una notte all’altra, aveva deciso di tirare su una recinzione illegale.
Non vedo l’ora che i grillini governino la Sicilia e facciano finalmente rispettare le regole. La loro Onestà, fino ad ora, è servita a finanziare un chilometro di strada. L’Onestà di tutti i consiglieri regionali, provinciali e comunali, se tutto va bene, potrebbe forse farne asfaltare altri cento. Meglio di niente, per carità. Per rimettere a posto la Sicilia, tuttavia, oltre a quella dell’elettorato passivo servirebbe pure l’Onestà dell’elettorato attivo.
Alcuni precedenti storici sono incoraggianti. L’arancio, il pomodoro, l’olivo, tutte piante che oggi prosperano in Sicilia, furono anch’esse importate da qualche altro posto.
Detto senza ironia e col distacco di chi ormai da tanti anni vive in un altro paese: chi può saperlo? Anche un trapianto d’Onestà potrebbe avere la stessa fortuna.

mercoledì 8 luglio 2015

In difesa dell'euro

Sento dire in giro, sempre più spesso negli ultimi tempi, che i paesi europei dovrebbero disfarsi dell’euro e tornare al paradiso perduto delle monete nazionali.
Sento dire che se ogni paese potesse far fluttuare il valore della propria valuta a seconda delle circostanze, crisi come quella greca sarebbero più facilmente risolvibili. In base a questa tesi, se i greci avessero avuto ancora la dracma non avrebbero dovuto fare altro che svalutarla, ripagando i propri creditori con carta straccia. Molti paesi l’hanno fatto, in passato. Noi italiani eravamo degli esperti ma perfino i tedeschi, quando è convenuto loro, sono stati ben lieti di ricorrere a questo trucchetto.
La cura, è chiaro, ha le sue controindicazioni. Una è l’inflazione, che ovviamente schizzerà verso l’alto. L’altra è l’aumento dei prezzi delle materie prime, che normalmente si acquistano in dollari: se svaluto la mia moneta rispetto a quella americana, per ipotesi del 50 per cento, il gas, il petrolio e così via mi costeranno il 50% in più a valori reali. L’inflazione poi si mangerà gli stipendi dei lavoratori dipendenti, perché i salari reali non riescono mai a tenere il passo del tasso d’inflazione.
Sento dire altresì che il potere d’acquisto degli italiani, dei greci, degli spagnoli si sia ridotto dopo l’introduzione dell’euro. Può darsi. A me però sembra un errore che in logica si definisce “post hoc ergo propter hoc”: dopo questo dunque a causa di questo. Se io incrocio mastro Filippo per strada e subito dopo inciampo e casco per terra, vuol dire che la colpa è di mastro Filippo. Che da quel momento diventa uno iettatore.
Io non credo sia colpa dell’euro. Il caso vuole che mi sia ritrovato a vivere in Gran Bretagna. Un paese che, come tutti forse saprete, l’euro non ce l’ha. Ebbene, il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti è crollato pure da queste parti. Malgrado la sterlina e l’autonomia monetaria.
Qui li chiamano working poors. Lavoratori poveri: gente con un lavoro e uno stipendio e che tuttavia non riesce a pagarsi l’affitto ed è costretta, per mangiare, a mettersi in coda davanti alle mense dei poveri. Parliamo di centinaia di migliaia di persone. Più tutti gli altri che, a milioni, sopravviviamo a stento. Sarà colpa dell’euro pure in Gran Bretagna?
Oppure sarà colpa di qualcos’altro?
Ho un lungo elenco di concause, se volete. Di cose che sono accadute nei paesi con l’euro e in quelli senza.
La riduzione del potere interventista dello Stato, per esempio. Oppure l’indebolimento delle forze sindacali, che ha dato mano libera ai datori di lavoro. Le privatizzazioni, che per due soldi hanno regalato ai privati i vecchi monopoli pubblici, peggiorando i servizi e aumentandone i costi. La deregolamentazione della finanza, che ha consentito agli speculatori di mettere il mondo in ginocchio e di rimediare al loro delirio d’onnipotenza con i soldi pubblici. Il discredito montato ad arte contro la scuola e la sanità pubbliche, e l’idea malsana che perfino la scuola e la sanità debbano funzionare in base alla logica delirante del libero mercato. La mano libera concessa agli olandesi, agli inglesi, ai lussemburghesi di rubare le entrate tributarie degli altri paesi europei e di dare poi perfino lezioni di moralità agli spagnoli, agli italiani o ai greci: il bue che dà del cornuto all’asino. Devo continuare?
Non è colpa di mastro Filippo se siete caduti e non sono dipese dall’euro le scelte politiche che hanno impoverito i cittadini europei (compresi quelli che l'euro non ce l'hanno).
A me non piace vivere con la testa rivolta all’indietro. Ciò che voglio è una nuova Europa, non una vecchia moneta.

martedì 7 luglio 2015

Al contadino non far sapere quanto è buona la feta con le pere

Grande è l’imbarazzo dei leader politici europei dopo il referendum greco. Giorni difficili li attendono, scelte da far tremare le vene ai polsi.
Devono infatti decidere se suicidarsi subito o se morire di morte lenta. Mettetevi nei loro panni: non è una decisione che si può prendere su due piedi.
Quello che davvero vorrebbero, i vari Merkel, Renzi, Juncker, è che a morire siano i greci. Vorrebbero tagliare loro i viveri, far chiudere le banche, ridurli sul lastrico. Così imparano a non stare al gioco.
Sanno però di non poter tirare troppo la corda. La geopolitica ha le sue esigenze. Dovessero sul serio mettere Atene alla porta, rischierebbero di consegnare la Grecia alla Russia. Putin s’è già ripreso la Crimea, ma stavolta sarebbe molto peggio: la Grecia è un paese della NATO.
Più probabilmente continueranno per un po’ col tira e molla dei vertici, dei finti compromessi, delle interminabili discussioni ma senza staccare del tutto la spina, aspettando (e sperando) che nel frattempo il governo Tsipras finisca per logorarsi da solo, travolto dalla crisi di liquidità che il suo paese già si trova a fronteggiare.
Del resto non hanno alternative. Qualsiasi passo in avanti nella direzione di un vero compromesso, qualunque aiuto serio l’Unione europea possa dare ai greci, verrebbe interpretato dai propri rispettivi elettori come un segno di debolezza.
Peggio ancora (dal punto di vista dei leader in carica, naturalmente). Sarebbe un segnale che è meglio non lanciare ai propri cittadini, perché pericoloso e imbarazzante insieme: mai far credere agli elettori che si può fare. Che c’è una via d’uscita.
Vorrebbe dire togliere il primo chiodo dalla bara dell’austerità economica in cui l’Europa s’è andata a cacciare. Significherebbe tirare acqua al mulino dei vari Podemos, Cinque stelle o di qualsiasi altro partito riuscirà a mettere radici nei paesi maggiormente colpiti dalle misure d’austerità.
Eccolo, il suicidio di cui parlavo all’inizio.
L’alternativa è la morte lenta. Perché moriranno comunque, se proseguono su questa strada.
La via d’uscita è solo una: dire basta all’austerità. In Grecia, in Italia, in Spagna. In Europa. Se non lo fanno i leader oggi al potere ci penseranno, più prima che poi, i loro elettori.

Angela Merkel. La donna che creò Tsipras

Leader di sinistra cercasi. Disperatamente. E non avendone sotto mano alcuno nei propri paesi, i cittadini di mezza Europa adesso guardano con speranza verso la Grecia.
Una cosa è certa. La sinistra cosiddetta ufficiale, erede dei partiti di massa del secondo dopoguerra, ha fallito.
Non ha ricette di politica economica che siano davvero alternative a quelle della destra. Al massimo, piccoli accorgimenti per rendere meno dura la vita ai propri elettori. Nulla che possa davvero scalfire l’egemonia, economica e insieme culturale, degli zombie parlanti della finanza, quelli che morirono nel 2007 ma ancora predicano dal pulpito.
Questa sinistra senza autonomia intellettuale si è di fatto consegnata all’indifferenza dell’elettorato.
In tutti i maggiori paesi europei, le sue percentuali di voto oscillano ormai da tempo tra il 20 e il 30 per cento. Anche quando vince, come solo a Hollande in Francia è riuscito di recente, lo fa giusto in virtù di una legge elettorale a doppio turno che ha consentito ai socialisti di nascondere sotto al tappeto il modesto risultato del primo scrutinio.
In questo assoluto deserto politico e intellettuale, uno Tsipras finisce con l’assurgere alle dimensioni di uno statista. I greci hanno fatto tutto quello che gli zombie parlanti chiedevano loro di fare. Hanno tagliato stipendi e pensioni, hanno ridotto del 25 per cento il prodotto interno lordo per pagare i debiti, hanno costretto alla fame centinaia di migliaia di cittadini per raggiungere un avanzo primario del 5%. Si sono comportati in maniera esemplare, ma non ha funzionato.
Pure Tsipras, attenzione, è diventato primo ministro con appena il 36 per cento dei voti, in virtù della legge elettorale greca e grazie all’alleanza con un piccolo partito della destra nazionalista.
Syriza è un partito nato nel 2001, alla vigilia della manifestazione contro il vertice del G8 di Genova, quello della caserma Bolzaneto (la partecipazione a quella manifestazione di protesta fu uno dei principali punti all’ordine del giorno). Nacque dalla fusione tra una miriade di partitini di sinistra: marxisti, trozkisti, ecologisti e così via. Una cosa di mezzo tra SEL e Rifondazione comunista. Anche dal punto di vista dei consensi elettorali. La prima volta che partecipò alle elezioni prese appena il 4%.
Poi vennero la crisi economica e la fame. La sinistra ufficiale greca, quella dei socialisti del PASOK, si trovò a essere al governo. La Grecia aveva fatto ricorso alla Goldman Sachs per truccare i bilanci pubblici, ma la compiacenza degli altri paesi europei che fino a quel momento avevano retto il gioco terminò di colpo quando i governi francese e tedesco si trovarono costretti a salvare le proprie banche dalla montagna di crediti farlocchi che avevano concesso alla Grecia (a proposito: benvenuto nel club, Massimo D’Alema. In ritardo come sempre, ma noto comunque che ti fa bene avere motivi di rancore per il tuo nuovo leader).
L’allora primo ministro greco, Papandreu figlio, di fronte alla prospettiva di dovere licenziare i dipendenti pubblici e di far pagare le tasse a Onassis, nel 2011 osò pensare a un referendum. La Merkel, Sarkozy e ovviamente i mercati internazionali lo fecero fuori (notate bene: Barack Obama, che oggi implora i leader europei di venire incontro alle richieste dei greci, si dichiarò all’epoca contrario al referendum. Se oggi sembra un sostenitore di Tsipras non è certo per simpatie politiche. E’ solo terrorizzato che una Grecia fuori dall’euro possa finire nell’area d’influenza di Putin. Pure lui, da buon leader di sinistra, le cose le capisce in ritardo).
Ad ogni modo, Papandreu figlio venne sfiduciato e si dovette tornare al voto. Vinse la destra, ma senza maggioranza. Il nuovo governo non sopravvisse. Si rivotò e stavolta, uscendo praticamente dal nulla, vinse Syriza.
Il che, secondo me, dimostra due cose.
La prima è che i leader dei maggiori paesi europei hanno la lungimiranza delle talpe. Sono stati loro, in primo luogo la Merkel, a mettere Tsipras nel posto in cui si trova. La miopia della cancelliera tedesca è talmente evidente che ha ritentato con Tsipras lo stesso giochetto che gli era riuscito con Papandreu figlio. Volete sapere una cosa? Alla vigilia del referendum proposto da Papandreu erano stati fatti dei sondaggi. In base ai quali il 60% dei greci era contrario all’accordo capestro con l’Unione europea per il ripianamento dei debiti. Cosa vi ricorda questa percentuale?
La seconda circostanza che salta evidente agli occhi, è che una sinistra che si adegua a politiche economiche di destra, che dà un colpo al cerchio e uno alla botte, che sostiene di difendere lo stato sociale e intanto taglia tutto il tagliabile e perfino di più, è condannata alla sconfitta. Peggio: all’indifferenza dei propri elettori.
Perché quando la crisi morde la carne viva delle persone, i pochi cittadini che ancora si scomodano per andare a votare scelgono di solito chi sa cosa vuole. O che, quantomeno, dà l’impressione di saperlo.

venerdì 30 gennaio 2015

Hic sunt leones

Qualcosa sta cambiando. La direzione del cambiamento non è ancora chiara, ma non c’è dubbio che il monolite politico-ideologico degli ultimi 30, forse 40 anni stia cominciando a mostrare più di una crepa.
Da una parte la vittoria di Syriza in Grecia e l’avanzata di Podemos in Spagna (per adesso limitata ai sondaggi e alle dichiarazioni di voto); dall’altra l’Ukip in Gran Bretagna e il Fronte Nazionale di Le Pen “figlia” in Francia. Tra di loro Beppe Grillo, che un giorno inneggia a Tsipras e l’indomani a Nigel Farage.
Salta subito all’occhio la differenza tra le opposte direzioni del malcontento politico. I paesi più colpiti dalla crisi, la Grecia e la Spagna, hanno deciso (o sembrano sul punto di farlo, nel caso della Spagna) per un’improvvisa svolta a sinistra. Sintomatico è il fatto che in entrambi i paesi ciò accada pochi anni dopo che i cittadini avevano eletto governi di centrodestra per punire la sinistra cosiddetta ufficiale, rimasta col cerino in mano al momento dello scoppio della crisi finanziaria del 2007-08 (in Grecia governava il PASOK, in Spagna Zapatero. Ve lo ricordate Zapatero? Dio, sembra passato un secolo).
Nei paesi più ricchi, come la Francia e la Gran Bretagna, il malcontento sembra invece premiare la destra razzista e isolazionista.
In mezzo l’Italia, che per essere un poco Francia e un poco Spagna, ha finito per dare credito a un partito che è a sua volta “mezzo”: un poco di destra, un poco di sinistra. E che, badate bene, se lo avesse voluto e fosse stato capace di giocare bene le sue carte, oggi sarebbe al governo.
Non so a voi, ma a me sembra che ci sia un senso in questa simmetria.
*****
Sono anni che leggiamo di una classe media in crisi. La classe media non è un concetto astratto. Parliamo di quel ceto che i partiti politici dell’Occidente hanno corteggiato per decenni.
La classe media, la media borghesia, a seconda dei contesti e dei paesi, era composta da medici, avvocati, notai ma anche professori, piccoli imprenditori, perfino operai specializzati.
Cittadini che per reddito e spesso livello culturale potevano permettersi di essere liberi. Di votare liberamente, senza condizionamenti di sorta. Erano il centro dell’agone politico, la magna pars di quel parco elettorale che i cosiddetti partiti pigliatutto di una volta corteggiavano con particolare passione.
Non bisognava spaventarli con proposte politiche eccessivamente sbilanciate a destra o a sinistra, per non urtarne la sensibilità sociale o per non farli sentire minacciati dal basso.
I partiti politici degli ultimi 40 anni sono stati fatti a immagine e somiglianza della classe media di cui cercavano il consenso.
Si ha come la sensazione che questi partiti politici, inconsapevolmente o forse più banalmente perché accecati dalla corruzione, abbiano finito per erodere la base del proprio stesso consenso.
Hanno distrutto la classe media, costringendola a pagarsi gli esami ospedalieri, saccheggiando i loro redditi, rubando il futuro ai loro figli. E nel frattempo hanno continuato a mettere in scena, in una coazione a ripetere, la pantomima dei partiti di centro. Senza neppure rendersi conto che quel centro non esisteva più. Non esiste più.
Improvvisamente, il paesaggio sta cambiando. I sentieri che percorriamo non sono più quelli tracciati dalle mappe. Hic sunt leones.


lunedì 10 febbraio 2014

L'autostrada 6

Sono cresciuto tra le donne. Madri, nonne, sorelle, zie, cugine, mogli. Tra i parenti vicini di sesso maschile annovero uno zio, un paio di cugini e Pongo, il mio primo cane. Oggi vivo con una donna, le sue due figlie e un cane (Pea, ovviamente femmina). Non ho idea di cosa voglia dire, esattamente, essere un uomo.
Quando accompagnai a Pisa Nicole, la piccola di Franca, e Bruno Neri vide quanta fatica mi costasse il distacco, diede di me la migliore definizione. Disse: "Tu non sei un papà e non sei una mamma. Tu sei un mammo". Aveva ragione.
Non mi hanno mai fatto ridere le battute sessiste. Non ho mai creduto che le donne al volante siano un pericolo (le statistiche provano il contrario). Trovo patetico il celodurismo di riporto di tanti frustrati sessuali. Non mitizzo le donne (le conosco). Ma gli uomini... che patetici sbruffoni!
Quella che qui racconto è la storia di un uomo convinto che una donna non possa fare a meno di lui, e che per questo l'ammazza

Io vado a ottanta all’ora lungo l’autostrada sei
Sulla corsia di destra senza
allontanarmi troppo dal guardrail
Si dice chi va piano va lontano e poi lo sai
Che in tutta la mia vita contromano
io non sono andato mai

Mi ha detto anche tua madre
che conservi ancora una fotografia
Di me di te tuo padre mia sorella e Margherita sai tua zia
Insieme in pizzeria là sotto casa alla Bella Napolì
Con l’incerata rosa e roba fresca senza trucchi o intingolì

Quel bel vinello fresco fatto in casa che da solo ti va giù
Ma senza esagerare com’è giusto
un dito a testa o poco più
Avevi un bel sorriso e quel vestito verde che hai cucito tu
Con la spallina che non ne voleva mai sapere di star su

Difficile davvero immaginarti più felice di così
Col nostro ferramenta
e poi gli amici e lo scopone al giovedì
Davvero credi d’esser più serena adesso che vivi con lui
Ed hai dimenticato la tua casa tuo marito ed anche i tuoi

Non serve sorpassare la mia uscita
è sei chilometri da qui
Starò tranquillo in coda con prudenza
fino al bivio Mondovì
Poi prendo la statale e intanto penso alla faccia che farai
Tu che credevi che lì a casa sua non ti avrei trovata mai

Due colpi poi due baci poi due colpi infine l’ultimo per me
In tutto fanno sette
come gli anni che ho vissuto insieme a te
Dovrebbero spiegare a st’incosciente
che da destra non si può
Qui tutti pensan d’essere piloti poi s’ammazzano però

Io non ho mai capito a cosa serva
andare a più di cento all’or
Perché la gente corre scappa cerca
chissà che cos’altro ancor
Tra un poco amore mio torneremo insieme noi nell’aldilà
Ci pensi noi per sempre
se non questo che vuol dir felicità?

mercoledì 29 gennaio 2014

La Jeunesse Plaqué

Ero a Trapani per la processione dei Misteri, quando il Cristo ligneo si fermo davanti a un negozio d'abbigliamento. Il Cristo e il manichino dietro la vetrina rimasero per un po' a guardarsi...

Lunghe le gambe coi neri fusò
Vestita con cura a ricami dorati
Di là di quel vetro griffato Mirò
Guarda sfilare dei Cristi adorati

Portano uomini statue di legno
Lungo il viale di pini e boutique
Piangon le donne senza ritegno
Dietro la banda s’affila la claque

Una frangetta di plastica bionda
Pare sorpresa la finta mannequin
Della gran gente della baraonda
Di quei tamburi che fan a refrain

Frignan a cottimo nere le donne
Riavvoltolate in luttuosi foulard
Giunte le mani siccome madonne
Baciano il misero sporco clochard

Al rito con delega va l’assessore
Per uno straccione così démodé
Eppure l’invocano dicon signore
Magari facesse che dico un bidet

Pupazzo scolpito neppure di fino
Sorride beffarda maligna la miss
Sarò pure io come lui manichino
Però la miseria vedete che mise

Sarà come dicono re dei Cristiani
Sicuro però non è il figlio di Dior
Adesso io sì che ho capito i romani
Fu poco la croce per simile orror

Ad esser precisi non è per invidia
Del lumpen sfilare del proletariat
Colpa d’un paio di paria dell’India
A nuoto arrivati sul monte Ararat

Razzista non sono né i poveri odio
Adoro le chiese e dell’ostie lo stick
Il bianco talare dorato aspersorio
Il Papa per dire mi pare sia chic

Ma per la madonna davanti a moi
Con tutti quei posti perfetti per lor
Dovea trapassare dei poveri il roi
Val come dire il pezzente peggior

In serie mi fecero giù nella Cina
Per abiti in serie però blasonnée
Amara è la vita vissuta in vetrina
Eterna la faccia in eterno blasé

Potessi trovare una consolazione
Fra tutti quei giovani fuori dal suk
Di prefiche preti del capo barbone
E di tutto quel funebre lurido look

Sfilano i giovani senza guardare
Neppure di sbieco il feral défilé
Rapiti però dal mio bel personale
Lui certo perfetto per una soirée

Vivono fiacchi da veri bohémien
Ridon a scherno dei corvi devoti
Del loro fervore putente d’ancien
Dell’abracadabra di preci e di voti

Sprezzan la vita con far da dorée
Ma è finta la moda di falso cotone
Di basso dialetto di look delabrée
Di orribili scarpe in giallo limone

Han fasto riflesso nel loro adorare
Tra i tanti beati il fu Saint Laurent
Perfino se mai potranno comprare
I capi famosi mancando d’argent

Invero però sono affatto bassesse
Sognante Paris ed il lusso marqué
Si beve di birra la vacua jeunesse
Illusa dall’oro d’un mondo plaqué


domenica 19 gennaio 2014

Utnapishtim, o della vera storia del diluvio universale

Utnapishtim era babilonese. Il suo dio lo avvisò che stava arrivando il diluvio universale e gli consigliò caldamente di costruire una nave e di farci salire a bordo la sua famiglia e tutti gli animali possibili e immaginabili. Vi ricorda qualcosa?
Ebbene sì. La storia biblica di Noè non è altro che il remake di una precedente leggenda babilonese. Ma non è questo il punto.
Al British Museum c'è una sala con diverse tavolette d'argilla, su ognuna delle quali è riprodotta una differente versione del diluvio universale. Di fronte a quelle tavolette uno pensa a Noè. Lui se ne sta lì, tutto solo in mezzo al mare, convinto di essere l'unico superstite, quand'ecco che all'improvviso compare una vela all'orizzonte...

UTNAPISHTIM

Piove a dirotto
Piove a sfracello
Quando si dice
Piove come Dio comanda
Vai giù di sotto
Da tuo fratello
Fai il bravo Sem
C’è mamma che ti guarda

Oh mio Signore
Grazie dell’arca
Che tiene il mare
Col vento e la tempesta
Per ogni dove
La sola barca
Sopravvissuta
All’ira Tua funesta

Sumeri e ittiti
Tutti sott’acqua
Coi loro dèi
Mendaci di favella
Coi sodomiti
Ed ogni baldracca
E i mangiatori
Di coppa e mortadella

Dio dell’amore
Dio del dolore
Dammi l’amore
Dà loro il dolore


Mondati i mondi
Da ogni peccato
Rinascerà
La razza di Jahvè
Seme dei lombi
Che Tu hai salvato
Insieme al seme
E al nome di Noè

E non c’è giorno
Tra remi e scalmi
Che ci scordiamo
Di dire la Tua messa
Campane a stormo
Preghiere e salmi
Scrutando il mare
Per la terra promessa

Oh gaudio magno
La vedo in fondo
All’orizzonte
Tra i fumi della nebbia
Un mese a bagno
In dono il mondo
Senza un pagano
O un’orma sulla sabbia

Affondali inondali
Falli affogare
Gettali in fondo
Al buco più fondo


Però che strano
Pare si muova
Non son sicuro
Che sia il monte Ararat
Su Cam va piano
Sarà una prova
O l’ombra morta
Di qualche zigguràt

Più si avvicina
Più si fa netto
Lo vedo adesso
Il profilo delle vele
E la cabina
Ed il parapetto
E a sventolare
Il vessillo di Babele

Sarà un miraggio
Fata morgana
Bugiardi gli occhi
Non certo Tu Signore
Il lungo viaggio
Fatica vana
Se un’altra razza
Salvasse la sua prole

Ardili bruciali
Falli soffrire
Gettali in fondo
All’inferno più fondo


Oh sommo sgarbo
Dall’empio legno
Mi gridan contro
Insulti e contumelie
Senza riguardo
Del sacro segno
Oh sommo oltraggio
Mi chiamano infedele

La barba incolta
L’occhio sgranato
Scimmia la madre
Il padre un eresiarca
Da quella tolda
Che sia dannato
Mi urla che
La sua è la vera arca

Nome balordo
Stirpe maligna
Utnapishtim
E tanto se ne vanta
Tenace morbo
Erba gramigna
Mi faccio falce
Se vuoi la guerra santa

Squartali scalciali
Falli schiattare
Gettali in fondo
Allo squarcio più fondo


Mi chiudo gli occhi
Tappo le orecchie
Impugno a poppa
La barra del timone
Fuori gli stocchi
Mano alle picche
Sia la Tua prora
Divina lo sperone

Anche il pagano
Cerca lo scontro
Ci vuole morti
Carogna senza cuore
La spada in mano
Mi urla contro
O forse è l’eco
Ché son le mie parole

Non è il tuo dio
Che tanto canti
Per la sua forza
E per la sua saggezza
L’unico è il mio
Solo tra i tanti
Cui spetta dire
Chi è degno di salvezza

Dio dell’amore
Dio del dolore
Dammi l’amore
Dà loro il dolore


Gesù che botto
Coliamo a picco
Con tutti i figli
La vacca e la giraffa
E giù da sotto
Oh gran ripicco
Vedo che al danno
Si somma anche la beffa

Il solo vivo
L’unico al mondo
È appeso al tronco
D’un albero di mango
Ride giulivo
Si spulcia a fondo
Ma santo Dio
Perché l’orangotango?

Io non contesto
Il mio Creatore
E lieto annego
Se questo è il mio destin
Ma vi par giusto
Che il nuovo sole
In premio vada
A un seguace di Darwìn?

sabato 11 gennaio 2014

Quando il Fondo Monetario sbagliò i calcoli e nessuno se ne accorse

Nell’ottobre del 2012 il Fondo Monetario Internazionale pubblicò uno studio di tre paginette, all’interno del suo World Economic Outlook.
Lo firma in calce era di quelle importanti, ovvero del suo economista capo Olivier Blanchard.
Peccato che in pochi lo abbiano letto e che la grande stampa gli abbia dedicato, nel migliore dei casi, una distratta attenzione.
Certo, l’argomento era uno di quelli complicati che i giornalisti solitamente odiano perché sono difficili da riassumere in duemila caratteri.
Eppure era (ed è) un argomento su cui si poteva costruire una bella polemica. Una di quelle serie. Epocali.
Quelle tre paginette dicevano, in sostanza, che il Fondo Monetario Internazionale s’era sbagliato nel calcolare gli effetti dell’austerità sulla crescita economica mondiale.
Non certo robetta. Com’è possibile, mi chiedo, che non se ne sia discusso?
Io l’ho scoperto per caso. Ve lo racconto non per pedanteria, ma per dare un’idea di come la grande stampa spesso nasconda le cose più importanti.
Un giorno prendo la metropolitana e compro il nuovo numero della London Review of Books. È una rivista che si occupa per lo più di recensioni di libri. Prestigiosa ma di bassa tiratura. A Londra la trovate soltanto in poche librerie e in alcune stazioni della metro. Neppure WH Smith, la più diffusa catena di edicole, la vende.
C’è un articolo a firma di John Lanchester, un giornalista-scrittore inglese che qui gode di una certa fama. S’intitola “The Shit We’re In”, ossia “la merda in cui ci troviamo”.
Vi si parla della situazione economica della Gran Bretagna e a un certo punto viene citato questo nuovo studio del Fondo Monetario. Casco dalle nuvole. Ma di che cavolo sta parlando?
Mi reputo una persona mediamente informata. Leggo i giornali, come ogni bravo cittadino. Eppure non ne avevo mai sentito parlare.
Il punto di partenza è il cosiddetto “moltiplicatore”. In economia, il moltiplicatore è un coefficiente che serve a calcolare di quanto aumenta o diminuisce il prodotto interno lordo di un paese modificando una variabile macroeconomica.
Sembra complicato ma non lo è. Nell’articolo sulla London Review, John Lanchester lo spiega con l’esempio che vi riassumo: “Facciamo finta che ti capiti di trovare per strada 10 sterline. Le usi per comprare due paia di calzini di lana. Il tipo del negozio le usa a sua volta per comprare una bottiglia di vino, e il proprietario del negozio di vini per andare al cinema a vedere Le lacrime amare di Petra von Kant. Il proprietario del cinema ci compra della cioccolata, mentre il negoziante che gli ha venduto la cioccolata le usa per un biglietto dell’autobus. La compagnia di trasporti, infine, le deposita in banca”. Ebbene, quelle iniziali 10 sterline sono state spese sei volte, generando un’attività economica pari a 60 sterline. Ovvero, si sono “moltiplicate” per sei.
Torniamo adesso al Fondo Monetario Internazionale. In quello studio dell’ottobre 2012, la variabile presa in considerazione era la spesa pubblica.
L’FMI disse ai governi europei che avevano sbagliato tutti nel calcolare gli effetti negativi dell’austerità sul prodotto interno lordo dei loro rispettivi paesi (Ops!).
Avevano basato i propri calcoli su un moltiplicatore di 0,5. Ovvero, per ogni miliardo di euro “tagliati” dalla spesa pubblica, il PIL si sarebbe dovuto ridurre di 500 milioni.
In realtà, il moltiplicatore corretto avrebbe dovuto essere più alto, tra 0,9 e 1,7. Significa che quel famoso taglio da un miliardo di euro può ridurre il PIL di un paese fino a un miliardo e 700 milioni di euro.
Una bella differenza, non vi pare? Nonché un solido argomento per mettere in discussione le politiche d’austerità che stanno condannando l’Europa alla stagnazione permanente.
Ho cercato questa notizia che a me sembrava importante sulla stampa internazionale, e ho scoperto che ne avevano parlato Paul Krugman nel suo blog sul New York Times, un altro blogger sul Washington Post, il Financial Times in un paio di articoli relegati nella sezione “tecnica” del quotidiano. Nessuna prima pagina, nessun titolo di testa, nessun editoriale significativo. Nulla. Va da sé, nessun dibattito in nessun parlamento d’Europa.
Perché preoccuparsene, d’altra parte? Solo sulla carta lo scopo dell’austerità è quello di “salvare” gli Stati dalla catastrofe economica. Ciò che ha in realtà ottenuto, da quello che si è visto finora, è stato di proseguire nella politica di redistribuzione al contrario, dai più poveri ai più ricchi, che i governi europei perseguono ormai da decenni.
Volontariamente? Involontariamente? A giudicare dall’assordante silenzio con cui è stata accolta la “correzione” del Fondo Monetario, propenderei senz’altro per la prima risposta.

giovedì 9 gennaio 2014

Economisti. Se li conosci li eviti

Io d’economia non capisco niente, ma mi consola sapere che sono in buona compagnia. Gli economisti, per esempio. Pensate che loro ne capiscano?
Non è che siano degli idioti o degli incapaci. Alcuni sono perfino bravi. C’è solo che quando penso alla maggioranza degli economisti mi vengono in mente quei poveri giornalisti al seguito delle truppe americane in Iraq. Ve li ricordate? Li chiamavano “embedded”. Letteralmente, che dormono nello stesso letto (nel letto dei marines, nel caso in questione).
Mettetevi nei loro panni. Siete in un paese straniero e c’è una guerra. Dovete scrivere un articolo sul caporale dei marines che vi sta tirando fuori da un campo minato. Non so voi, ma piuttosto che scegliere a testa o croce dove mettere i piedi, io scriverei che ‘sto caporale mi pare John Wayne redivivo. Potete scommetterci che lo farei.
Adesso facciamo l’esempio di un economista che voglia diventare professore universitario. Ma un professore come si deve, intendo, non a Camerino o a Enna. Una cosa seria, tipo Harvard o Cambridge. Voi che fareste? Fareste una tesi di laurea sulle malefatte della finanza? Ma figurati!
Forse, se scrivete una roba assolutamente incomprensibile sulla geo-antropologia dell’ingiustizia sociale, forse e se vi va bene vi daranno una piccola cattedra in qualche minuscolo ateneo francese. Su al Nord, dove piove pure quando c’è il sole.
Ma Harvard o il MIT, beh, scordateveli.
Alberto Alesina, per esempio. Lui alla Harvard ci insegna, ed è un’autorità internazionale tra gli anti-keynesiani e i fondamentalisti dell’austerità. E’ sua (e di Silvia Ardagna) la teoria economica della cosiddetta “austerità espansiva”, secondo cui i tagli alla spesa pubblica e il consolidamento fiscale fanno crescere l’economia. Secondo voi ci ha azzeccato?
C’è un’altra famosa coppia d’economisti che sostiene la stessa tesi. Si chiamano Reinhart e Rogoff, e per anni sono stati citati ad esempio dai falchi del liberismo. Poi s’è scoperto che nei loro calcoli, fatti con l’Excel, erano contenuti dei macroscopici errori. Ma che importa? Il loro dovere l’avevano fatto: fornire una foglia di fico economico-scientifica a politiche economiche che erano dettate solamente dall’interesse dell’establishment finanziario di spartirsi le risorse pubbliche e di fare la cresta ai lavoratori.
Nel tempo libero, Alberto Alesina scrive puntuti editoriali per il Corriere della sera. Tipo quello pubblicato lo scorso 5 novembre. L’ho salvato sul mio desktop, perché trovo sia una delle cose più fantasmagoriche, strampalate e involontariamente divertenti che siano mai state scritte.
S’intitola “Forza vendete (e giù le tasse)”. Da economista come si deve l’articolo è farcito di numeri. Il debito pubblico italiano, dice Alesina, è al 133% del prodotto interno lordo, e fin qui siamo tutti d’accordo. Ogni anno l’Italia paga, di soli interessi sul debito, 85 miliardi di euro, pari al 5,4% del PIL. E pure qui nulla quaestio.
Il bello arriva al capitolo soluzioni. O alziamo le tasse, sostiene Alesina, oppure ci vendiamo tutto. Tutto, ma proprio tutto: le quote azionarie che lo Stato possiede in Eni, Enel, Terna, Finmeccanica, Fincantieri, Poste Italiane, Sace, ST Microelectronics e Cassa depositi e prestiti. Se ne potrebbero ricavare “60 miliardi di euro”, più altri 36 se ci mettiamo pure le Ferrovie.
Vendendo le aziende locali potremmo intascare ulteriori 30 miliardi, e addirittura 300 miliardi, sissignore trecento seguito da nove zeri, se ci sbarazziamo di tutti gli immobili (se nel calcolo siano compresi anche i tavoli e le sedie Alesina non lo dice, e per favore non fatelo avvicinare agli Uffizi e ai quadri di Raffaello!).
In totale, lo Stato italiano potrebbe raggranellare una bella sommetta, pari al 21% del PIL (il 6% dalla vendita delle quote azionarie, il 15% da quella degli immobili).
Ora, dico io, ma come fai a dire seriamente una cosa del genere? Perché Alesina è serissimo, altezzoso perfino. L’avete mai visto in fotografia? Ha una faccia da “come-ti-permetti-di-contraddirmi” e una chioma da direttore d’orchestra. Sara per questo che comanda i numeri a bacchetta.
Adora le addizioni ma avversa le sottrazioni. Somma quanto lo Stato guadagnerebbe vendendo tutte le sue quote azionarie ma non sottrae i dividendi che perderebbe dalla cessione (per esempio) dell’ENI.
Somma i guadagni delle vendite immobiliari ma, non specificando di quali immobili stia parlando, sorge il dubbio che non sottragga quanto bisognerà poi spendere in affitti per scuole, ospedali, uffici.
Ma anche prendendo per buone le sue cifre, vi pare serio che lo Stato debba sbarazzarsi di tutta la sua argenteria per pagare al massimo tre-quattro anni d’interessi sul debito pubblico? La sorte capitale non sarebbe neppure intaccata (ah già, a quella provvederebbe l’austerità espansiva. Campa cavallo!).
E poi, porcaccia miseria! C’era bisogno di una cattedra alla Harvard University per sapere che puoi pagare i debiti vendendoti la casa? L’usciere di un qualsiasi monte dei pegni sarebbe stato più che sufficiente!

mercoledì 1 gennaio 2014

Perché non possiamo non dirci capitalisti

Il testo base dell’economia di mercato, la sua Bibbia, risale al 1786. Fu scritto in Gran Bretagna da Joseph Townsend, nel pieno della cosiddetta prima rivoluzione industriale, appena diciotto anni dopo l’invenzione della macchina a vapore. Il titolo: “A Dissertation on the Poor Laws”, una dissertazione sulle leggi per i poveri.
Le Poor Laws erano, all’epoca, l’equivalente dell’odierno welfare state e imponevano alle parrocchie il sostentamento dei poveri.
Townsend scrisse che l’assistenza ai poveri rappresentava un problema per lo sviluppo economico delle industrie e delle campagne. Per lui, medico e scienziato, le diseguaglianze sociali non erano altro che una legge di natura che i governi avrebbero dovuto lasciare a loro stesse.
Proprio per questo sostenne, con una franchezza oggi inimmaginabile, che l’unico modo di far lavorare i poveri è metterli di fronte ad una e ad una sola alternativa: la morte per fame.
O lavori o muori. Le leggi assistenziali, diceva, ostacolano i datori di lavoro: perché un lavoratore dovrebbe impegnarsi a far bene il proprio lavoro se sa che in caso di licenziamento la parrocchia si occuperà di lui e della sua famiglia?
Ma le leggi assistenziali ostacolano anche i lavoratori onesti, quelli che si sbattono dalla mattina alla sera per mantenere i figli e non contestato i propri datori di lavoro. Se capita loro d’aver bisogno d’assistenza, ecco che scoprono che i pigri e gli sfaticati hanno già intascato tutti i sussidi disponibili.
Non sono io a dire che la “Dissertation on the Poor Laws” è il testo base del capitalismo. Lo scrisse Karl Polanyi, nel lontano 1944. Malgrado la terribile e sgrammaticata traduzione italiana, il suo “La grande trasformazione” (Einaudi) è un libro che tutti dovrebbero leggere.
M’è tornato in mente l’altro giorno, leggendo su Repubblica i risultati dell’ultimo sondaggio Demos curato da Ilvo Diamanti. Gli italiani, a quanto pare, preferiscono pagare meno tasse piuttosto che salvaguardare i servizi pubblici.
Appena otto fa, nel 2005, il 54% degli italiani riteneva che potenziare i servizi pubblici fosse più importante che ridurre le tasse. Oggi il 70% preferisce quest’ultima opzione.
Non è un fenomeno solo italiano. L’anno scorso, in Gran Bretagna, l’istituto Ipsos MORI scoprì che le giovani generazioni britanniche non credono più nel welfare state. Alla domanda: “la creazione del welfare state è uno dei risultati di cui la Gran Bretagna dovrebbe essere più orgogliosa?”, solo il 20% dei nati dopo il 1980 rispose di sì. Tra i nati prima del 1945, la percentuale schizzava al 70%.
Alla domanda: “il governo dovrebbe spendere di più nell’assistenza per i poveri, anche se ciò comporta aumentare le tasse?”, mentre il 40% per cento dei nati prima del 1945 ancora rispondeva di sì, tra i giovani la percentuale si riduceva al 20%.
Sono numeri terribili. Le giovani generazioni britanniche, abituate a lavori flessibili e all’insicurezza permanente, non conoscono altro. Lo stesso vale, con una decina d’anni di ritardo, per le giovani generazioni italiane.
E’ la guerra di tutti contro tutti, la sopravvivenza del più forte, la legge della giungla.
Lo Stato è un nemico, non più l’unico argine allo strapotere delle leggi del mercato. Decenni di conquiste sociali spazzate vie da una crisi che il capitalismo finanziario ha provocato senza pagarne le conseguenze. Anzi, scaricando la colpa sugli Stati.
Miliardari senza vergogna che chiedono ad alta voce altri tagli allo stato sociale, col consenso plaudente e ammirato delle loro vittime.
O lavori o muori. Caso mai non ve ne foste accorti, il capitalismo ha trionfato.

venerdì 11 ottobre 2013

Diventiamo tutti buoni se i clandestini sbarcano morti

Sono circa 20 anni che faccio finta di scrivere un romanzo. Non perché creda davvero che un giorno lo finirò. Più che altro per darmi un tono. Il protagonista è un commissario di Polizia che si chiama Rocco Stevens. Indaga sul ritrovamento del cadavere di una ragazza, Lucia Valenti, o per meglio dire di una sua gamba. L'indagine è resa complicata dalla coincidenza temporale con l'annegamento di centinaia di clandestini. Qui pubblico, in anteprima, il capitolo sul funerale degli annegati. Non riaprivo da chissà quanti mesi il file di Rocco Stevens, perché nel frattempo ho iniziato a scrivere un altro romanzo che naturalmente rimarrà a sua volta incompiuto. L'ho fatto solo dopo la tragedia di Lampedusa. Spero mi sia perdonata l'ironia, ma l'idea era proprio quella di scrivere un romanzo drammaticamente ironico.

Capitolo Cinque
Un po’ ci sono rimasti male. Cioè s’aspettavano un imam autentico, arabesco e col turbante. Che ne so una cosa tipo Bin Laden. Invece c’è quello lì. La barba ce l’ha e pure l’aspetto turco, però è di Castellammare del Golfo. All’anagrafe fa Gaspare Pandolfo, invece il nome arabo fa più o meno Mustafà Menelik. Cioè non proprio ma gli somiglia.
E’ il presidente di non so quale associazione musulmani d’Italia. Comunque ha un documento con il visto della prefettura e il prefetto che è presente gli ha stretto la mano. Dunque tutto a posto. Lo conosce.
Il problema è che dei 156 morti annegati più Lucia Valenti (a tanto siamo arrivati) non c’è modo di capire chi è cristiano chi maomettano chi interista e chi juventino. Da cosa lo capisci, dal colore della pelle? Per esempio dice che in Etiopia ci sono un sacco di cristiani, se non te lo spiegano li vedi neri e per sbaglio li registri come musulmani. Insomma, è un errore legittimo.
Comunque per non offendere nessuno alla fine hanno pensato che era meglio fare tutto assieme. Cioè all’inizio facevano uno, due funerali alla volta e poi mano a mano li seppellivano. Più che altro per il caldo. Poi però ne sono arrivati più di cento in un colpo solo e a quel punto s’è deciso che per questi era meglio un funerale unico. Allo stadio comunale. Tutti insieme appassionatamente.
Anche per dare un segnale di concordia e amore universale nella tragedia. Tipo non tutti i mali vengono per nuocere eccetera. Così eccoci qua: vescovi, sindaci, prefetti, onorevoli, senatori e pure l’imam di Castellammare del Golfo. E un sacco di televisioni, è ovvio. Ma proprio tante!
Cioè, è uno spettacolo: tutte quelle bare marrone scuro, marrone chiaro, coi morti dentro avvolti in un lenzuolo bianco caso mai fossero musulmani, tutte in fila sul verde del campo di calcio e poi il sole che brilla forte sugli ottoni e i piatti e le marsine della banda musicale.
I carabinieri in alta uniforme, coi pennacchi, e i vigili urbani pure loro con quella specie di elmo. Pure la signora che l’altro giorno al bar diceva: dovrebbero affondarli tutti così gli finisce la cuccagna e la smettono di partire, pure lei è venuta e piangiucchia e s’è fatta la permanente caso mai la inquadrano. Diventiamo tutti buoni, questa è la verità, se i clandestini sbarcano morti.
Peccato non si vedano i gabbiani. Non si vedono da sotto, voglio dire, perché il campo sportivo è coperto dal mega tendone. Di sentirsi si sentono, griiic-griiic tutto il tempo, e se non fosse per la banda musicale e le preghiere e il vocio generale secondo me si sentirebbe pure il battere delle ali.
Ogni tre bare c’è un ventilatore. Cioè non è un calcolo preciso. Più o meno. Col caldo che fa e le casse da morto comprate in blocco, voglio dire non di quelle super-lusso super-zinco super-tenuta stagna, e coi morti sfatti dall’acqua di mare e dai pesci, potete immaginare l’olezzo. I ventilatori non si capisce bene a che servono, se a raffreddare le bare o a diffondere uniformemente il puzzo di cadavere oppure, siccome l’aria raso terra è raffreddata dalle ventole e quella calda va verso l’alto, a far venire l’acquolina ai gabbiani lassù.
Comunque vescovi preti e sacrestani non sembrano fare caso all’odore. Si saranno abituati, dopo che per millenni hanno costruito chiese sopra ossari e catacombe. Pure il vino e le ostie. Come se nulla fosse. Provate ad inghiottirle voi se ci riuscite. Senza un attacco di nausea, voglio dire, con la puzza che c’è.
Anzi: sembrano perfino contenti. Gli unici là in mezzo, insieme ai gabbiani. Il vescovo allarga le braccia e con la tonaca che gli penzola larga sotto le ascelle pare pronto a spiccare il volo. Sarà l’effetto della tiara, che ne so, ma sembra vero un gabbiano però mezzo viola.
Onestamente l’imam non è così felice. Muore di caldo, si vede, e non fa altro che asciugarsi la fronte e la faccia con un fazzoletto. Ogni tanto se lo porta al naso, secondo me l’ha inzuppato di profumo. Se è vero ha fatto bene.
Proprio adesso il vescovo sta parlando tipo di tolleranza religiosa. “Guardate tutti questi nostri fratelli che si sono addormentati nella speranza della resurrezione – dice – vi sfido a capire dai loro volti, dai loro occhi chiusi nell’eterno riposo, dalla serenità che solo il sonno dei giusti può dare, da tutto questo vi sfido, o uomini, a capire quale nome avesse il loro Dio eccetera eccetera”.
Questo sta dicendo, magari non proprio parola per parola ma il senso è questo. Perché negarlo o vergognarsene: quando ha detto “o uomini”, che poi l’ha praticamente gridato, Rocco Stevens ha sentito un brivido dappertutto. Cioè a tutti piace essere scettici o strafottenti, ma di fronte a certe cose viene la pelle d’oca e non c’è niente da fare.
E’ più o meno a questo punto che l’imam casca per terra. C’è lì il prefetto che cerca di reggerlo e siccome non ci riesce lo molla per non finire a terra appresso a lui. Però insomma gli evita la caduta a pera. Più che altro gliela attutisce un po’, se no sai la botta.
Il vescovo gira appena la testa a sud-est e continua a predicare. Cioè, è vero quello che dice e forse ci crede perfino, l’amore universale la tolleranza religiosa e compagnia cantando, però lui è bello sontuoso e con la tiara supera i due metri mentre l’imam di Castellammare del Golfo è piccolo e d’aspetto malaticcio e poi (cavolo!) lo sappiamo tutti che è un prete finto, cioè è una specie di macchietta dai. Ma chi ci crede? Insomma, un vescovo non è che può interrompere una funzione solenne perché un mezzo musulmano s’è intossicato di profumo fino a svenire.
*****
Tutti avremmo voglia di vivere in un mondo perfetto. L’ultimo dell’anno, il 31 di agosto alla fine delle ferie, a volte di sera l’attimo prima di addormentarci. Cioè, chi è che ogni tanto non ci pensa? Ai fioretti di san Francesco e così via.
Voglio dire: non è per non credere al vescovo, per carità le sue parole sono bellissime e forse ci crede perfino lui che certo qualche imbroglio deve averlo fatto per diventare vescovo. Cioè, va bene la poesia ma lo sappiamo tutti che nella chiesa le cose funzionano come nel resto del mondo. Ok cambiamo discorso.
Lui però (lui Rocco Stevens) era presente quando hanno ripescato gli ultimi 80 cadaveri. Era domenica, la spiaggia stracolma di persone, ombrelloni, secchielli e palette. La corrente, non so come, aveva sbattuto i cadaveri tutti da un lato della piccola baia, così i bagnanti non ebbero bisogno di uscire dall’acqua ma solo di evitare l’angolo della spiaggia inquinato dai morti.
L’unica cosa fu che lo stabilimento balneare più vicino, per rispetto, abbassò un poco il volume della musica, però non poté spegnerla del tutto perché era appunto domenica e avevano già le prenotazioni per il corso di pilates. Cioè, gli stabilimenti lavorano solo d’estate, giugno luglio agosto, e le domeniche sono solo 12. Ognuno ha le sue ragioni, a criticare col portafoglio degli altri siamo bravi tutti.
Vigili del fuoco, uomini della protezione civile, alcuni dipendenti dell’azienda della nettezza urbana con contratto a tempo determinato e poi naturalmente poliziotti carabinieri eccetera. Erano loro a dover raccogliere i cadaveri e a infilarli nei sacchi, mentre i bagnanti stavano là con l’acqua all’altezza dell’ombelico, fermi immobili a godersi lo spettacolo per non dire di quelli affacciati alle ringhiere degli stabilimenti.
Ad un certo punto fu proprio lui (lui Rocco Stevens) ad incazzarsi di brutto col comandante della capitaneria di porto. Cioè, era una cosa insopportabile: loro lì a ripescare gli annegati e le moto d’acqua avanti e indietro a sollevare onde e schiuma di cadavere. E che cazzo, gli disse, almeno fate un cordone di motovedette, gommoni, che ne so quello che avete, pure i canotti se serve! Insomma non è possibile che uno sta lì ad un metro da un africano in decomposizione e un coglione che si deve divertire per forza te lo fa sbattere addosso che pare un film dell’orrore.
A uno per poco non l’arrestarono. Siccome non voleva smetterla cominciò a dire il diritto di cronaca qua il diritto di cronaca là, e tutto perché voleva scattare fotografie col cellulare, figuratevi. Leggono le cose sui giornali e manco capiscono il significato: vieni a pescare i morti, coglione, e vedrai che meraviglia il diritto di cronaca. Peccato non l’abbiano arrestato veramente.
Si perde la fiducia nell’umanità. Già ne ha poca, uno che fa il mestiere suo (suo di Rocco Stevens), nel senso che per un poliziotto fidarsi è bene ma non fidarsi eccetera. Questa però è una cosa più interiore, di quelle che strappi il vangelo e con le pagine ci fai gli aeroplanini di carta. Uno schifo, va, tutte quelle panze bianche, gli ombrelloni a spicchi, i pedalò e loro invece costretti a fare i beccamorti.
Pure adesso, voglio dire. Il vescovo che continua a vagheggiare e la puzza di cadavere che solfeggia l’atmosfera e un caldo che farebbe diventare stitiche le anime dei santi. E gli unici a far finta di ascoltare sono sempre loro: poliziotti vigili eccetera.
Anche i giornalisti, cioè, una foto qui una là, un paio di appunti e via, quanto mi piacerebbe vederli dritti sull’attenti senza manco potersi grattare. Cioè, mi piacerebbe veramente perché intanto che loro scrivono e predicano che al confronto il vescovo è un dilettante, Rocco Stevens e compagnia diventano cretini: un giorno ci ordinano di ributtare a mare gli sbarcati un altro dobbiamo portarli a terra ma solo se sono morti, e siccome coi defunti non si sa perché bisogna essere più indulgenti dobbiamo stare sull’attenti sotto il sole la pioggia e la merda di gabbiano. Cioè, dico io: ad essere rigorosamente, aritmeticamente e geometricamente sinceri, non sarebbe meglio essere indulgenti direttamente coi vivi? Solo solo per risparmiarsi la parte da cretini.
Una caldo allucinante il vescovo che con tutto il rispetto se la stramena in pubblico l’imam siculo-maomettano che annaspa mentre un carabiniere cattolico romanista lo sventola col corriere dello sport i giornalisti eccitati dall’evaporazione dei cadaveri e noi in divisa a fare le belle statuine.
Onestamente, quando i gabbiani trovano la strada e si strafogano a centinaia sotto al tendone che sembrano pipistrelli di venti chili e proprio non hanno paura dell’uomo e si mettono a beccare le casse da morto, e tutti dico tutti scappiamo gridacchiando, onestamente per noi in divisa è un specie di sollievo. Almeno il sangue torna a circolare e i piedi gonfi di caldo sentitamente ringraziano. Non dovrei dirlo ma il primo è lui (lui Rocco Stevens) a scappare via ridendo che pare un bambino. Saltella, proprio, e fa “uuuuuuuh uuuuuuuh” e ride come uno scemo. Meno male che tutti pensano a scappare e nessuno se ne accorge. Meno male vero, va.

mercoledì 7 agosto 2013

Berlusconi e l'aria fritta

Una gigantesca nube d’aria fritta ammorba i cieli dell’Europa.
Viene dall’Italia, sospinta da venti africani. Quel che resta di Silvio Berlusconi brucia lentamente: una mistura nauseabonda di lardo, cerone, tintura per capelli, l’incenso e l’acqua santa con cui copriva il profumo pesante delle bagasce, olio crismale, botox e viagra.
Intellettuali soi-disant liberali alimentano il fuoco gettando in fretta nel braciere tutte le stronzate che hanno scritto negli ultimi 20 anni. Le paraculate, gli spericolati sofismi, il cerchiobottismo opportunista, il gattopardismo di seconda mano con cui hanno difeso l’indifendibile.
Rivolgono al fu Silvio l’ultima preghiera (o forse la penultima, chi lo sa), supplicandolo di farsi da parte. Gli danno consigli da servi: per il suo bene. Vuoi la riforma della giustizia? Allora non pretenderla in maniera così gridata e smaccata, continua a sostenere il governo delle larghe intese e se son rose fioriranno. Lo ha scritto, con meno anacoluti e più prudenza, il direttore del Corriere della sera il 3 di agosto. Invece di dirgli semplicemente: sei un delinquente prego accomodati.
Oppure indulgono nella perversione preferita dagli italiani. Il provincialismo. Con che goduria i maggiori quotidiani hanno ripreso i titoli dei media internazionali. E tutti a dire (italiani e forestieri) che solo da noi possono succedere certe cose.
Essendo in realtà incapaci di flagellarci da soli lasciamo che siano gli altri a farlo. A ci piace assai. Dimmi che sono un porco, dimmi che sono una troia. E’ così che funziona: nessuna perversione può dare piacere se non si abbina e combina con la consapevolezza del peccato.
Perché il gioco erotico funzioni occorre, è ovvio, un modello di purezza. Uno stereotipo d’onestà virginale da contrapporre allo stereotipo della nostra sozzura. Per noi italioti, questo modello è rappresentato dall’Europa. Dalle mitiche classi dirigenti europee.
Ve l’immaginate un Berlusconi in Francia o in Gran Bretagna o in Germania? L’avrebbero già mandato via a calci. Tutto vero. Sacrosanto. Perfino scontato. Talmente scontato che puzza d’aria fritta.
Viene voglia di dare testate al muro.
Santo Dio, come si fa a non vederlo? A non dirlo? A non urlarlo a pieni polmoni?
Volete sapere la vera, sostanziale differenza tra l’Italia e i paesi europei che amiamo prendere a modello? Tra Berlusconi e i leader politici di codesti paesi? L’onestà? Ma fatemi il piacere!
Dal dopoguerra ad oggi, mai l’Europa ha avuto una classe politica più corrotta dell’attuale. L’Europa, non soltanto l’Italia. Hanno venduto l’anima dell’Europa, di ciò che l’Europa avrebbe potuto e dovuto essere, ai delinquenti della finanza.
Chi, esattamente, dovrebbe farci la morale? David Cameron o i suoi predecessori Tony Blair e Gordon Brown, che hanno trasformato la Gran Bretagna nel più grande paradiso fiscale d’Europa?
Nicolas Sarkozy, l’uomo che festeggiò la sua prima elezione sullo yacht del finanziere Vincent Bolloré?
La presidentessa del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, che al summenzionato Sarkozy scriveva lettere degne della Santanchè (Nota 1) e che da ministro delle Finanze elargì quel petit Berlusconì di Bernard Tapie della bellezza di 400 milioni di euro (pubblici) a compensazione delle sue presunte disgrazie? (Nota 2)
L’attuale president Francois Hollande, beccato con i pantaloni abbassati nel bel mezzo delle sue tirate contro i ricchi che non pagano le tasse, quando si scoprì che il suo ministro delle Finanze e il tesoriere della sua campagna elettorale avevano entrambi conti in banca alle isole Cayman? (Nota 3) Dall’Olanda, tanto occhiuta quando si tratta di giudicare i conti pubblici altrui quanto dimentica del proprio ruolo di paradiso fiscale? (Nota 4)
Il Financial Times? Ah ah ah!
Il gruppo editoriale proprietario del Financial Times (e dell’Economist) si chiama Pearson plc. Traduco da “The Great Tax Robbery. How Britain became a tax haven” (La grande rapina delle tasse. Come la Gran Bretagna divenne un paradiso fiscale) di Richard Brooks, edito da Oneworld.
“Nel novembre 2009 una lettera della Pricewaterhouse Cooper al fisco lussemburghese rivelò che il gruppo voleva investire 587 milioni di dollari negli Stati uniti, nel settore dei libri didattici, inizialmente attraverso uno schema in cui una compagnia britannica chiamata Embankment Finance LTD (EFL) avrebbe costituito una filiale in Lussemburgo. La EFL di Londra avrebbe trasferito i soldi alla sua filiale lussemburghese, che li avrebbe poi investiti in un’altra società del granducato, chiamata Pearson Luxembourg Nr. 2 srl, in cambio di azioni di quest’ultima compagnia. La Pearson Luxembourg Nr. 2 srl., a sua volta, avrebbe prestato i soldi a un’altra società lussemburghese, FBH, che a sua volta li avrebbe reinvestiti per il business americano”.
Vi gira la testa? Non preoccupatevi, non è colpa vostra. Lo scopo era proprio questo: far girare la testa alle agenzie delle entrate inglesi e americane e non pagare le tasse. L’autore del libro da cui ho tratto questo passo, Richard Brooks, è andato a visitare la sede della filiale lussemburghese dell’editore del Financial Times, al numero 17 della Rue Glesener. Traduco: “La sede legale era una stanza sopra un negozio d’articoli sportivi dalle parti della stazione centrale di Città del Lussemburgo. Vi potei accedere solo dopo numerose violazioni di domicilio fatte invocando l’interesse pubblico, in cima ad una rampa di scale scarsamente illuminate, dove il nome di uno dei maggiori gruppi editoriali del mondo si trovava in un foglio di carta in formato A3 insieme ad altre 17 società, attaccato con delle puntine da disegno ad una di quelle bacheche che di solito si trovano nelle case degli studenti. Ovviamente non era stata messa lì per essere vista da qualche estraneo, tanto è vero che quando bussai alla porta non mi accolsero voci di benvenuto. “Com’è arrivato fin qui? Chi le ha aperto la porta?” abbaiò lo scozzese che gestiva la CPC Business Services srl, una delle centinaia di società per la gestione di servizi finanziari che fanno il loro remunerativo lavoro nei sottoscala lussemburghesi. Nella fattispecie responsabile, a quanto pare, di sbrigare le scartoffie della casa editrice del Financial Times”.
Tutti i giornali italiani che hanno pubblicato l’editoriale del Financial Times che dava del buffone a Berlusconi, condannato per evasione fiscale, dovrebbero altresì pubblicare queste righe. Solo solo per completezza d’informazione.
Non difendo Berlusconi. Solo i suoi cortigiani mi fanno più ribrezzo di lui. Difendo il mio essere italiano. Difendo la mia storia, la mia cultura, le mie radici. E come Francesco De Gregori, anch’io ho avuto i miei due minuti di berlusconismo: quando ho visto Sarkozy e la Merkel sbeffeggiarlo. Sarkozy e la Merkel, capite? Non esattamente De Gaulle e Adenauer.
E allora qual è la differenza tra Berlusconi e gli altri leader europei? Solo una. Una soltanto.
Berlusconi è un corruttore. Gli altri sono dei corrotti. Tutto il resto è aria fritta.


Nota 1: http://www.lemonde.fr/societe/article/2013/06/17/la-lettre-d-allegeance-de-christine-lagarde-a-nicolas-sarkozy_3431248_3224.html

Nota 2: http://www.lemonde.fr/societe/article/2013/05/23/affaire-lagarde-tapie-si-vous-avez-manque-un-episode_3415548_3224.html

Nota 3: http://www.theguardian.com/world/2013/apr/03/french-tax-fraud-hollande?guni=Article:in%20body%20link

Nota 4: http://www.ft.com/cms/s/2/5a9f0780-a6bc-11e2-885b-00144feabdc0.html#axzz2RqdcNipn

domenica 21 aprile 2013

Beppe Grillo, perché ce l'hai con me?

Personalmente, io non ho niente contro Beppe Grillo. Semmai è lui che ce l’ha con me. Il mio problema è che in passato ho fatto politica. Sono stato addirittura consigliere comunale. E per questo sono stato mandato a fare in culo. Insieme a tutti gli altri. Nel mucchio. Per quale motivo dovrei votare per qualcuno che, a parti invertite, non voterebbe mai per me? Perché dovrei accordare la mia fiducia a chi non si fida di me? La politica attiva, per quanto mi riguarda, è una pagina chiusa. Non ricordo neppure quando è stata l’ultima volta che sono andato a votare. Quest’anno però avrei votato. Per Bersani. Non per passione. Per umana simpatia. Non l’ho fatto soltanto perché sono residente all’estero, e avevo dimenticato di comunicare al consolato che nel frattempo avevo cambiato indirizzo. Però Bersani mi sta ancora simpatico. Malgrado tutto quello che è successo. Molta gente che l’ha votato, oggi gli sputa addosso. Io che non l’ho fatto invece lo difendo. Bersani è la vittima di un paese senza classe dirigente. E’ anche colpa sua, certo, se l’Italia non ha una classe dirigente. Ma è per questo che mi è doppiamente simpatico. Perché è una figura tragica. Beppe Grillo, invece, è un opportunista. Ha vampirizzato un tessuto di associazioni e movimenti attivi in tutta Italia, mettendo a disposizione uno strumento mediatico che permettesse loro di entrare in contatto. Ha messo assieme le loro battaglie, dal referendum contro la privatizzazione delle reti idriche al movimento no-Tav, miscelando il tutto con dosi massicce di antipolitica. In questo modo ha preso i voti della sinistra e ha fatto man bassa del qualunquismo di destra. Si batte per il salario minimo per tutti i disoccupati e nello stesso tempo contro il fisco. Come se i soldi per i disoccupati dovessero venire da Marte. Ha perfino proposto di trovare questi soldi togliendoli alla cassa integrazione. Io proprio non riesco ad immaginare una cosa più di destra di così. Per metterla giù facile, dice cose a cazzo. Come tutti i politici, per carità. E’ il motivo per cui non voto da anni. Lui però pretende di non essere un politico. Fa propaganda ma si vanta di non farla. Ha preso il 25 per cento dei voti ma sostiene di parlare per tutti. Pure per quelli che non l’hanno votato. Pure per me. Messo in difficoltà dall’elezione di Grasso e Boldrini, votati anche da alcuni dei suoi, ha tirato fuori dal cilindro la candidatura di Rodotà alla presidenza della Repubblica e ha ripagato il PD con la stessa moneta. E qualcuno, nel PD, c’è cascato. Rodotà è una grandissima persona e un grande intellettuale. Sono cresciuto leggendo i suoi articoli, negli anni in cui Beppe Grillo gli preferiva Pippo Baudo. Però è un anticlericale come pochi. Beppe Grillo sapeva benissimo che l’area cattolica del PD non l’avrebbe mai votato. E’ per questo che l’ha scelto. Abile mossa, per carità, com’era stata abile la mossa di Bersani nel candidare Grasso e Boldrini. Mosse tattico-politiche, tanto l’una quanto l’altra. E’ un gioco, il suo, che può durare solo fino a quando rimane all’opposizione. Per governare deve allearsi con qualcuno. Se lo fa con la sinistra perde l’elettorato di destra, e viceversa se si allea con la destra. Per questo sta facendo di tutto perché PD e PDL facciano il cosiddetto governissimo. Non mi scandalizzo. E’ una tattica politica come tante altre. Ma non è nient’altro che questo: tattica politica. Una fra le tante. Beppe Grillo, sei un politicante. L’ennesimo politicante di cui il nostro Paese non aveva proprio bisogno. L’Italia non aveva bisogno dell’ennesimo partito. Di Vito Crimi o della Lombardi. L’Italia aveva bisogno di movimenti e associazioni presenti sul territorio, e tu le hai usate e strumentalizzate per costruirti il tuo partitino. Bravo. Bella mossa. Però a me sta più simpatico Bersani. Adoro la sua assoluta mancanza di carisma. Il suo disperato tentativo di galleggiare tra i baciapile e Nichi Vendola. La sua consapevolezza che l’Italia è l’ultima ruota del carro tra i paesi occidentali, e che se un giorno Barack Obama dovesse decidere di invadere… che ne so… la Slovacchia, noi saremmo costretti ad andargli appresso. Bersani mi piace perché davvero non sa che minchia fare. Perché se dice una cosa di sinistra, tipo che quello che serve è più stato e meno mercato, lo spread schizza a livelli himalaiani. Se invece si sbilancia troppo a destra gli scappa via l’elettorato. E così sta zitto, e prende sberle da destra e da sinistra. Caro Bersani, se hai bisogno di qualcuno che ti raccomandi per trovare un lavoro a Londra, fammelo sapere. Beppe Grillo no. Lui non ha bisogno d’aiuto, è uno che cade sempre in piedi. E’ passato da Pippo Baudo a vittima del sistema, da castigatore delle multinazionali (tra parentesi, l’unico Beppe Grillo che mi sia mai piaciuto) ad antipolitico di professione. A lui non lo raccomando. Manco morto. Lui mi dà fastidio perfino più di Angelino Alfano. Perché che Alfano dica minchiate è scontato. Si sa. Quando Gasparri dice qualcosa, o la Finocchiaro, nessuno davvero ci crede. Beppe Grillo invece, tra i suoi seguaci, gode ancora di un credito infinito. Ragazzi, svegliatevi. Prima che sia troppo tardi. Beppe Grillo è un politicante. Piglia voti a destra e a sinistra come solo i peggiori politicanti sanno fare. Beppe Grillo è l’uomo che ha mandato a fare in culo Bersani quando Bersani, all’indomani del voto, avrebbe fatto di tutto per allearsi con lui. Pur di fare un governo. E lo ha fatto per puntare allo sfascio, per costringere il PD ad allearsi col centrodestra e poi dire “avete visto sono tutti uguali” e lucrare un 3 per cento di voti in più alle prossime elezioni. Come un politicante qualsiasi.

sabato 9 marzo 2013

Il paese dei però

L’Italia è diventata il paese dei però. Il PD ha vinto le elezioni però le ha perse. Berlusconi è stato abbandonato da metà dei suoi elettori però dicono abbia vinto. Bebbe Grillo ha addirittura trionfato, però non vuole governare (lui è un voyeur: gli piace guardare gli altri che lo fanno). Mario Monti ha perso. Su questo non ci sono dubbi. Però non se ne parla. Non abbastanza, per lo meno. Soprattutto, non si parla di quanto la sua candidatura abbia inciso sull’esito del voto. La ragione sociale del “montiani” era chiara: non consentire al PD di vincere le elezioni. Direttamente, sottraendogli una parte dell’elettorato cosiddetto “moderato”. Indirettamente, fornendo una sponda all’UDC per evitare un accordo tra Casini e Bersani. Azzoppato il PD, ecco che Monti sarebbe diventato l’ago della bilancia. Una strategia vista di buon occhio dalle cancellerie europee, dal PPE e da una parte dell’establishment italiano: Montezemolo, il Corriere della sera, parte del mondo bancario. Un establishment che (lo ha dimostrato il voto) non conosce il Paese che pretende di guidare, e che però controlla una parte significativa dei mezzi d’informazione. Rimarcare il grossolano errore di calcolo di Monti, denunciarne l’irresponsabilità, sottolineare il ruolo che ha avuto nell’avvitamento della crisi politica italiana, vorrebbe dire non solo criticare Monti ma sconfessare se stessi. Per cui è meglio glissare, o dar la colpa a Bersani o a Grillo o al popolo italiano. Il Porcellum, l’onda montante dell’antipolitica, la crisi economica. Tutti fattori che hanno avuto il loro peso e che però si conoscevano già prima del voto, e che una classe dirigente degna di questo nome avrebbe dovuto ponderare prima di mettersi a scherzare col fuoco. La borghesia italiana ha un lunga tradizione di inettitudine. Non è mai stata capace di farsi classe dirigente e ha di volta in volta delegato a fior di delinquenti il lavoro sporco: Mussolini, la DC, Berlusconi. La candidatura di Monti è la dimostrazione che quando prova a fare da sé riesce solo a combinare disastri. La verità è che l’ingovernabilità era l’obiettivo primario di Mario Monti, di Montezemolo e del Corriere della sera. Bisognava far venire Bersani e Vendola a più miti consigli. Costringerli ad un accordo con loro. Garantirsi per sé e per gli amici una bella fetta del patrimonio pubblico che si vorrebbe privatizzare per pagare i debiti del Paese. Si sono fermati a metà strada. Il paese è ingovernabile, però l’ago della bilancia s’è perso nel pagliaio. Oggi queste stesse persono fanno appello al “senso di responsabilità” delle forse politiche. Quel senso di responsabilità che loro per primi hanno gettato alle ortiche per meschini calcoli di bottega. Avessero almeno la decenza di tacere.