mercoledì 10 settembre 2008

Chi ha paura di Mebrahtu?

Ma i saccensi sono razzisti? Non vi nascondo che l’ostilità nei confronti del centro d’accoglienza per immigrati di contrada Isabella mi ha stupito non poco. Sciacca ha una lunga tradizione di tolleranza e accoglienza, che fa a pugni con l’isterismo collettivo che sembra averla colpita. Io però rimango convinto che i saccensi non siano diventati di colpo intolleranti. Siamo una città di mare, da sempre più evoluta rispetto al contesto agrigentino, e non riesco ad accettare che ciò che è possibile a Montevago diventi impossibile da noi (come ha lodevolmente fatto notare il settimanale ControVoce).
Di sicuro ha contribuito la caccia all’extracomunitario che sembra essere l’unica politica sociale del nuovo governo, e il bombardamento mediatico che l’alimenta. I saccensi non hanno paura dei ragazzi e delle ragazze di contrada Isabella, ma sono terrorizzati da quello che la televisione racconta loro. Tuttavia m’illudo di conoscere ancora i miei concittadini. Diciamo che mi piace illudermi. Sono convinto che se conoscessero gli ospiti del centro, anziché osservarli attraverso lo specchio deformante dello schermo televisivo, se li conoscessero personalmente voglio dire, forse il loro atteggiamento cambierebbe. Io l’ho fatto. Un giorno, col mio amico pittore Franco Gulino, sono andato a parlare con alcuni di questi ragazzi. Ho ascoltato le loro storie. E alla fine ho pensato: se i miei amici saccensi li conoscessero, se li ascoltassero parlare, se sapessero i drammi da cui questi ragazzi di 17, 20, 24 anni sono scappati, sono sicuro che li inviterebbero a cena. Che organizzerebbero uno schiticchio insieme a loro. Che non ne avrebbero più paura.
Ho parlato con un ragazzo del Niger. Un tuareg per parte di padre. Avete presente i tuareg del deserto? (il Niger è quasi tutto un deserto) Erano i protagonisti di tanti film e romanzi d’avventura, e fumetti, di quando eravamo bambini. Ebbene, Abdulraman è un tuareg. Ha 17 anni ed è nato e cresciuto in un paese desertico preda da anni di una intermittente guerra civile. A volte si spara a volte si sta in pace. Lui ha perso la madre quand’era bambino, poi il padre in guerra, gli era rimasto un fratello che per un po’ l’ha aiutato, poi anche il fratello ha subito le conseguenze dell’ennesima recrudescenza di guerra civile. Ci ha rimesso una gamba, e con l’unica che gli è rimasta stava davanti alle chiese a chiedere l’elemosina. Abdulraman s’è trovato di fronte due alternative: imbracciare un fucile e arruolarsi in una qualche milizia oppure tentare la fortuna in Europa. E’ quello che ha fatto. Voi, al suo posto, come vi sareste comportati?
Poi ho conosciuto un ragazzone nigeriano (Nigeria, stavolta, non Niger). Alto e grosso ma con una faccia che tradisce i suoi 17 anni. Con la medicina tradizionale avevano provato a guarire una malattia cutanea (non sono un medico, ma sembrava una cosa tipo psoriasi). Gli stregoni della sua tribù s’erano convinti che la malattia fosse l’effetto di un incantesimo lanciatogli dalla tribù rivale dei Paga. Risultato: una gamba gonfia come un tronco d’albero e tante cicatrici sullo stomaco (tagli fatti con un coltello). Al Civico di Palermo gliel’hanno curata in tre giorni, a casa sua rischiava di perdere la gamba. Alla fine, per non finire vittima degli scontri tribali, è fuggito in Libia. Qui, per sei mesi, ha fatto il muratore per guadagnarsi i soldi con cui pagare il viaggio in Italia, ma come tanti altri s’è ritrovato truffato: gli avevano garantito uno stipendio, gli hanno dato due spiccioli. Parla solo inglese, appena arrivato in Italia ha provato a caricare il cellulare e chissà che tasto ha premuto. Adesso ce l’ha a morte con la Wind, che gli ha fregato un’intera ricarica.
Poi c’è Mebrahtu. Avete presente Harry Belafonte? Beh, più o meno è fatto come lui. Viene dall’Eritrea, parla un ottimo inglese. Colto, raffinato, elegante, ha un garbo e un’educazione fuori dal comune. Non avesse la pelle nera tante mamme di Sciacca parteciperebbero ad un’asta pur di averlo come genero. Tuttavia il suo problema, almeno in Eritrea, non era il colore della pelle. Ha un “difetto”, Mebrahtu: è un cristiano pentecostale. Pare che la cosa, al paese suo, non sia presa bene. Là sei accettato solo se cattolico, musulmano oppure ortodosso, le tre religioni ufficiali. Guai però ad essere pentecostali. Può capitarvi quello che è successo a Mebrahtu. Un giorno se ne stava con un gruppo di amici a leggere la Bibbia. Di nascosto. Una retata della polizia e tutti in galera. Lui c’è rimasto sei mesi. Pure la famiglia l’ha ripudiato. Esce dal carcere e gli tocca il servizio militare. Una cosa seria, da quelle parti, dove le guerre sono all’ordine del giorno. Anche qui viene beccato (terribile delitto) a leggere la sua Bibbia da pentecostale. Per punizione, lo sbattono sotto al sole: fermo lì, immobile, guai a te se ti muovi. Il sole dell’Eritrea, roba da morire d’insolazione. Lì prende la sua decisione. “Qui mi ammazzano” pensa, e varca il confine con il Sudan. Per qualche mese lavora a Khartoum, la capitale sudanese. Fa il bell boy in un albergo, trasporta le valigie. L’ho già detto: parla un ottimo inglese, con accento di Cambridge. La polizia però lo taglieggia. Lui e gli altri irregolari. O pagate il pizzo o vi sbattiamo in galera perché non avete documenti. Mebrahtu deve fuggire anche dal Sudan. La nuova destinazione è la civile Europa. Va in Libia e da lì arriva a Lampedusa. Infine in contrada Isabella. Dove scopre che proprio di lui, così garbato ed elegante, la gente ha paura. Ma davvero noi saccensi abbiamo paura di Mebrahtu?

1 commento:

Massimo Raso ha detto...

Bravissimo! Peccato che non ci sia "l'otto e mezzo" per raccontarla questa storia!
Il punto è quello che hai centrato tu. Ed il ruolo di un'amministrazione seria e decente doveva essere questa: far conoscere queste storie, dimostrare il calore di una città accogliente e pacifica e invece...
mi sono vergognato d'essere "sciacchitano"!